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Non è un paese per nintendari | Racconti dall'ospizio

Non è un paese per nintendari | Racconti dall'ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Crescere in un paesino ha i suoi lati positivi e quelli negativi. 

C’è meno gente. Ed è positivo. Ora abito a Milano, e nei periodi in cui la città è mezza vuota la apprezzo almeno il 135% in più. Ma in certe fasi della vita stare al paesello può essere negativo, specialmente durante gli anni delle medie e delle superiori dove l’accettazione e l’inclusione da parte del gruppo ha un peso specifico piuttosto corposo, e la formazione della propria identità passa anche per il confronto e lo scontro con la comitiva che tende, naturalmente, a cementificarsi su argomenti comuni. Il fantacalcio, quel pub o quell’altro, lo sport. E naturalmente i videogiochi.

Erano gli anni di chi aveva Xbox perché voleva i giochi più duri tipo Halo o Ninja Gaiden. Di quelli che invece preferivano rimanere fedeli a Sony con PlayStation 2, perché ci tenevano a mettere le mani sui Final Fantasy e i Metal Gear che avevano scoperto con la console precedente. E gli anni di chi, infine, aveva “solo” il PC e si godeva gli RPG, gli sparatutto o certi fenomeni di massa come World of Warcraft.

Io, nella mia classe, ero l’unico stronzo che giocava su GameCube.

Credo fermamente che il GameCube viola, esteticamente, sia la console più bella mai fatta.

Credo fermamente che il GameCube viola, esteticamente, sia la console più bella mai fatta.

C’è da dire che un po’ stronzo, almeno nei confronti dei miei compagni, lo ero. Snobbavo molti di loro, parlavo raramente e, a parte pochissime eccezioni, non vedevo l’ora che suonasse la campanella dell’intervallo per poter raggiungere il mio gruppetto di amici che frequentava, ahimè, un’altra classe. Se c’era un “filone” o uno sciopero era con loro che andavo a giocare a basket, e sempre tra loro c’era anche un ragazzo che il GameCube lo aveva, perlomeno. Aveva un po’ tutto in realtà, ma almeno con lui ogni tanto si poteva parlare del cubetto, ecco.

Col tempo la situazione in classe migliorò un po’, specialmente con l’arrivo del Nintendo DS e conseguenti grandissimi tornei di Advance Wars: Dual Strike mentre i prof facevano lezione, ma ero ancora costantemente tagliato fuori quando si parlava di console casalinghe. Che poi ci provavo, eh, a fare proseliti, e sinceramente un po’ di interesse generale nel mettere le mani su Smash Bros. Melee - il mio primo gioco per Gamecube! - c’era. Per il resto però, mentre tutti si godevano Sons of Liberty e Snake Eater io al massimo mi potevo sparare quella roba un po’ strana di The Twin Snakes. Alle candide spiagge di Delfinia i miei compagni preferivano quelle di Final Fantasy X. Metroid Prime? Un Halo strano e senza multiplayer. E lasciamo stare l’estasi per i Capcom Five, che alla fine se ne sono andati un po’ da tutte le parti pure loro.

Un tesoro inestimabile per me. Un grandissimo “Ma che cazzo è sta roba” per molti altri.

Un tesoro inestimabile per me. Un grandissimo “Ma che cazzo è sta roba” per molti altri.

Insomma, forse proprio col GameCube ho capito che la console war era una guerra stupida da combattere, perlomeno sul fronte di Bacoli dove pagavano più l’armistizio e il compromesso. Questo senza contare che di lì a poco presi a bazzicare i vari forum collegati alle riviste nintendare (NRU sempre nel cuore), dove imparai che “piccolo è bello”.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata alle esclusive, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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