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La miglior graphic novel sulla DROGA!

La miglior graphic novel sulla DROGA!

Quando mi è arrivata la mail di Andrea Maderna sull'argomento della Cover Story di febbraio mi son detto: “Dai, anche stavolta non scrivo niente!”. Io che non ho mai acceso neanche una sigaretta, faccio fatica pure a mandar giù una Tachipirina, ho una leggera agofobia ed emofobia, come faccio a parlare di qualcosa che non ho mai provato? Ancora ho gli incubi per l'overdose di Jane in Breaking Bad. Quindi ho scartato subito l’opzione memoir e vita vissuta. Poi ho dato una sbirciatina alla lista dei videogiochi, ma avendo giocato si e no a quattro o cinque titoli di quelli elencati, ho pensato che non ne valesse la pena. Di film, anime o serie TV non so parlare. Quando stavo per mollare, perché neanche tra i fumetti e manga avevo qualcosa da dire, nella mia mente si è aperto un cassettino ed è saltato fuori Italo di Vincenzo Filosa.

Lui è Italo Filone/Vincenzo Filosa, spiaggiato sul divano di casa dei genitori: una mano sul cellulare e l’altra sul…

Sul finire del 2019 il fumettista, traduttore e insegnante dà alle stampe per Rizzoli Lizard un volumetto cartonato di 200 pagine. Sulla copertina completamente nera spiccano ancora di più un Rolex in grigio e due strisce bianche. Non servono molte tavole per capire che quelle due strisce non sono di zucchero, neanche di farina, ma di droga! Girando le prime pagine, sempre a sfondo nero, un laccio emostatico, poi una siringa, una goccia e il titolo scritto in verticale. Italo Filone ha quasi quarant’anni, vive a Milano ma è di origini calabresi, ha una moglie e un figlio, fa fumetti per campare e si ritrova in fila al SerT di via Argelati, in mezzo a molti tossici, per prendere la dose di metadone che ha finito in anticipo. Poco dopo, Filosa mette in scena alcune fra le pagine più belle di tutto il libro e ci fa capire che quello che abbiamo tra le mani è indubbiamente il miglior fumetto mai scritto sulle dipendenze da sostanze stupefacenti, o meglio da potenti antidolorifici. 

La soluzione a tutto (no, non è vero).

Di ritorno dal SerT, passeggiando con indosso un berretto e un lungo cappotto per una Milano invernale, Italo riflette sulle motivazioni che lo spingono a cedere alle droghe. Parte con una tavola la cui gabbia è divisa in due vignette, che però formano un’unica immagine in cui dice “Sono depresso” nella prima e “Ho nostalgia di casa” nella seconda. Nella tavola successiva, questa volta le vignette sono quattro e continua con: “La schiena a pezzi”, “Nessuno mi capisce”, “Mi sento solo”, “Non ho un lavoro”. Girando la pagina, le vignette diventano otto, anche se compongono un’unica splash page in cui si vede un angolo cittadino con le macchine, le strisce pedonali e alcuni passanti. Qui le persone si uniscono alle giustificazioni di Italo e cominciano a dire le cose più disparate: “Odio il mio capo”, “ Volevo soltanto rilassarmi”, “Dovevo provarla”. Giriamo ancora pagina e le vignette diventano sedici, mantenendo sempre la struttura di splash page, solo che le cose cominciano ad assumere un tono surreale, l’asfalto si trasforma in una sorta di tessuto biologico, come un primo piano sulle rughe della pelle, i pedoni cominciano a perdere i connotati umani ma continuano le lamentele: “Qui al nord non si vive bene”, “Non ho più idee”, “I miei libri non vendono” (questo è Italo/Vincenzo). Le cose precipitano nelle due pagine successive: delle scolopendre scheletriche e giganti terrorizzano la gente che cerca di scappare via terrorizzata ma continua ad urlare motivi sempre più assurdi: “L’INPS”, “I profughi”, “La scomparsa delle api”, “L’antropocene”, “Il cazzo”, “La fica” (per par condicio). Nell’ultima e delirante serie, le sessantaquattro minuscole vignette vanno a comporre un quadro che non ha nulla da invidiare agli orrori e sevizie del miglior Hieronymus Bosch. Tutti gli umani sono stati soggiogati e trasformati in orribili creature da un’entità ciclopica, ma continuano nonostante tutto ad avere pensieri stravaganti per giustificare la dipendenza: “Stitichezza”, “Crollo di like”, “Sopravvivere a un figlio”, “Game over”. 

Questo è il punto più alto di Italo. Ma tutto il libro è costellato di pagine memorabili.

Italo snocciola centinaia di motivazioni per cedere alle droghe e tutti intorno sembrano assecondarlo, nessuno escluso: giovani, anziani, ricchi, poveri, eruditi, ignoranti. Ogni scusa è buona. Italo, in realtà, di problemi ne ha diversi: un lavoro che la maggior parte delle persone non crede neanche sia un lavoro; è quasi sempre al verde e in ritardo con i pagamenti dell'affitto; anche i genitori rimasti in Calabria lo vedono come un mezzo fallito; il rapporto con la moglie è un nervo scoperto e suo figlio a volte un peso. Italo non cerca la ribellione attraverso la droga; al contrario, usa la sostanza come un tappo per non esplodere, per mantenere uno status quo che sta crollando. La dipendenza diventa un meccanismo di difesa contro la complessità del mondo moderno. A differenza del Pompeo di Andrea Pazienza, Italo non fa uso d’eroina (anche se ha provato di tutto), ma di potenti antidolorifici oppiacei. Questa distinzione è fondamentale: Italo non si sente un "tossico" nel senso classico del termine. La sua è una dipendenza che nasce da una prescrizione medica, un male che si nasconde dietro una facciata di normalità borghese, fatta di famiglia e lavoro. È la dipendenza della classe media, che usa la chimica per sopportare il peso di un'esistenza che percepisce come inadeguata. È il ritratto (o meglio ancora autoritratto) spietato e onesto di una generazione (quella dei trentenni e quarantenni) che si crede diversa e reazionaria, che cerca di prendere le distanze dalla gente “comune”, ma che alla fine cade nelle stesse dinamiche e bassezze. 

Il giudizio sulla famigliola napoletana al mare è l’esempio supremo di che “pasta” è fatto Italo.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Droga e dipendenze | Cover Story

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