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Il mio rapporto con la serie Ultima | Racconti dall'ospizio

Il mio rapporto con la serie Ultima | Racconti dall'ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Parlare della serie Ultima significa, per me, parlare dell’inizio della mia passione per i videogiochi. La mia primissima console è stata un Atari 2600 regalatami da mio cugino (che l’ha poi rivoluta indietro, l’enorme infame). È stato però solo attraverso il computer che ho sviluppato un vero e proprio amore per: dalle prime esperienze con Chessmaster, Commander Keen e Duke Nukem II non ci è voluto molto perché mi rendessi conto che apprezzavo più di ogni altra cosa i giochi di ruolo. Il mio primo contatto con Ultima si è consumato ai tempi del sesto episodio, The False Prophet, con cui giocai affrontando enormi difficoltà perché all’epoca conoscevo pochissimo la lingua inglese.

Ultima VI: The False Prophet.

Nonostante la barriera culturale, però, mi affascinava la premessa che l’eroe fosse una persona normale del nostro mondo finito catapultato in un ambiente fantasy. In un qualche modo acerbo e istintivo apprezzavo anche la profondità di gioco, il sistema di magia basato su reagenti e mantra, e in generale l’idea di essere in un mondo diverso da quello in cui ero nato e dove vivevo normalmente.

Ci sono voluti anni perché mi rendessi conto dell’importanza della serie Ultima, e la scintilla dell’amore vero e proprio è scattata, sconvolge me per primo dirlo, con Ultima Online. Quel gioco era… perfetto per me, quando ambientato in uno Shard (server) dove si giocava di ruolo, inoltre aveva un sistema di skill che trovavo semplicemente perfetto, dato che le abilità del giocatore salivano quando venivano effettivamente usate. Volevi diventare più bravo a lanciare magie? Dovevi lanciare magie. Volevi diventare più bravo a combattere con la spada? Esatto, dovevi combattere contro quei maledetti scheletri del cimitero di Britain fino a consumare il dito sul tasto sinistro del mouse.

Alla fine era un sistema simile a un altro gioco di ruolo che amavo in quegli anni: The Elder Scrolls II: Daggerfall, e per dare onore a chi è dovuto, ho sempre concordato con la frase di Todd Howard: “Non ha senso che un ladro diventi un ladro migliore ammazzando un ladro, deve fare il ladro”, presa, più o meno testuale, dal manuale di gioco.

Ma torniamo a Ultima, si? Ultima Online divenne più o meno una droga, fu una cosa imbarazzante ma che non ho neanche problemi ad ammettere dato che fa parte del mio passato. Col tempo, e crescendo, cercai di colmare le lacune, mi giocai Akalabeth: World of Doom, il cosiddetto “Ultima 0”, amai Ultima VIII: Pagan (anche se tra i puristi non viene considerato proprio il capitolo migliore della serie), e naturalmente affrontai il settimo capitolo, da tutti ritenuto uno dei migliori giochi di ruolo mai creati. Dopo averlo provato a dovere, non posso che concordare. Le reazioni degli abitanti, il modo in cui vivevano le loro vite indipendentemente, la possibilità di agire in un modo totalmente free roaming, erano tutte cose avanti di anni rispetto ai giochi della concorrenza. Ricordo anche che ero rimasto sconvolto dal livello di dettaglio che permetteva di prepararsi del pane partendo dal grano e dalla farina, un’implementazione di un sistema di crafting che magari nei giochi di oggi diamo per scontata ma che, per l’epoca, era davvero sorprendente.

Ultima VIII: Pagan.

Ma a questo punto, e qui forse offenderò qualcuno, è stato più o meno il periodo in cui i miei gusti di giocatore di ruolo mi hanno portato ad allontanarmi da Ultima. Iniziavo ad apprezzare maggiormente i temi più “maturi” presenti in un Fallout, o l’epica forse un po’ stereotipata e banale ma sicuramente funzionale presente in Baldur’s Gate. Principalmente di questi altri giochi amavo i dialoghi, dato che aggiungevano un livello in più: non ero più solo in un altro mondo da esplorare, ma incontravo anche personaggi affascinanti con cui interagire e stabilire relazioni di amicizia e fiducia.

Ma quando devo tirare le somme, quando devo seriamente pensare a cosa c’è all’origine della mia passione per il dado a venti facce e per i giochi di ruolo in generale, non posso scordarmi della serie creata da Richard Garriot. Non posso scordarmi che il primo “personaggio virtuale” con cui ho stretto amicizia è stato Lolo, e che i primi sogni di avventure fantastici li ho avuti nel mondo di Britannia con il suo complesso sistema di virtù, di magia, e con tutta la mitologia che c’era dietro.

Forse, oggi, non riuscirei più a far partire Ultima VI emulato su Dosbox, ma se c’è una cosa che non potrò mai negare (e che non voglio negare, sia chiaro) è l’enorme importanza di questi giochi nel creare le basi su cui sono stati costruiti tutti i giochi di ruolo moderni.

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