A scuola col Game Boy
Internet ci insegna che il Game Boy è arrivato in Europa il 28 settembre del 1990, tre giorni dopo il mio tredicesimo compleanno. In quel momento, avevo appena iniziato il primo degli svariati anni che avrei trascorso alle scuole superiori, e stava per chiudersi la parentesi nella scuola privata San Carlo, dove mia madre, bontà all’anima sua, aveva deciso di spedirmi perché terrorizzata da alcuni compagni di classe (uno in particolare) che m’ero ritrovato al primo anno delle medie nella scuola pubblica vicino a casa. E quindi, per l’appunto, m’aveva spedito in questo luogo di perdizione dove resto convinto ancora oggi che trovai gente per certi versi ancora più pericolosa, ma dove feci anche conoscenza con quello che per il resto della mia gioventù sarebbe stato il migliore amico, il fratello di videogiochi e quello che aveva tutte le console che a me mancavano.
Lui e poco altro furono raggi di luce in un’esperienza della quale comunque non conservo un buon ricordo, anche se mi fa molto ridere pensare alle fughe dal vicepreside per evitare che mi trascinasse ad assistere alla messa nella cappella della scuola… e a quella volta in cui mi feci sbattere fuori dalla messa di Pasqua. Ma insomma. In quel momento di fine 1990, e ancora per qualche mese, prima di convincere mia madre a farmi cambiare istituto e (temporaneamente) indirizzo scolastico, ero ancora là. E a un certo punto mi ritrovai fra le mani un Game Boy. Quando? Non ne ho idea.
Ho provato ad andare un attimo in cantina per curiosare nella scatola ma niente, non c’è lo scontrino, solo un bollino di Quadriga, un negozio di giocattoli che oggi non c’è più (e che, come il San Carlo, si trovava in corso Magenta). Mi pare improbabile che il Game Boy mi sia arrivato come regalo di compleanno, visto che, appunto, internet ci dice che la console uscì (subito) dopo il suddetto, ma vai a sapere. Magari fu un regalo tardivo? Vai a sapere. Magari fu un regalo di Natale? Può essere. Ero un ragazzino viziato da una madre vedova che era riuscita a costruirsi una carriera tale da potersi permettere di viziarmi? Non ci sono dubbi. Comunque, ho un ricordo abbastanza netto di essermelo portato a scuola, in quella scuola, di averlo passato fra i banchi di quella scuola, di almeno un paio di compagni che, pure, ce l’avevano, in quella scuola.
Certo, come spesso accade coi ricordi, non ho la minima idea di quanto ci sia di vero e quanto sia tutto un casino nel frullato del mio cervello. Mi viene in mente quella faccenda per cui mi ricordavo completamente diversa la cittadina di Leisure Suit Larry 2, l’ho anche raccontato a un certo punto nel Retroutcast che piazzo qua sotto. Magari questi ricordi di Game Boy fra i banchi sono legati alle scuole (pubbliche) in cui andai a finire da metà anno scolastico circa in poi. Magari sono un’invenzione completa, potrebbe pure essere. Un’invenzione legata a quest’idea incredibile che si manifestò in quegli anni, fra la console di Nintendo e le concorrenti a colori, del potersi portare in giro, e quindi ovviamente anche in classe, una console vera e propria.
Eppure io ce l’ho proprio chiaro, limpido, il ricordo delle partite a Tetris con il volume al minimo e il gheimboi nascosto sotto al banco, delle risatelle fra cretini, di questa cosa pazzesca che pareva fantascienza. Non è che i videogiochi portatili non fossero mai esistiti, e anzi, esistevano già da un pezzo proprio grazie a Nintendo, ma questa era davvero un’altra cosa. Un paio di settimane fa sono stato a una mostra sul rapporto fra musica e videogiochi alla Philarmonie di Parigi. È bellissima e dura fino al primo di novembre, se avete modo, andateci. Un’intera parete di quella mostra è dedicata al Game Boy, con tanto di riproduzione gigante e funzionante della console. E lì attorno, da qualche parte, si parla del Game Boy come della macchina che ha democratizzato il videogioco portatile. Che è un’affermazione un po’ bizzarra, forse, ma tutto sommato è vera, specie se la inquadriamo nell’ottica secondo cui Nintendo propose, come suo solito, una macchina meno costosa della concorrenza, accessibile e capace di piacere a tutti, non solo ai fanatici dei videogiochi.
Si possono usare i tastoni per giocare a Tetris. Lo voglio a casa.
Secondo la mia prospettiva da ragazzino (viziato) rana in fondo al pozzo che non conosceva l’immensità dell’oceano, questa cosa era forse comunque percepibile nell’ottica secondo cui, abbastanza in fretta e per un po’ di tempo, vedere un Game Boy a scuola, sui mezzi, in vacanza al mare, divenne una cosa abbastanza normale. E pure chi non era solito passare il tempo sui videogiochi era felicissimo di metterci sopra le mani, di impazzire con Tetris, magari anche di passare un po’ di tempo su Super Mario Land. Il Game Boy sarebbe rimasto per tanti anni un oggetto che era normale trovare fra le mani, nelle tasche, nelle automobili, sugli scaffali di gente che mai e poi mai avresti inquadrato come amante dei videogiochi. E questo fenomeno di pervasività totale sarebbe stato poi la base per il successo smodato che Nintendo avrebbe raccolto con il DS (qui è dove mi piace ricordare che all’epoca dell’annuncio, in redazione, quando ci smutandavamo tutti per quanto sembrava bella la PSP, io venni sbertucciato perché convinto che il DS l’avrebbe stracciata nelle vendite).
Ma a scuola? Me l’ero portato davvero a scuola? In quale scuola? Mi feci beccare? Me lo sequestrarono? Me lo ridiedero? Me lo fregarono? Quanto tempo passai appiccicato a Solar Striker? Perché proprio Solar Striker? Non lo so, ma ricordo che mi piaceva tantissimo, Solar Striker. Mi sembrava avere una grafica fichissima. Voglio rigiocarci, a Solar Striker. Così, per il gusto di rovinarmene il ricordo.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai dieci anni di Persona 5 e al rientro scolastico, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




