Un Wonder Boy che compie quarant'anni
Andava tutto bene. Il Grande Sogno Giapponese avanzava a vele spiegate. Vaglielo a spiegare che mentre giocavano a Baburu Boburu (Bubble Bobble, ndr) si stava gonfiando la baburu keizai, la bolla speculativa.
Ma siamo nel 1986. La baburu keizai è ancora latente. Non si parla di deflazione. Tutto OK. I videogame spadroneggiano. E gli arcade sono una cosa che ai giapponesi riesce particolarmente bene: dinamici, potenti, inarrestabili. In sala giochi come su Famicom o Mark III, è veramente difficile che gli sviluppatori nipponici sbaglino un gioco d’azione.
Cambio tempo verbale perché il presente usato così mi sta sulle balle, scusate.
Un certo Super Mario Bros. aveva appena chiarito che i platform game, come sarebbero stati battezzati in seguito, erano la delizia perfetta. Visuale laterale e protagonisti tendenzialmente antropomorfi offrivano la possibilità di creare personaggi riconoscibili cui affezionarsi - e mondi a scorrimento da attraversare a perdifiato. Nessun coin-op durava più di un’ora.
Ma la verità è che nemmeno questo tono da “articolo qualsiasi di retrogaming” mi titilla, mi sollucchera. No. Quello che mi titilla, o che comunque mi segue come l’ombra della mia identità di mezz’età, è il pensiero della mortalità. Che non vuol dire “penso alla morte tutto il tempo”, mettete giù le vostre preoccupazioni. Vuol dire pensare a quel mirabile monologo che chiude Il tè nel deserto aka The Sheltering Sky, film di Bernardo Bertolucci tratto dal romanzo di Paul Bowles. Ora, i cinefili se la menano per il mirabile doppiaggio di Enrico Maria Salerno, ma voi dovete sapere che è infinitamente più eterna la recitazione fatta da sarcazzochi all’interno del brano Fullmoon dal mirabile disco di Ryuichi Sakamoto Async (2017), dove il nostro rifletteva sulla mortalità in modo molto più struggente, vuoi per l’età, vuoi per il cancro che in effetti poi se l’è portato via, almeno a livello materiale.
Poiché non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile.
Eppure, tutto accade solo un certo numero di volte, un numero davvero piccolissimo.
Quante altre volte vi ricorderete di una certa determinata sera della vostra infanzia, una sera che è così profondamente parte di voi che non riuscireste nemmeno a immaginare la vostra vita senza?
Forse quattro o cinque volte in più, forse nemmeno.
Quante altre volte vedrete levarsi la luna?
Forse venti.
Eppure, tutto sembra senza limite.
Io manco so chi minchia sia Paul Bowles, posso solo commentare che è l’anagramma di Pula Bowels. E Bertolucci mi sta sul caz al 70% circa. Ma Sakamoto, maronn che OST che ha tirato fuori per The Sheltering Sky. Che tema, anzi. L’OST è pur sempre quella per un film di Bertolucci quindi al 70% è OK ma poi c’è troppo afrore di Bertolucci perfino nella musica.
Tutto questo per dire che Ryuichi Sakamoto condivide il nome proprio con Ryuichi Nishizawa, l’autore di Wonder Boy, e il cognome con Shinichi Sakamoto, l’autore della musica di Wonder Boy Monster Land.
E queste sciocche combinazioni sono una ghirlanda di inutilità che vorrebbe celare quella frase che ancora vi risuona dentro, anche se avete cercato di leggerla come se non fosse importante.
Quante altre volte vi ricorderete di una certa determinata sera della vostra infanzia, una sera che è così profondamente parte di voi che non riuscireste nemmeno a immaginare la vostra vita senza?
E allora che fai, per consolidare quei momenti, quei momenti così profondamente parte di te? Tsk, guarda come cambio punto di vista per non puntare il dito su “me” quando fa più male. Che faccio, dunque, per consolidare quei momenti? Faccio la persona di mezz’età che altro non può che comprarsi un palliativo, trasformare dei soldi in un bene identitario e posizionale. La scheda da sala giochi originale di Wonder Boy! Costa un botto, ma oh, è la scheda originale. Ora non ti senti più autentico grazie alla spesa?
L’ho già scritto in tempi non sospetti qui su Outcast, delle “schede tombali”. La cosa è solo andata peggiorando. Spesso mi immagino sdraiato nudo sul pavimento della cantina come la ragazza di American Beauty, ma, invece che ricoperto di petali di rosa, sepolto da Printed Circuit Boards. È importante autoraffigurarsi nel modo più grottesco possibile: almeno c’è la scappatoia dell’autoironia. L’autoironia è una cosa complessa, soprattutto sopravvalutata, ma d’altro canto, se non hai nemmeno quella è pure peggio, lì proprio stai buttando via questo bislacco momento di esistenza in qualità (qualità?) di essere umano.
Sakamoto.
Ora ascoltate questa.
Immaginatevi ad ascoltarla in una chiesa deserta a Randazzo (CT) alle due di pomeriggio di luglio piangendo sommessamente. Soprattutto se siete atei.
Bene. Ora che vi siete lavati, passiamo all’osservazione del reperto.
Abbiamo qui un uomo (ora addirittura in terza persona! manca solo il pluralis maiestatis) che ha tanta voglia di mostrarvi le schede tombali che compongono tutta la saga arcade di Wonder Boy. Il video è stato fatto apposta per Outcast durante il format di Kenobisboch Productions Curarsi con i coin-op che solo dal titolo sprizza mezza età da tutti i pori. Poi ho fatto casino e ho dimenticato di avvertire che l’estratto Wonder Boys era da non pubblicare sullo YouTube di Kenobisboch ma vabbe’ insomma eccoci qua con questo viaggio che vorrebbe celebrare Wonder Boy e invece è portato avanti con una finta spocchia da finto collezionista, ibridata con questa malinconia di cui sopra. La cosa più bella della PCB di Wonder Boy sono le riparazioni, tutti quei cavetti bianchi che coglierete in certi fotogrammi. Tutto quel disperato sforzo umano per evitare che un oggetto inanimato muoia esaurendo la sua funzione. Come se preservare l’oggetto salvasse anche noi, che ci siamo attaccati, dalla morte.
E salutiamoci con David Sylvian che recita una poesia di Arseny Tarkowsky, sempre musicata da Sakamoto, sempre da Async.
PS
Al momento di scrivere questa cosa, io comunque ne avevo cinquantadue, di anni. Il Wonder Boy che ne ha compiuti quaranta ad aprile è Wonder Boy!
PPS
Invece che “momento”, qui sopra avevo scritto “memento”. Giuro




