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Devil's Third: il Manzoni dei videogiochi

Devil's Third: il Manzoni dei videogiochi

Arte, 30 grammi, conservata al naturale.

Sì, avete letto bene: con quel "Manzoni" che campeggia in bella vista nel titolo della recensione non mi riferisco, tuttavia, al celebre Alessandro. Il collegamento è a un'altra figura di spicco nel panorama dell'arte italiana. Nello specifico sto parlando di Piero Manzoni. Famoso (anche) per la sua Merda d'artista, è grazie a quest'ultima che ha generato grossi dibattiti in tutto il mondo accademico. Attraverso la sua provocazione, Manzoni ha aperto una feroce diatriba su contenuto e contenitore; sul valore intrinseco di un'opera, che non si misura (solo) tramite la bravura di chi la crea, ma grazie al valore artistico con cui l'autore la riveste.

Naturalmente la provocazione è proprio questa: persino ciò che notoriamente si trova nella scala più bassa della nostra società - almeno in quanto a valore intrinseco - può essere investita della dote più nobile. Senza digressioni su altri utilizzi materiali, le feci incarnano lo scarto ultimo dell'uomo,  il "ciò che non serve" per eccellenza, e che per di più risulta sgradevole, disgustoso, maleodorante. Tutto questo pseudo-pippone da studentello di arte e filosofia ha due motivi ben precisi:

1) Il videogioco, a mio parere, non ha ancora raggiunto lo status di forma artistica. Non per suoi demeriti, anzi; però è lontano da quell'investitura donata ad altre forme di intrattenimento mediale. La causa è da ricercare in un retaggio culturale dalle radici perlopiù occidentali, che lo lega all'idea di un intrattenimento frivolo e infantile.

2) Io stesso, come in un gioco di scatole cinesi, ho voluto lanciare una provocazione: per quanto artista - almeno nel suo campo - Tomonobu Itagaki non può infondere nelle sue opere un valore che vada oltre quello intrinseco. Devil's Third non porta con sé messaggi nascosti, non è volutamente così squallido da suscitare scalpore (almeno spero) e nemmeno tanto indegno da risultare, in qualche modo, carico di un valore estrinseco. O artistico, appunto.

No. La ragione del mio preambolo è molto semplice: Devil's Third è un gioco di merda. Lo so, lo so, detto così è secco, volgare, quasi fuori luogo. Eppure rappresenta con estrema e sincera sintesi la qualità del prodotto finale. Le basi per un disastro erano piuttosto evidenti, come vi avevo anticipato in sede di preview. Nonostante le isteriche invettive di Itagaki contro chiunque osasse parlar male del suo “capolavoro”, Devil's Third è un vero scempio. Un titolo mediocre sotto ogni aspetto, tanto che le decantate lodi mi fanno pensare a una sorta di show preparato ad hoc. Non mi sorprenderei se il game designer, dopo varie e presumibili stroncature, si aggrappasse a qualche complottino da due centesimi, per recuperare la faccia con un po’ di cattiva ma sempre utile pubblicità.

La genesi di Devil's Third segna l’anno 2010. Itagaki, resosi conto, a scapito delle sue colleghe, che esistono anche donne vere al di fuori di Ayane, Helena o Kasumi, si allontana da Tecmo in un polemico chiacchiericcio. Dopo uno storico sodalizio durato oltre quindici anni, il Pino Scotto di Tokyo decide di mettersi in proprio e ritornare in pista. La sua idea è di proporre un action estremo, versatile, capace di sfruttare armi a corto e lungo raggio, intessendo un costrutto ludico profondo e sfaccettato, con tanto di multiplayer a tema.

Sfortunatamente i ragazzi di Valhalla Game Studios e il suo boss si appoggiarono, ai tempi, alla compianta THQ, destinata a fallire da lì a poco. Finito nel limbo del vaporware, il progetto è stato ripescato nientemeno che da Nintendo, assurta nuovamente a paladina degli hardcore game incompresi. Devil's Third, però, non è Bayonetta 2 e il solo accostamento è quasi blasfemo. Presentato all'E3 del 2014, il titolo è poi piombato nel silenzio, rotto solo dalle sperticate lodi del suo stravagante autore. E infine eccolo, in tutta la sua inadeguata e anacronistica bruttezza, il codice definitivo, il gioco che arriverà sugli scaffali prendendosi persino il lusso di un prezzo pieno. Ma perché, in definitiva, Devil's Third è un tale sfacelo? Semplice: non solo ha una giocabilità raffazzonata e approssimativa, ma è anche tecnicamente mediocre, senza alcuna attenuante. La strombazzata ibridazione action-sparatutto non funziona. Il gameplay è semplicemente rotto, vittima di un level design becero e una delle peggiori IA a memoria d'uomo.

Quando il protagonista si fa largo a colpi di machete, spranghe, accette e quant'altro, con tanto di relativa esecuzione, potreste anche sorridere soddisfatti. Ma basta rendersi conto che il cuore del gioco si affidi largamente alle armi da fuoco per scivolare presto nello sconforto. Visuale occupata per metà dalle bocche di fuoco, gunplay che restituisce le stesse emozioni di una fionda, controlli isterici e movimenti ammorbati da continui rallentamenti. Nel corpo a corpo ci si diverte per qualche minuto, ma dopo aver sventrato ogni nemico, l'entusiamo è destinato a esaurirsi. Nemmeno l'enbaku, una super-mossa che attiva una sorta di bullet time, stempera il piattume ludico che si trascina per 6-8 ore, il tempo necessario a concludere la campagna. E parlando di grafica, è forse utile incastrare il discorso con quello dell'intelligenza artificiale e il level design. I nostri avversari si muovono all'interno di scenari spogli, squadrati, privi di qualsiasi guizzo artistico. Una delle loro prerogative è di ignorare completamente le granate. Sempre. Al punto che ho dovuto impormi di non abusarne, per evitare di uccidere quel minimo di sfida proposta dal gioco. La marmaglia, poi, non è mai in grado di raggiungervi. Nel caso foste dentro una piscina vuota, ad esempio, potrete vederli correre sul bordo della stessa nel patetico tentativo di avvicinarsi. E voi sarete lì a guardarli, mentre sgambettano inutilmente sul posto. Stesso discorso per gli spazi angusti: passate sinuosi tra due colonne di ferro? I nemici, incapaci di superare qualsiasi ostacolo, continueranno a incastrarsi davanti al pertugio, lasciandovi liberi di massacrarli.

Il tutto sempre sotto i 30 fps, nonostante la grafica sia quella di un titolo Xbox 360. Di prima generazione e in fase alpha, ovviamente. Eppure, in questa atmosfera sconfortante, lo spauracchio del multiplayer ha sempre aleggiato nell'aria, soprattutto nelle ultime settimane, quasi fosse una manna in grado di ribaltare le sorti di un titolo tanto aberrante. In minima parte, che ci crediate o no, è così: la velocità d'azione, la verticalità degli spazi e alcune modalità bizzarre sono, in effetti, piuttosto spassose. Almeno all'inizio... Perché il matchmaking è di una lentezza allucinante, i giocatori sono sempre quattro gatti, e il motore grafico e relativi controlli rimangono pur sempre gli stessi. In definitiva, nulla che possa intrattenervi oltre le due-tre ore, pause comprese.

Devil's Third è un disastro su tutta la linea, con errori così macroscopici che sorprende possa definirsi un prodotto finito e pronto per la distribuzione. La cosa comica è che Itagaki continua a starnazzare sui vari social parlando di capolavoro. Il che, in un certo senso, ha una sua logica: come ci hanno insegnato Eduardo De Filippo e Pirandello prima di lui, non c'è niente di più comico di una grottesca e bizzarra tragedia.

Ho ricevuto il codice preview direttamente dal distributore. Ho finito la modalità campagna in 8 ore, abassando la difficolta in un paio di punti illogicamente frustranti. Ho provato il multiplayer per oltre quattro ore, divertendomici una mezz'oretta in tutto. Forse. Comunque, se nonostante tutto volete comprare Devil's Third, perlomeno regalateci due spicci. Potete farlo, senza sovrapprezzo, passando da questo link per Amazon Italia o da quest'altro link per Amazon UK. E qualsiasi altra cosa compriate partendo da questi link ci genera dei soldini.

Voto: 2

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