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Medal of Honor, quando Hollywood ha fatto le cose per bene | Racconti dall'ospizio

Medal of Honor, quando Hollywood ha fatto le cose per bene | Racconti dall'ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Medal of Honor esce su PlayStation nel mercato nordamericano il 31 ottobre del 1999 (da noi arriverà pochi giorni dopo, a metà novembre) e per tantissimi aspetti cambia radicalmente il modo di creare un videogioco. Molti non se ne rendono conto ma non solo il primo capitolo della fortunatissima saga di Electronic Arts (allora sviluppato da Dreamworks Interactive) ha unito per la prima volta in maniera importante cinema e videogiochi, ha anche creato dal nulla un’esperienza di guerra cinematografica che poi è diventata un genere vero e proprio (basti pensare a Call of Duty e Battlefield, per capire l’impatto della cosa).

Medal of Honor nasce sull’enorme successo di Salvate il soldato Ryan, uscito un anno prima in tutto il mondo, che fa entrare nell’immaginario collettivo una visione della Seconda Guerra Mondiale decisamente più realistica e meno romantica (con tutti i se del caso), grazie anche ad una rappresentazione dello sbarco in Normadia di una crudezza che allora era assolutamente una novità. Dicevo, Medal of Honor è figlio di questo successo ma non solo: lo stesso Steven Spielberg, regista proprio di Salvate il Soldato Ryan, viene annoverato come designer del gioco di EA, cosa che ovviamente catapulta Medal of Honor nell’olimpo dei titoli tripla A di fine millennio.

Pare che Spielberg si sia interessato proprio al genere degli sparatutto in prima persona grazie a suo figlio Max che, al tempo quattordicenne, giocava a Goldeneye 007 per Nintendo 64. La sua passione per il periodo storico della Seconda Guerra Mondiale ha fatto il resto. Ma di nomi di richiamo non c’è solo il regista de Lo squalo e altri mille capolavori: anche una fra le parti più importanti dell'esperienza finale, la colonna sonora, era stata affidata ad uno che allora era ancora sconosciuto (i videogiochi sono stati il suo trampolino di lancio), ma che da lì a breve avrebbe musicato film come Gli incredibili, diversi Mission: Impossible, Doctor Strange e Rogue One, ovvero Michael Giacchino.

Forte di una sceneggiatura scritta da uno come Spielberg e di una colonna sonora eccellente (ancora oggi ho il tema principale nella mia playlist videoludica), Medal of Honor si è rivelato esattamente quello che tutte le persone che avevano visto Salvate il soldato Ryan si aspettavano: un gioco coinvolgente, emozionante, con momenti cinematografici (pur nelle limitatezza tecnica della prima PlayStation) e assolutamente memorabile.

Certo, l’impianto grafico, oggi, che siamo abituati a dettagli fotorealistici, fa tenerezza, ma il cambio radicale che questo gioco ha portato nel settore stesso non può essere sottovalutato. Purtroppo, il terribile difetto che la prima PlayStation si è sempre portata dietro, ovvero le texture “ballerine” (per usare un eufemismo), oggigiorno costituisce un pugno in un occhio, ma il gameplay più ragionato, in alcune missioni quasi stealth, lontano anni luce dai Doom e Wolfenstein a cui si era abituati al tempo, era parte integrante dell’esperienza. Non è difficile, infatti, trovare punti di contatto proprio con quel Goldeneye 007 di Rare, che è stato d’ispirazione per Spielberg.

Da quel 1999 a oggi, sono usciti ben tredici videogiochi con il titolo Medal of Honor, alcuni clamorosi, altri pessimi, oltre a decine di titoli simili, ispirati, copiati e via dicendo, e per rivivere lo sbarco in Normandia come nel film di Spielberg noi giocatori abbiamo dovuto attendere il 2002, con Medal Of Honor: Allied Assault per PC, che ha fatto diventare lo sopratutto bellico un’esperienza forse mai provata prima.

Ma non dimentichiamo il primo, seminale, gioco della serie, una vera e propria esclusiva PlayStation, che ci ha fatto vivere per la prima volta in prima persona il Secondo Conflitto Mondiale.

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