American Ultra, il mio guilty pleasure non tanto segreto
Siete alla ricerca del perfetto film della domenica pomeriggio, di uno di quei film caciaroni, senza pretese ma che tutto sommato scorrono bene e sono sorprendentemente recitati alla grande nonostante sia palese che la pellicola non voglia essere nulla di eclatante? Ecco, allora American Ultra è il film che fa per voi, novantacinque minuti di puro intrattenimento senza sosta, ricco di azione e di colpi di scena, tanto scontati quanto soddisfacenti al tempo stesso.
E poi è pieno di volti noti come Jesse Eisenberg, nei panni di Mike, il protagonista apparentemente fuori luogo, Kristen Stewart/Phoebe la fidanzata indifesa ma anche no, Topher Grace/Yates il villain governativo di turno, Connie Britton/Lasseter l’agente CIA idealista, John Leguizamo/Rose che da ex Luigi Mario lo vediamo interpretare il pappone di zona, Bill Pullman/Krueger il deus ex machina finale, Tony Hale/Petey l’aiutante da remoto insicuro ma fedele e Walton Goggins/Laugher una macchina assassina senza freni.
Ma che tipo di film è questo? La Cover Story parla di spie e spionaggio e questo film s’inserisce perfettamente in questo tipo di racconti, anche se si tratta di uno spoiler collaterale, dato che per parlarne sono obbligato a palesare cosa succede in una pellicola dove l'importante non sono gli eventi in sé, ma come accadono, e il viaggio per arrivare alla fine è la cosa fondamentale, soprattutto in un action movie che non vuole fare altro che intrattenere il pubblico come fanno John Wick, Atomica Bionda o The Raid; con la differenza che alla regia non c’è gente come Chad Stahelski, David Leitch o Gareth Evans, ma il più modesto Nima Nourizadeh, già alle prese con il famigerato Project X - Una festa che spacca, più un mestierante che un autore capace di dare quello spunto in più a dei film con delle buone idee senza quei guizzi da ergerli a film seminali.
Di certo il povero Nima non è riuscito a ricavarsi uno spazio tra i registi di spicco del genere al cinema, ma ha comunque continuato a lavorare dietro la macchina da presa in serie TV come Gangs of London, Warrior e The Gentlemen, per sottolineare che un incapace comunque non è.
La storia non è nient’altro che un intreccio di sottotrame atte a raccontare che ruolo hanno i vari personaggi e di come cercheranno chi di eliminare e chi di difendere il protagonista, il quale si scoprirà essere un agente dormiente, nel vero senso della parola.
Una volta riattivato dall’agente Lasseter, Mike sarà così in grado di potersi difendere e sopravvivere, scoprendo a poco a poco di essere il risultato di un esperimento governativo che lo trasformò in una specie di supersoldato, il cosiddetto progetto MKULTRA (programma realmente esistito) e che l’agente Yates vuole eliminare, poiché ultimo superstite di un programma rivale a un suo progetto col quale sta creando un esercito di soldati mentalmente condizionati e incapaci di rifiutare qualsiasi ordine, pronti a tutto pur di portare a termine le missioni assegnategli.
Topher Grace è bravissimo a dare vita a un personaggio tanto odioso quanto idiota.
Ovviamente il film si basa sul fatto che il nostro protagonista viene presentato come un fattone afflitto da attacchi di panico, senza la minima abilità manuale se non quella artistoide da aspirante fumettista, mentre lavora in un tipico convenience store della più desolata provincia americana; ma ovviamente le vicissitudini della storia risvegliano in lui gli istinti sopiti da agente, rivelandolo come un assassino dalle incredibili abilità, cozzando con la sua figura esile e nevrotica di partenza.
Oltre a tutto questo, pure la sua fidanzata Phoebe avrà un’importanza non banale ai fini della trama, non relegandola a semplice comparsa o misero personaggio per caratterizzare quello principale, ma dandole dignità e pari spazio. Un altro personaggio impossibile da non citare è quello di Laugher, il mastino alle calcagna di Mike, il quale, nello scontro decisivo tra i due, avrà un “discorso” sul libero arbitrio tanto semplice quanto efficace. Ma qui chiudo il mio racconto sulla trama, un po’ perché non c’è molto altro da aggiungere, un po’ perché, se vi ho incuriosito un minimo, mi piacerebbe che lo recuperaste attirati da quello che ho scritto finora.
L’intesa tra i due protagonisti è forse la cosa che fa funzionare meglio tutto il film.
A questo punto verrebbe da chiedersi perché io lo consideri un film degno di essere recuperato e quali siano i suoi punti di forza, visto che comunque l’ho definito “film da domenica pomeriggio”. E ora ve lo spiego.
Punto primo, la recitazione: a mio modestissimo avviso, tutti gli attori protagonisti sono in palla, Jesse Eisenberg è nel ruolo perfetto, lo stesso che ebbe Michael Cera in Scott Pilgrim Vs The World, quello dello sfigato che però una volta entrato in modalità action riesce a risultare più che credibile nonostante le proprie apparenti insicurezze e a una palese mancanza di phisique du rôle. Kristen Stewart riesce a dare vita a una Phoebe a mio parere incredibile, soprattutto nei momenti più drammatici; già in questo film si notava benissimo che l’attrice resa famosa dalla saga di Twilight aveva fatto uno step in più: il suo livello recitativo riesce a rendere ancora più interessante un film che già sta andando a mille all’ora. Walton Goggins è un sicario terrificante e convincente, quasi come il T-1000 di Terminator 2 ma con una vena di follia che ricorda, alla lontanissima, il Jack Torrance di Shining durante i suoi inseguimenti.
Il personaggio di Laugher è il tipico stereotipo del pazzo senza freni, ma dannatamente convincente.
Topher Grace e Connie Britton sono le due facce della stessa medaglia, uno il rivale dell’altra; il primo capacissimo a interpretare il ruolo di un agente tanto odioso quanto inetto, il tipico governativo con smanie di potere ma incapace di gestire qualsiasi situazione, risultando il più delle volte imbarazzante, la seconda in grado di rendere umana una figura che ha lo stesso ruolo del suo rivale, ma che grazie ai suoi valori riesce a tenere dritta la propria barra morale, mettendo davanti a tutto la cosa più giusta da fare, in questo caso far sopravvivere Mike.
Menzione speciale per Tony Hale, che interpreta un impiegato operativo che lavora da remoto rispetto alle vicende del film, nella quartier generale della CIA. A lui sono delegate le scene più comiche, utili ad alleggerire le situazioni più scottanti con una serie di reazioni mai macchiettistiche ma divertenti, capaci di trasmettere quello che sta provando in maniera veramente efficace.
Secondo punto di forza, le scene action: al netto che il film ebbe un budget risicato di “appena” 28 milioni di dollari, tutta l’azione non risulta mai cheap, anzi, non c'è mai sosta di colpi o sangue. Nonostante questa fosse la mia ennesima visione, effettuata per poterne scrivere al meglio, tutte le volte mi stupisco di quanto le scene siano “gore” e il sangue scorra senza soluzione di continuità, risultando mai posticcio, e come gli stessi effetti, sia scenici che prostetici, appaiano sempre credibili.
La violenza non viene di certo risparmiata.
Da un coltello in faccia a un cacciavite in una mano, da una fucilata in petto a un’esplosione, fino a un cucchiaio usato come un’arma letale, tutto è fatto con una cura maniacale. Unico vero difetto è la mancanza di virtuosismi nella fotografia, di idee registiche degne di nota o riprese un po’ più elaborate. Ma le coreografie degli scontri lasciano soddisfatti, e del resto il fight e stunt coordinator è Robert Alonzo, uno che ha messo le mani in film come Oblivion, Ad Astra, Star Trek (2009), Deadpool, The Batman e i futuri The Batman II e Avengers: Doomsday, più una carriera da stuntman e controfigura da fare invidia a chiunque.
Alla fine sto straparlando con un amore infinito di un film che non si è filato nessuno, che ha pure floppato al botteghino, che non si ricorda nessuno e che molto probabilmente gli stessi attori non vogliono minimamente riportare alla luce, ma che mi ha lasciato dentro un grandissimo ricordo e che continuerò a consigliare per gli amanti del genere, una di quelle pellicole che soprattutto in quegli anni (parliamo di metà 2010) hanno dato il là per quel filone action che punta tutto sul ritmo e zero sulla trama, di cui non potrei farne mai a meno.
Perciò guardatelo, non ho nient’altro da dire, vostro onore.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a 007 e in generale alle spy story, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




