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Basta rompere i coglioni alla Marvel, ché la serialità al cinema c'è sempre stata

Basta rompere i coglioni alla Marvel, ché la serialità al cinema c'è sempre stata

Qualche settimana fa, a ridosso dell’uscita nelle sale di Alita – Angelo della battaglia, mi sono messo a lurkare una chiacchierata su Facebook dove un tizio, in pratica, si lamentava del cliffhanger finale che è cosa che non è cosa, signora mia.

Premesso che ho trovato il film di Rodriguez perfettamente autonomo, in via generale non capisco tanto accanimento nei confronti del codice seriale impiegato al cinema.

Pur non essendo in fissa con i supertizi, vado molto d’accordo con la filosofia di Kevin Feige, che attraverso un progetto strutturato e lungimirante, ha intrecciato una narrazione coerente tra film “a personaggio” e botte di gruppo. Tra alti e bassi, in dieci anni di universo cinematografico Marvel, Feige è riuscito ad azzeccare il giusto equilibrio tra autonomia e interdipendenza. Tra formula verticale e processo orizzontale, facendo sì che ciascuno dei film sia fruibile di per sé, ma diventi decisamente più avvincente nel momento in cui viene inserito nella continuity generale.

Quando Thor, alla fine dell’ultimo Avengers, entra in scena sprizzando putenza da tutti i pori, lo spettatore fidelizzato viene catapultato sulla poltrona da una botta di forza mille. Ma pure suo cugino capitato lì per caso, ché aveva il sabato libero e non gli andava di passarlo a casa, si becca il suo bravo pestone da cinquecento.

SUUUKAAA!

La costruzione di questo flusso ha comportato un gran lavoro a tutti i livelli: scrittura, produzione, ma anche distribuzione e marketing, per non dire delle serie TV collaterali come Agent Carter o Agents of S.H.I.E.L.D.. Per dare un senso a così tante narrazioni apparentemente simili ma, spesso, molto diverse tra loro per toni, colori e ambientazioni, si è reso necessario creare un’estetica comune. Il ché ha portato sicuramente a dei vantaggi, ma pure a una certa omologazione linguistica e a una sorta di gabbia narrativa che, ultimamente, sta cominciando a mostrare il fianco. Ma tant’è. C’è anche chi, senza malizia, sostiene che quello di Marvel non sia cinema, ma qualcos’altro; qualcosa di più simile alla televisione, per composizione e struttura. E può darsi, vai a sapere, ma è innegabile come anche grazie a Feige il format del blockbuster sia riuscito a evolversi e a tenere botta durante quello che è stato, forse, il decennio più fluido e dinamico per la serialità casalinga.

Agevolo un poster figo di Agent Carter.

Detto questo, non appena si esce dal circuito dei supereroi, capita ancora di imbattersi in gente che si lamenta ogni volta che la serialità viene portata in sala. Come se il prezzo del biglietto vincoli automaticamente il film a una chiusura (non importa se soddisfacente o meno, purché ci sia), diversamente dalla TV che “èggratis”.

Premesso che la mia posizione al riguardo è “Chi se ne frega”, perché mai il cinema dovrebbe farsi problemi a riappropriarsi di qualcosa che gli è stato sottratto proprio dalla televisione? Per anni, la mia generazione è stata abituata ad associare il concetto di sequel ai vari Rocky II, III, IV e cose così. A opere, tutto sommato, totalmente autonome e slegate dai cliffhanger tipici della serialità pre Netflix e compagnia. Le eccezioni, quando c’erano, erano appunto eccezioni e non la regola: penso a L’Impero colpisce ancora, che all’uscita venne comunque criticato per il finale tronco (in tutti i sensi); o a Ritorno al futuro - Parte II, che si chiudeva sostanzialmente sul trailer del terzo capitolo.

«Beccati 'sta inculata!».

A parte le sortite crossmediali tipo i film di Star Trek, Heimat o Twin Peaks, che trova il suo compimento nel bistrattato ma bellissimo Fuoco Cammina con me, è stata probabilmente la trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson a sdoganare la serialità nel cinema contemporaneo. Usciti tra il 2001 e il 2003, a un anno di distanza l’uno dall’altro, La Compagnia dell'Anello, Le due torri e Il ritorno del re hanno fatto leva sul peso dei volumi omonimi e su una fanbase ampia e devota alla causa. Questa non solo era pronta ad accettare di buon grado la scomposizione dell’opera, ma anche ad evangelizzare i “non adepti” riguardo l’inevitabilità della cosa. In effetti, credo che, se fosse saltato fuori un quarto film tutto dedicato a Tom Bombadil, non si sarebbe lamentato nessuno.

Poi, sicuramente il marketing di New Line Cinema è riuscito a intercettare questo tam-tam e ad amplificarlo, oltre a metterci parecchio di suo. E pure l’ottima qualità dei film e un paio di furberie non hanno certo guastato alla causa, eh.

«Ci si vede l'anno prossimo!»

Resta che Il Signore degli Anelli, a modo suo, ha fatto scuola, e per un certo periodo è stato era tutto un adattamento a lungo termine di classici della letteratura di genere o di libri per ragazzi: Le cronache di Narnia, Queste oscure materie, ma soprattutto Harry Potter (anche se in questo caso ha poco senso parlare di serialità).

A giocarsi la carta migliore dopo Jackson, tuttavia, è stato un vero appassionato di serie TV come Quentin Tarantino. I due volumi di Kill Bill riescono ad essere, e contemporaneamente a non essere, serialità su grande schermo. Formalmente lo sono: usciti rispettivamente nel 2003 e nel 2004, ma separati da appena sei mesi, i due capitoli dell’opera sono imprescindibili in termini narrativi. A staccare è tuttavia la forma: ciascun film gode di una fortissima autonomia estetica e linguistica, tanto che da questo punto di vista sono perfettamente godibili anche come opere a sé. Classico di Tarantino, che ama depistare gli spettatori innestando la pelle di un genere sulla struttura di un’altro.

Va anche detto che infilati nei due Kill Bill ci saranno, tipo, mille generi diversi.

Comunque, a partire dagli anni Duemila (anche probabilmente in via dell’espansione delle serie TV), il cinema è diventato progressivamente più aperto alla serialità. Tuttavia, come accennavo sopra, è bene ricordare che non si tratta di un’evoluzione, ma semmai di una riappropriazione, dal momento che, per gli spettatori degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, andare in sala per spararsi l’ultimo episodio di questa o di quella serie era assolutamente normale.

Il primo serial cinematografico, What Happened to Mary?, risale addirittura al 1912, e stiamo parlando di un genere ben definito, che ereditava gli stilemi dei romanzi d'appendice: intrighi, colpi di scena e chiusure a effetto erano un ottimo mezzo per agganciare lo spettatore.

L’accezione comunemente più usata del termine “cliffhanhger” nasce proprio in quel contesto, più nello specifico in seno alla serie muta The Adventures of Kathlyn, passata in sala tra il 1913 e il 1914. Ispirato dalle storie a puntate pubblicate sui quotidiani dell’epoca, il produttore William Nicholas Selig decise di inserire un elemento di tensione al termine di ogni episodio, con la promessa implicita di scioglierlo durante quello successivo.

Prima che la formula venisse assorbita dalla televisione, di questi serial se ne produssero a dozzine, perlopiù nel formato di una quindicina di episodi da un’ora o poco meno ciascuno. In Francia, patria del feuilleton, andavano per la maggiore serie noir come Fantômas o lo strepitoso Les Vampires, quest’ultimo dedicato alle avventure di una banda di ladri, attiva a Parigi e guidata dalla misteriosa Irma Vep.

Musidora interpreta la fatale Irma Vep. Il personaggio è stato ripescato nel 1996 nel film omonimo di Olivier Assayas, passato anche dalle nostre parti grazie al solito Ghezzi.

Negli Stati Uniti, a fianco dei serial romantici o d’avventura, c’erano quelli dedicati a supereroi e affini: Flash Gordon, Batman, The Phantom, Adventures of Captain Marvel (non questo qui, ma quello là nato in seno alla Fawcett Comics, poi ribattezzato Shazam per questioni legali, e tra poco esce il film eccetera eccetera), e - udite udite - Captain America.

Nella sua primissima incarnazione cinematografica, prodotta da Republic Pictures, Cap è molto diverso da quello che conosciamo, ed è solo parzialmente ispirato al personaggio dei fumetti: il suo alter ego non è il soldato Steve Rogers ma il procuratore distrettuale Grant Gardner. Mancano il siero, i nazisti e soprattutto non c’è traccia dell’iconografico scudo, rimpiazzato da una più prosaica pistola. Ciò nonostante, la prossima volta che sentirete qualcuno rognare che «le serie con i supereroi al cinema basta, e dove andremo a finire?» potrete sbattergli in faccia questo poster datato 1944 e invitarlo a farsi un paio di giri del palazzo.

Tiè!

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata agli Avengers, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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