Outcast

View Original

Stefano Sollima, “Un’altra televisione è possibile”

Nel marzo del 2010, Boris inaugurava la sua terza stagione con un dittico di episodi intitolato Un'altra televisione è possibile. Scelta ficcante, quella degli autori Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre (♥️) e Luca Vendruscolo, che in una botta sola denunciava per antitesi l’impossibilità di realizzare qualcosa di nuovo nei sancta sanctorum della TV italiana, ovvero gli studi di RAI e Mediaset, ma contemporaneamente lanciava un segnale di speranza, visto che la stessa esistenza di Boris era la dimostrazione che si potevano infrangere, o perlomeno aggirare, schemi fermi al palo da almeno vent’anni, se non di più.

Insomma, forse non lì, magari nemmeno di là, ma da qualche parte un’altra televisione era davvero possibile. E già da un po’, considerato che la carovana di Ferretti era sbarcata sui palinsesti di Sky nel 2007, rinverdendo i cliché della commedia all’italiana attraverso una robusta iniezione di ritmi e tempi all’americana. Programmatico, in questo senso, il titolo del pilota, Il mio primo giorno, che arrivava dritto dall’analogo My First day di Scrubs.

Intanto, sempre su Sky, nel 2008 faceva la sua comparsa un’altra opera di genere destinata a cambiare le cose. Dopo la miniserie Quo vadis, baby?, tratta dal romanzo omonimo di Grazia Verasani, rimbombato al cinema grazie a Salvatores, l’azienda aveva deciso di replicare, giocandosi ancora una volta la carta romanzo → film → serie TV. A questo secondo giro, la scelta era caduta su Romanzo Criminale, nato dalla penna di Giancarlo De Cataldo e da lì passato in sala con discreto successo per la regia di Michele Placido, con un cast che riuniva le promesse del cinema italiano dei primi Duemila: Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca, recuperando pure Kim Rossi Stuart nel ruolo chiave del Freddo.

Un eroe italiano.

La sceneggiatura della serie venne affidata a Leonardo Valenti, Paolo Marchesini, Barbara Petronio e Daniele Cesarano, provenienti da produzioni “crime” delle reti Mediaset (R.I.S. - Delitti imperfetti), mentre il titolo di capitano se lo appuntò Stefano Sollima, regista romano, all’epoca poco più che trentenne.

Lato fiction, il nostro era partito negli anni Novanta con una serie di cortometraggi apprezzati in giro per i festival, dopodiché era passato al lato oscuro dirigendo per la RAI alcuni episodi di Un posto al sole e de La squadra, fino a realizzare la miniserie Ho sposato un calciatore, per le reti di Silvione.

Una carriera, quella di Sollima, che fino al 2005 sembra sorprendentemente simile a quella del Renè Ferretti di Boris. Uso il “sembra” perché mentre con una mano girava cortometraggi e soap partenopee, con l’altra reggeva la telecamera per NBC, CBS e CNN realizzando documentari e reportage da zone di guerra.

In più, Stefano era figlio d’arte. Il padre, Sergio Sollima, era stato un apprezzato regista e sceneggiatore di genere. Uno del giro di Sergio Leone, attivo tra gli anni Sessanta e Settanta con western politici come La resa dei conti e Corri uomo corri, o noir come Città violenta, Il diavolo nel cervello e Revolver. Tutta roba che ha contribuito a farne una musa di Tarantino, tra l’altro.

Per Sollima senior, però, il successo di pubblico arrivò nel 1976, proprio con una serie, anzi, uno sceneggiato, come si diceva all’epoca. Mi riferisco a Sandokan, interpretato da Kabir Bedi, oltre che dagli ottimi Philippe Leroy, Andrea Giordana e Adolfo Celi, tra gli altri.

Un eroe indiano.

Ora, io, nel 1976, non ero ancora nato, ma ho avuto abbondantemente modo di recuperare la miniserie tratta da Salgari attraverso le repliche andate in onda negli anni Novanta, trovandola comunque più avvincente della maggior parte della roba che incrociavo in TV.

In effetti, nel ventennio tra la prima metà dei Sessanta e gli Ottanta, la fiction a episodi nostrana aveva attraversato un’epoca d’oro. Oltre a Sandokan, vale la pena di ricordare Il segno del comando di D'Anza, l’Odissea di Rossi, Schivazappa e Bava; il Cristoforo Colombo di Lattuada, il Marco Polo di Montaldo, il Pinocchio e il Cuore di Comencini, e potrei continuare solo per sottolineare che la storia della televisione italiana non ha sempre detto merda. Semplicemente, da un certo punto in avanti, la tradizione dei grandi sceneggiati storici o d’avventura si è dissipata, le produzioni hanno abbassato il tiro e smesso di esplorare i generi, finendo per perdere la bussola o a arenarsi tra commedie e drammoni familiari, salvo eccezioni come i Fantaghirò di Lamberto Bava o l’Elisa di Rivombrosa di Cinzia TH Torrini (che, non a caso, rivendicava l’eredità di Sandokan attraverso un cameo di Philippe Leroy).

Ma torniamo a Stefano Sollima: in via del suo lignaggio, della sua attitudine esterofila ma anche della capacità di gestire i compromessi, rappresentò la testa di ponte di un sottobosco di autori nati e cresciuti con un piede nel sistema e che scalpitavano per cambiare le cose. E ci riuscirono, in parte, proprio partendo dal successo di Boris e di Romanzo Criminale.

«F4, va in automatico!»

Tenendo presente l’estetica del film di Placido, ma partendo dalla struttura del romanzo, a sua volta saldamente ancorato alle epopee criminali di Coppola e di Leone, oltre che alle tragedie di Shakespeare e alla mitologia classica (qui e qui mi spippono abbondantemente sul tema), Sollima riesce ad azzeccare praticamente tutto, restituendo quella che è, a oggi, la versione più popolare del “mito della Magliana”. Certo, la qualità della messa in scena non è sempre costante, alcune puntate della prima stagione hanno un po’ di fiatone e sfiorano il filler. Ma son dettagli, se paragonati alla scrittura modernissima, al ritmo, alle gestione delle musiche e alle scelte di cast, a cominciare da trio Montanari, Marchioni, Roja, passando per lo straordinario Bufalo di Andrea Sartoretti (già “sceneggiatore” di Boris), fino al Terribile di Marco Giallini, mille volte più efficace nei panni del “padre da uccidere”, rispetto a quello del film.

In via del carisma della banda, del taglio epico del racconto, e grazie all’ottimo lavoro sui dialoghi gergali («A legge' vado lento, ma a sgama' l'infami so' 'na spada!»), tra il 2008 e il 2010 la serie sfonda. I ragazzini parlano di “batterie”, si danno nomignoli ispirati ai membri della banda, e nelle trattorie la cacio e pepe va fortissimo. L’unico problema è che l’amicizia virile tra Freddo, Libanese, Bufalo e Dandi ricorda un po’ troppo l’affiatamento romantico tra i surfisti di Milius, piuttosto che certi impicci dei film di Scorsese.

Solo, con le bare al posto delle tavole.

Sollima di questo se ne accorge, e oltre a portare in sala due film durissimi come A.C.A.B. e Suburra, che affondano le mani nel marcio delle istituzioni, con la serie successiva, Gomorra, aggiusta il tiro. Riequilibra la bussola morale dei suoi personaggi e complica il gioco di immedesimazione da parte dello spettatore.

Anche questa volta, Sky si appoggia alla solita formula e parte da un libro - quello omonimo di Saviano - passando per un film - diretto da Garrone. Tuttavia, qui la rielaborazione del materiale di riferimento è nettamente più radicale e le fonti rimangono giusto sullo sfondo o nei titoli dei comunicati stampa.

Sollima continua a fare quello che gli riesce meglio, ossia il cinema di genere appoggiato alla tragedia shakespeariana, solo che migliora quasi tutto. La messa in scena e la scrittura, per cominciare, sono più centrate e asciutte rispetto alle analoghe di Romanzo Criminale, e se da una parte la mancanza del tiro romanesco si sente, il lavoro linguistico e dialettale applicato a Gomorra è incredibile, al punto che al nord c’è chi segue la serie con i sottotitoli. Se i membri della banda si divertivano a gigioneggiare con uscite taglienti, qui la parlata va dall’inquietante al respingente, e serve alla perfezione personaggi definitivamente rappresentati come spietati criminali.

«Gènny, ci song e' sottotitolì!»

Il regista romano gioca di decostruzione, come a dire “Prima ho fatto così, ma ora le cose sono diverse, più vere”. Il capocamorra Pietro Savastano, il suo braccio destro Ciro Di Marzio e, da un certo punto in avanti, il figlio Genny costituiscono i lati di un triangolo drammatico classico di ascesa, parricidio e decadenza. Sono scritti senz’altro benissimo, ma non trasmettono l’empatia dei romani né si concedono parentesi cazzone. Sono criminali, stop, commettono azioni che vanno dal deprecabile all’apertamente disumano e i nodi vengono sempre al pettine, sia in termini diegetici che agli occhi dello spettatore, al quale non vengono risparmiati ragazzini trucidati, genitori uccisi e tutto il peggior repertorio del caso.

In più, anche se il cuore del racconto si consuma a Secondigliano, le sottotrame ricostruiscono i legami tra la malavita organizzata e istituzioni apparentemente rispettabili che agiscono in tutta Italia, oltre ad allargarsi verso Europa e America Latina.

Dopo aver consegnato due ottime stagioni di Gomorra, Sollima decide di staccare un biglietto per gli Stati Uniti e mette il suo talento al servizio di Soldado, sequel del Sicario di Villeneuve da cui recupera e approfondisce i personaggi interpretati da Benicio del Toro e Josh Brolin. Al momento, invece, è impegnato con le riprese di Without Remorse, tratto dal romanzo omonimo di Tom Clancy e interpretato, tra gli altri, da Michael B. Jordan.

«Mo' ce ripigliamm' tutt' chell che è 'o nuost'!».

Prima di avventurarsi all’estero, però, il cineasta ha aperto le finestre della scena italiana, fatto entrare aria nuova e levato l’odore di muffa. Contribuendo, in definitiva, a rendere l’ambiente più ospitale anche per tutti quegli autori che, magari, in altri momenti non avrebbero preso in considerazione l’idea di fare televisione. Ricordiamoci sempre che il Sorrentino di The Young Pope è lo stesso che, ai tempi di Boris, filmava Medical Dimension col telefonino, a sfregio.

Si potrebbe arrivare a dire, senza esagerare di troppo, che tutta la nuova ondata di cinema di genere che ha attraversato lo stivale durante gli ultimi sei o sette anni sia passata per la breccia aperta da Sollima. Roba come Lo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti, Veloce come il vento, di Matteo Rovere, o Sulla mia pelle, di Alessio Cremonini. Quindi, tutto è bene quel che finisce bene? Nì. C’è anche l’altro lato della medaglia.

Nella breccia di cui sopra, si sono infilate a buffo anche serie decisamente più sciatte come Suburra – La serie, ma soprattutto 1992 e Baby, che nonostante la ruvidità di temi e linguaggio, in termini strutturali hanno più cose in comune con certe produzioni RAI degli anni bui, che con Romanzo Criminale o Gomorra, che tendono a scimmiottare. Con questa osservazione non voglio fare di ogni erba un fascio, né mettere le mai avanti. Ripeto, di nomi nuovi ce ne sono, di idee pure, e c’è spazio per realizzare un sacco di roba fighissima. Però la merda è sempre dietro l’angolo e sottoprodotti come Baby stanno alla buona televisione di Sollima come Tommaso Paradiso al rock di Giorgio Canali, ecco.

Generica musica indie di sottofondo.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a The Irishman e al crimine, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.