Outcazzari

Mission: Impossible 2 - John Woo entra in un caffè: BOOOM!!

Mission: Impossible 2 - John Woo entra in un caffè: BOOOM!!

Australia, fa caldo, fa molto caldo.

Una seggiolina da campeggio con “DIRECTOR” scritto a caratteri cubitali ospita, incolpevole, un irrequieto ed estremamente sudato Wu Yu-seng, più noto al mondo come “John Woo”. A fianco a lui l’assistente alla regia è visibilmente nervoso: la regola del cinema è che se il regista sta male è l’assistente che sente il dolore. Eppure le riprese sono puntuali, metà film è fatto, ora si sta iniziando a mettere su pellicola la seconda parte. Cosa può aver causato questa tensione?

John Woo parla: “Quanto ne è rimasto?”.

”Cosa? COSA?!” si chiede il povero assistente, prima di dare voce, in maniera più formale alla domanda.

”Santo cielo!! Quanto esplosivo è rimasto?? Quanto ne abbiamo ancora??!”, scatta il normalmente sommesso regista cinese, quasi emblema cinematografico del confucianesimo.

”Direttore” - non “maestro”, “capo” o “signore”, John Woo ha sempre deprecato tali vezzi - “finora l’unica scena con esplosivi è stata il disastro aereo… in digitale… non ne abbiamo ancora usato, il magazzino è pieno…”

È come se il caldo australiano non esistesse più, anzi l’assistente percepisce quasi una brezza marina alzarsi. Fino ad un istante prima sulla punta della seggiola, ora il Direttore Woo si distende comodamente appoggiandosi allo schienale, fumasse il sigaro se ne accenderebbe uno con il sorriso soddisfatto di John “Hannibal” Smith dell’A-Team.

“È bello essere me!” dice.

Boom!

Questo aneddoto, manco ve lo dovessi dire, è falsissimo. Non è neanche un aneddoto, è una mia fantasia nata nel momento stesso in cui in un qualche mese che non mi ricordo di inizio millenio uscivo dalla sala in cui avevo visto M:I-2: Mission Impossible 2.

Per quanto io sia un ignorante della settima arte, già al tempo (comunque stavo finendo Scienze della Comunicazione, almeno le basi) sapevo che i film non si girano in ordine di messa in scena, eppure non potevo non essere colpito dallo stacco così netto in cui ad una prima parte in cui tutto si era mosso come un arguto balletto di pacchi, doppi pacchi e contropaccotti, seguiva la sbragata di sparatorie, ‘splosioni, bazookate tirate da elicotteri contro auto di sgherri, Tommasino Crociera che si spara un 180° su ruota anteriore di una Triumph Speed Triple (bellissima moto, fanale orrendo) mentre con una mano spara, con l’altra frena e con la terza invisibile si aggiusta il pacco; mentre poco prima, ricordiamolo, aveva fatto ‘splodere altra roba passando nel fuoco tra le colombe (oh, John Woo, quanto sei impossibilmente fico e barocco) e aveva steso uno sgherro con una combo presa paro-paro da King di Tekken (pugno, pugno, calcio, su e calcio per sommersault drop).

Al minuto 4’15” potete chiaramente notare che si aggiusta il pacco.

Eppure questa immagine di un compassato regista asiatico che “per ragioni di trama” si era dovuto tenere fino a piantare le unghie nei palmi delle mani prima di fare esplodere qualsiasi cosa era il mio modo di sublimare quello che per me sarebbe stato, per sempre, il miglior Mission: Impossible.

A quanto pare: solo per me.

Nella classifica di gradimento della fortunata serie in cui Tommaso Crociera ha ripetutamente cercato di morire sul set (cominciando, a quanto sembra, proprio da questo, in cui pretese che nel combattimento col pugnale, che arriva fino ad un mezzo centimetro dai suoi occhi intensi, il pugnale fosse vero) Mission: Impossible II si gioca l’ultimo posto con il successivo e, a seconda dell’aggregatore di voti, molto spesso vince questa gara al più scarso.

Capisco, eh!

Del “periodo americano” dell’artista di Hong Kong non ci sono dubbi che questo è il film registicamente meno interessante, con cadute di tono e ritmo piuttosto difficili da recuperare e con interpreti che hanno grossi problemi ad entrare nella parte.

Tom Cruise stava ancora prendendo le misure ad Ethan Hunt: l’evoluzione da impacciato novellino del primo a pretoriano dell’umanità fa qui un importantissimo passo avanti, ma se è credibile come perfetta macchina da giustizia, se è già “Hunt il Bianco” paladino senza possibilità di fallire, quando deve mostrare il lato umano - cosa che, diciamolo, non gli verrà mai benissimo anche in seguito - qui è tremendo. Il corteggiamento di Thandiwe Newton è tutt’ora consigliato come contraccettivo da alcune religioni che non accettano l’uso della pillola, nonostante il pregevolissimo stunt automobilistico quale metafora della copula.

Sir Antony Hopkins appare per fare una fra le battute più misogine del nuovo millenio (su cui, colpevolmente, ammetto di aver riso) e se ne va non creditato, segno di un impegno minimo per il suo livello. Ving Rhames sta ancora capendo il suo ruolo e la già citata Newton… diciamo che era esattamente il love interest che quell’Ethan Hunt poteva meritare.

Si salvavano, come spesso accade in questi casi, i cattivi: Dougray Scott nel ruolo di un villain con seri problemi di gestione dell’ira eppure così credibile nel ruolo di quello che ci soffre a finire a far tappezzeria alla festa delle medie e Richard Roxburg, il secondo in comando con aspirazioni a divenire la donna del boss (particolarmente crudele, quindi, la sua fine per mano dell’inconsapevole amato).

Eddai, John… le colombe…

E anche se l’azione era, come detto, “John Woo Level”, pur avendo i soldoni di Hollywood, non arrivava neanche ad allacciare le scarpe ad Hard Boiled. Oppure era proprio perchè aveva i soldoni di Hollywood che non poteva elevarsi a quel punto: troppi pesi, troppi lacci.

Eppure.

Eppure M:I-2 sarà anche, a mio parere, l’unico vero erede di M:I la serie. Quella serie in cui una agenzia aveva a disposizione intere squadre di professionisti anonimi dotati ciascuno di tutti i gadget che “Q” pensava per un singolo “007”. In cui “guest agent” venivano arruolati secondo necessità. Le maschere e i modificatori vocali trasformavano completamente le persone ed i tempi erano cronometrati in quelli che erano non giochi di intelligence ma giochi di prestigio.

E in questo M:I-2 brillava: Sean Ambrose che interpreta Ethan Hunt, Ethan Hunt che interpreta Sean Ambrose, ma in realtà era Sean Ambrose di nuovo mentre Ethan Hunt interpretava il Dottor Nekhorvic che, non fosse morto, avrebbe probabilmente interpretato Sean Ambrose; il “balletto” alle corse dei cavalli con i secondi contati, i cattivi che incombono e, come Kaiser Sose, sul più bello Hunt “puff: sparisce” (Sigla di testa: Take a Look Around dei Limp Bizkit - Sigla di coda: I Disappear dei Metallica).

Tutto questo era il pane di M:I ed era anche il pane di John Woo: l’ossessione per cui i personaggi a seconda di dove, quando e chi era in scena non erano che due facce della medaglia, opposte ma assolutamente intercambiabili, che passava da The Killer e Face Off per arrivare qui.

Face/Off, un film impossibile
Outcast Staff

Quando, col quarto Mission: Impossible, da molti ben valutato e, oggettivamente, meglio ritmato, si vanteranno di aver “tolto di mezzo la paccottiglia”, la mia moderata reazione sarà: “E allora che c@$$° lo avete chiamato Mission: Impossible a fare??!!”.

Questo, ovviamente, non mi impedirà di continuare a seguire la serie che forse più è riuscita ad avvicinarsi al mito di “007”, penalizzata immagino solo dal fatto di essere nata troppo tardi, quando le spie non potevano essere più icone di stile e, nonostante l’impegno profuso da Tom, semidivinità.

Ma M:I-2 resterà per me, immeritatamente, il migliore.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a 007 e in generale alle spy story, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Esclusive per tutti

Esclusive per tutti

Hitman + Bond = Il Giorno dello Sciacallo

Hitman + Bond = Il Giorno dello Sciacallo