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Racconti dall'ospizio #225: DmC è il compagno di classe fighetto che tutti invidiano

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Perché DmC: Devil May Cry ha venduto così poco e, in generale, è stato insultato quasi più diTwilight? Sfortunatamente non sono un grande analista del mondo videoludico, un luminare dell’antropologia economica o semplicemente un veggente, quindi non posso sapere con esattezza le motivazioni del flop che ha interessato il gioco prodotto da Ninja Theory, però non riesco a credere che un cambio di colore di capelli, o più in generale un cambio di stile, sia in grado di far odiare un intero gioco. Forse, essendo troppo “figo” nel suo essere diverso dal solito, in molti ci hanno rivisto il classico fighetto/alternativo della classe che tutti abbiamo odiato da ragazzi, oppure questi molti hanno odiato a prescindere l’operazione commerciale del reboot.

L’odio per le becere operazioni commerciali (e questo DmC non lo è), nella maggior parte dei casi, è condivisibile, perché da diversi anni siamo ormai sommersi da prodotti di scarsa qualità, che hanno soltanto il nome d’interessante e, in fin dei conti, possiamo tranquillamente dire di averne le palle piene. Piene di cosa? Del fatto che l’industria del videogioco, ma diciamo quella dell’intrattenimento in generale, ogni tanto sembra essere priva di qualsiasi idea e capace soltanto di fare affidamento alla nuova Trinità, formata da Reboot, Remake e L’Ennesimo Sequel.

Quando però delle operazioni commerciali sono fatte bene, con il principale intento sì di fare soldi ma attraverso un prodotto di qualità, a noi simpatici fruitori vengono regalati capolavori come Mad Max: Fury Road, l’ottimo remake di Resident Evil 2 o quel Blade Runner 2049 che solo a ripensarci il cervello torna a freezarsi [sì, Mad Max, a quanto detto da Geroge Miller, non è un reboot né un remake ma una rivisitazione della saga. Quindi un rebooake? O un remoot? Vallo a sapere]. Come sfortunatamente sempre accade, non ci sono però soltanto cose buone, prodotte da questa Trinità, esiste anche un suo lato oscuro, in grado di regalarci cagate fotoniche capaci di far incazzare anche un Hare Krishna per la schifezza che ha dovuto giocare e, soprattutto, pagare.

Penso che la presenza sempre più diffusa di questi insulti ai videogiocatori sia uno fra i motivi principali per cui DmC: Devil May Cry è stato così tanto odiato, con naturalmente qualche motivazione in più a corredo di tale odio. Cambiare i connotati di un personaggio come Dante è una mossa veramente azzardata, perché non si tratta del classico protagonista né carne né pesce, è Dante; un personaggio di cui basta dire il nome per far capire tutto. Però, quando il restyling viene fatto bene, o comunque è sensato, ponderato e prodotto con qualità, perché bisogna ricoprirlo di letame come un Biff qualunque?

Ora posso finalmente fare outing. Ho apprezzato tantissimo DmC, quasi amato, e me ne vanto. Questo nuovo episodio è un quasi perfetto ammodernamento dei precedenti giochi aventi come protagonista Dante, quello biondo col cappotto rosso. L’aggiornamento agli anni 2000 (e al moderno total black), lo si può rilevare da praticamente tutti gli aspetti del gioco, come ad esempio la caratterizzazione del protagonista, quel tanto odiato Dante emo che è semplicemente un giovanissimo figlio di Sparda, con i connotati di un ragazzo della sua età, a tratti odioso e quasi bimbominkia, che vive nel secondo decennio degli anni 2000. Sì, una persona così è odiosa e facilmente preda di insulti, ma contestualizzata all’interno del gioco, è caratterizzata ottimamente.

Un altro punto a favore del lavoro svolto da Ninja Theory è l’aspetto visivo del gioco, con come principale punto di forza il Limbo, ossia la perfetta mistione tra la malattia mentale del mondo demoniaco, caratteristica principale dei precedenti episodi, e il mondo attuale in cui tutti viviamo. Questo Limbo è sì presentato come il mondo demoniaco che si interseca con la realtà umana, ma, in realtà, ripensando ai precedenti episodi di Devil May Cry, è più il contrario. Si tratta delle ambientazioni, o più in generale delle idee, appartenenti ai quattro capitoli precedenti, che sono state prese e spostate all’interno di un mondo che conosciamo perfettamente, il nostro. Questa è la perfetta esemplificazione del tentativo, da parte di Ninja Theory, di dare una svecchiata a tutto quanto fatto in precedenza, creando così ambientazioni di pregevole fattura, tra cui possiamo trovare l’incredibile Lilith’s Club.

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Il Lilith’s Club non è una citazione a caso, in primis perché si tratta di un livello spaccamascella (come il video qui sopra ben dimostra), ma soprattutto perché si tratta anche del nome di una fra le canzoni più riuscite del gioco, quindi ora, finalmente, può partire l’ormai consueto pippone sulla musica. Questa colonna sonora, creata dai Noisia e i Combichrist, fa pienamente parte del processo di svecchiamento messo in atto da Ninja Theory e, grazie all’ottimo lavoro svolto da entrambi i gruppi, si può dire che si tratti di un altro punto a favore di DmC.

I Combichrist sono un gruppo norvegese industrial metal, mentre i Noisia sono un trio olandese tra i maggiori esponenti della drum and bass (e altri generi di bass music correlati, come breakbeat e dubstep). Apparentemente, si tratta di due generi diversi tra loro, ma alla fine, all’interno del gioco, le due diverse opere si mescolano perfettamente, accompagnando egregiamente il ritmo forsennato del gameplay. Il metal con grandi influenze elettroniche della band norvegese è capace di dare un ritmo forsennato agli scontri ed è in grado di alternarsi egregiamente con i bassi avvolgenti dei Noisia, creando così una perfetta alternanza, tale che, mentre si pestano demoni come se non ci fosse un domani, quasi non ci si rende conto del cambio di traccia. Proprio per questo, durante tutte le ore di gioco, l’esperienza sonora risulta essere un qualcosa di perfettamente incastonato all’interno del gioco stesso e non delle ottime canzoni inserite però totalmente a caso (qualcuno ha detto Suicide Squad?). Fortunatamente entrambi i lavori sono disponibili in streaming (legale) sulle principali piattaforme, quindi un ascolto a entrambe le opere e caldamente consigliato.

Per concludere questa letterina d’amore a Ninja Theory, continuo a non comprendere le motivazioni che hanno portato ad odiare così tanto questo lavoro. Come molti hanno già detto, se invece che DmC: Devil May Cry il gioco si fosse chiamato PaD: Pippo Ammazza Demoni probabilmente le tonnellate di letame non sarebbe mai volate. Giustamente questa affermazione si porta dietro una critica, ossia che il compito dello studio inglese era quello di ridare vita a Devil May Cry, non di lanciare una nuova proprietà intellettuale, e che quindi, se le reazioni sono state quelle già più volte descritte, il compito non è stato svolto a pieni voti. Giusto, ma nessuno ha mai detto che DmC sia privo di punti a sfavore, mentre sicuramente non è la schifezza atroce ommioddio-avete-stuprato-Dante che in molti hanno descritto.

Quindi chi ha vinto, alla fine? Nessuno, anzi, hanno perso in molti, perché un prodotto dalle qualità altissime ha venduto poco, una software house che da un punto di vista ha svolto un ottimo lavoro si è trovata con la casella email piena di insulti, mentre i fan di Dante sono andati a piangere dalla mamma perché il loro migliore amico era diventato emo. Non resta che renderci conto di questo e fare una cosa buona e giusta. Rigiorcare a DmC (o giocarci per la prima volta), possibilmente nella sua Definitive Edition, con un occhio più critico e non da fan sfegatato, apprezzando oggettivamente tutte le cose buone che ci sono al suo interno. Sì, potete farlo tutti, perché ormai siamo adulti, chi più chi meno, e il fighetto alternativo della classe che tanto odiavamo non è più un problema.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a Devil May Cry e alle pizze in faccia alla giapponese, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.