Tulsa King è un’adorabile spacconata
Fino a una quindicina d’anni fa, anno più anno meno, le serie TV erano considerate un prodotto largamente inferiore rispetto al cinema. Gli attori che vi recitavano erano considerati quasi di serie B, tant’è che raramente qualcuno partito da una serie TV si è imposto anche sul grande schermo, e gli attori di alto rango non pensavano neanche lontanamente alla possibilità di recitare in un prodotto seriale, salvo forse qualche occasionale cameo.
Poi, le cose sono cambiate. Le serie TV sono diventate progressivamente dei prodotti di qualità con un seguito e un fandom molto vasto, e gli attori che vi recitano sono diventati delle vere e proprie star. Attori come Kevin Spacey, Glenn Close e Kevin Bacon, tanto per fare qualche nome, hanno preso parte a serie televisive con alterne fortune, segno che il modo di percepire la serialità televisiva è cambiato non solo presso il consumatore finale ma anche e soprattutto dalla macchina hollywoodiana dell’entertainment.
E, alla fine, anche un divo come Sylvester Stallone ha ceduto. Nonostante abbia continuato per anni a insistere a portare avanti Rambo e Rocky fino alla morte e su sequel fuori tempo massimo di piccoli cult come Cliffhanger e Demolition Man, dal 2022 Sly è il protagonista di Tulsa King.
La serie creata da Taylor Sheridan vede Stallone nel ruolo di Dwight Manfredi, meglio noto come “Il Generale”, un vecchio boss della criminalità organizzata italoamericana, che dopo aver scontato venticinque anni di prigione esce e torna in attività, ma il vecchio capofamiglia decide senza tanti complimenti di mandarlo via da New York e spedirlo a Tulsa, in Oklahoma, per sviluppare un nuovo business.
Manfredi, nonostante lo smacco, accetta di buon grado l’incarico e si stabilisce a Tulsa, dove crea molto rapidamente e senza troppi ostacoli quello che diventa pian piano un vero e proprio impero, costruendo una nuova e bizzarra famiglia, composta da Tyson, un giovane tassista che diventa prima il suo autista personale e poi il suo uomo di fiducia, Mitch, il proprietario di un locale di cui diventa socio, e Bodhi, un simpatico nerd con cui apre un negozio di marijuana. Manfredi cercherà di ricostruire anche i rapporti con la sua vera famiglia biologica, ormai ridottasi alla figlia e alla sorella, oltre che a dover fare i conti con la concorrenza, ingolosita dal profitto delle attività messe in piedi da Dwight.
Tulsa King, attualmente composta da tre stagioni, è una serie particolare, quasi strana oserei dire.
Si tratta, fondamentalmente, di un crime drama con toni da commedia. La serie scimmiotta opere come Justified e I Soprano, ma è molto leggera e meno impegnativa. Non ha la drammaticità e la profondità di quelle due serie. Se Tony Soprano è un uomo complesso e un criminale spietato, Dwight Manfredi è l’opposto. Ci troviamo davanti a un “uomo d’onore” vecchio stampo, con dei valori, per nulla malvagio nonostante sia un boss della malavita. E anche il tono generale della serie è spesso orientato verso la commedia, i toni sono molto più soft e di sangue ne scorre molto poco. Non mancano scazzottate e sparatorie, ma di drammaticità non ce n’è quasi nemmeno l’ombra.
Nonostante le puntate scorrano in maniera piacevole e siano sicuramente più accessibili rispetto a serie più impegnate, Tulsa King ha un grande difetto, una grande mancanza che fa perdere alla serie parte del potenziale che ha, vale a dire dei villain credibili e carismatici che diano del filo da torcere al buon vecchio Stallone. Infatti, la leadership di Manfredi come boss criminale di Tulsa non viene mai messa in discussione: nonostante gli avversari non manchino, nessuno risulta all’altezza di Dwight. Se nella prima stagione la minaccia principale per la famiglia è una gang di motociclisti (anche qui, niente a che vedere con Sons of Anarchy, nonostante la fonte d’ispirazione sia quella), nella seconda le cose sembravano essere cambiate, con l’introduzione della coppia Cal Tresher e Bill Bevilacqua, rispettivamente un freddo uomo d’affari e il boss della mafia di Kansas City, anche per la scelta di due bravi caratteristi come Neal McDonough e Frank Grillo, ma, dopo qualche baruffa, finisce tutto a tarallucci e vino, collaborando insieme contro una triade cinese che insidia il mercato della marijuana. Le cose migliorano con la terza e attualmente ultima stagione, dove viene introdotto Jeremiah Dunmire, boss della Dixie Mafia che entra in rotta di collisione con Manfredi per l’acquisizione di una storica distilleria di Tulsa. Un uomo violento, freddo e manipolatore, interpretato per l’occasione da un imbolsito e quasi irriconoscibile Robert Patrick, il famoso T1000 di Terminator 2.
Diciamolo chiaramente: Tulsa King è una serie Stallone-centrica. Tutto è stato scritto e sviluppato soprattutto e prima di tutto per mettere sotto i riflettori l’attore italoamericano e per lanciare la carriera della figlia Scarlet Rose, che recita nella serie in un ruolo minore. Sly si diverte un sacco ad interpretare Dwight Manfredi, gigioneggia sornione con i suoi completi gessati, rolex e anelli d’oro e la sua spilla con le stellette da generale. Lo stesso personaggio di Manfredi è stato scritto perché sembrasse quasi del tutto positivo: un uomo carismatico dal cuore d’oro, leale con amici e famiglia, che usa la violenza solo se necessario. Anche le attività criminali che compongono il suo impero sono spesso legali o “miste”: commercio di cannabis, locali, rivendita di auto usate e partnership finanziare con imprenditori locali.
Insomma, Tulsa King è una serie assolutamente consigliata a chi, come il sottoscritto, è cresciuto con il mito di Sylvester Stallone come star dei film d’azione degli anni novanta e adesso lo può apprezzare in ruolo diverso, più ironico e leggero (anche se Sly non perde il vizio di prendere a sganassoni qualcuno e di usare il suo fascino per sedurre qualche donna, nonostante sia ormai un simpatico settantenne) o ha bisogno di un’opera più leggera e meno impegnativa rispetto ai crime drama tradizionali.
La serie è disponibile su Paramount +
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




