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Narcos, ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e a dire HIJOEPUTA GONORREA MALPARIDO™

Narcos, ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e a dire HIJOEPUTA GONORREA MALPARIDO™

Guardando Narcos ho avuto più di una volta la sensazione bizzarra, per certi versi forse inevitabile, di trovarmi di fronte una versione alternativa di Breaking Bad. Non tanto per il fil rouge della droga, ché alla fine non si parla mai veramente di droga in nessuno dei due casi, quanto più per le storie dei due protagonisti, così vicini e così lontani. Nell’angolo blu Walter White (o Walt Whitman, o Willy Wonka), flanderiano docente di chimica che parte dall’idea meravigliosa di farsi una pensione dorata cucinando un po’ di metanfetamina, per poi ritrovarsi senza capelli e alla testa di un impero della droga, ché la diritta via era smarrita e ormai c’aveva preso gusto, altro che buen ritiro. Nell’angolo bianco Pablo Escobar, simpatico contrabbandiere pacione che, dall’oggi al domani, si ritrova qualcosa di più di una semplice carovana di betamax e qualche televisore scassone da portare su e giù per il confine, e pensa bene di fiondarsi sulla sostanza di cui sono fatti i sogni per dare un futuro alla sua comunità e addirittura al suo paese.

Prospettive e ambizioni diverse per due personaggi dal background diametralmente opposto, che eppure sembrano spesso e volentieri così simili, in un circolo vizioso che va a mischiare realtà e finzione, personaggi immaginari e figure storiche, eventi reali e frutto di fantasia. Difficile guardare gli scatti d’ira e l’efferatezza di Pablo Escobar senza tornare con la memoria alle soluzioni ardite di Heisenberg, e pensare col senno di poi che Vince Gilligan potrebbe aver attinto al colombiano per aggiungere qualche sfumatura in più alla sua creatura. Allo stesso tempo, più di una volta ho pensato che il linguaggio di Narcos abbia beneficiato della messa in onda di Breaking Bad, ereditandone alcuni tempi, specchiandone episodi, andando a richiamare certe ritmiche e certi avvenimenti di tanto in tanto, pur mantenendo la sua chiarissima identità. È un circolo, come dicevo, e arrivati quasi al 2017 è naturale che le opere e le figure cardine della storia della narrativa si ispirino a vicenda, vengano citate, omaggiate, trafugate e anche un po’ contrabbandate. La gente che sa scrivere direbbe “l’arte imita la vita”, ma io vi ho giusto citato Cesare Ragazzi, cazzo pretendete.

Ad ogni modo, pur in questo circolo vizioso di richiami, rimandi e visioni estatiche dovute al binge watching di roba legata alla droga in una stanza non troppo areata, la differenza più marcata che ho trovato tra le due serie sta proprio nel duo di protagonisti che tirano avanti la baracca, e attorno ai quali girano tutte le faccende. Walter White è tutto sommato un uomo di mezz’età dalla meschinità latente, che si è sentito giustificato da una tragedia per inseguire una specie di sogno americano sotto anfetamine non fermandosi davanti a niente, arrivando a bearsi delle sue azioni, ché tanto il conto in banca cresceva e l’ego si alimentava. Molti nemici molto onore, e si sa che certe cose sono una droga ben più forte di quella sintetizzata in laboratorio. Eppure, per come è costruito Breaking Bad, è difficile non vedere l’underdog dietro quei baffoni e quegli occhiali da vista, non puoi fare a meno di pensare che si tratti della vittima di un sistema idiota come quello della sanità americana, che tutto sommato a mali estremi estremi rimedi, e quindi è giusto parteggiare per uno sfigato che si ritrova invischiato in faccende molto più grandi di lui. Costruzione dei personaggi e della storia da una parte, carisma a badilate da parte di Bryan Cranston dall’altra, e dopo sette stagioni pazzesche ti fa quasi strano arrivare a quell’episodio lì, quello che sappiamo noialtri, ad ascoltare quelle parole lì dette in quel modo lì, e realizzare che per tutto questo tempo ti sei sgolato a fare il tifo per uno stronzo. Non bastavano otto anni di prove, somministrate una puntata alla settimana, no… non si vede bene che col cuore, dicevano, ma a noi deve esserci preso un infarto brutto qualche tempo fa.

D’altro canto, Pablo Escobar è palesemente il puto jefe dal minuto zero, senza discussione. Lo vedi lì, sornione, panza da birra e un paio di baffi tutt’altro che amichevoli, che dopo qualche convenevole si fotte un posto di blocco con una semplice domanda: “plata o plomo?”. Questa roba non si impara sui libri di chimica e non ti viene elaborando piani a orologeria, questa roba ce l’hai dentro perché sei nato con una missione, sei un predestinato. Escobar era il Robin Hood paisa, era quello che combatteva il sistema un panetto di coca alla volta, e con il ricavato cercava di costruire un futuro migliore per il popolo colombiano più povero, costruendo quartieri e dando una prospettiva a chi ci abitava dentro. Poco male che quel quartiere era Milano 2 e la prospettiva era “spaccia finché hai fiato in corpo”, l’importante era dare quell’immagine lì, costruirsi una corazza di poveracci adoranti che lo difendessero anche e più degli sgherri, della scorta e dei lacché che riempivano ogni magione del buon Pablo, per ogni evenienza.

La dimensione politica in cui è inevitabilmente immersa la Storia, e di riflesso la storia di Narcos, ci restituisce un manipolatore geniale, con un carisma straordinario e una visione fuori dal comune, per cui tuttavia è davvero impossibile mettersi a fare il tifo. E hai voglia a dire che i protagonisti sono gli altri, i buoni, quelli della DEA americana e i poliziotti colombiani, la verità è che Narcos svolta ogni singola volta che su schermo c’è il faccione ingrassato di Wagner Moura, che a conti fatti se ne sta per più episodi seduto su una sedia a impartire ordini e a insultare politici e giornalisti che a trattare cocaina o esplodere colpi di pistola. L’attore brasiliano, con il suo spagnolo bofonchiato e profondissimo, mette in scena un Pablo Escobar terrorizzante proprio grazie alla fermezza nel voler raggiungere la sua missione, la sua utopia, il suo sogno (sud)americano, e soprattutto perché ci riesce tirando le fila dall’alto castello, passando da padre pacione e flemmatico a HIJOEPUTA GONORREA MALPARIDO MARICON nel giro di mezza telefonata andata storta.

Pablo alla fine è un bravo ragazzo, qui alle prese con l'imitazione del nostro Colaneri.

Pablo alla fine è un bravo ragazzo, qui alle prese con l'imitazione del nostro Colaneri.

Se la prima stagione di Narcos è quella dell’ascesa, dell’Escobar inarrivabile che caga in testa al sistema pur di continuare a regnare sulla collina, la seconda è quella dell’inevitabile declino. Il racconto di Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro passa da una narrazione più frammentaria a una più lineare, raccontandoci come il popolo colombiano abbia cominciato a capire che Milano 2 non è poi tutto ‘sto capolavoro di urbanistica e, soprattutto, che il Robin Hood della situazione sta finendo cannibalizzato dalla sua stessa visione, tradito da Little John, Lady Marian e tutta l’allegra brigata del talco-ma-non-è serve a darti l’allegria. La seconda stagione di Narcos è la discesa nell’incubo di una persona accecata dalla volontà di farsi amare da tutti, disposta a sacrificare tutto pur di essere visto come l’eroe che la gente si merita, e che invece capisce solo alla fine che tutta questa generosità era solo la più bieca avidità sotto mentite spoglie. Ma è anche il racconto di un popolo privato di ogni direzione, sballottato a destra e a sinistra tra due poteri fortissimi, oltre che di qualsivoglia speranza. Infine, è proprio il racconto dei protagonisti, i “buoni”, gli americani, che si sono ritrovati in una situazione molto più grande di loro e hanno capito, loro malgrado, che per fare i conti contro un uomo alimentato da una visione così potente, così grande, così ambiziosa, l’unico modo è sporcarsi le mani come e peggio dei cattivi.

A conti fatti, la grandezza di Narcos è quella di proporre in forma di finzione la Storia vera, quella con la s maiuscola, prendendo personaggi e avvenimenti realmente accaduti, senza farsi troppi problemi a usare immagini di repertorio per mettere in scena carneficine o momenti particolarmente pregni della lotta al narcotraffico, e sbatterci lì il tutto senza sparare sentenze, senza santificare gli americani o mortificare i colombiani, senza sentirsi in dovere di esprimere dei pareri, lasciando al pubblico solo la verità di un mondo che non è bianco o nero, ma semplicemente grigio.

Ho visto Narcos nel giro di, boh, poco, su Netflix. Sono due stagioni da dieci puntate, dai che ci si mette poco a guardarlo tutto. Ad ogni modo, ho visto la prima stagione in lingua originale con i sottotitoli in italiano, e la seconda in lingua originale con i sottotitoli in inglese. Fortunatamente le parti in spagnolo (e sono MOLTE) non sono state doppiate in nessun caso, quindi non potete perdervi Wagner Moura che insulta la gente in spagnolo, però insomma, tutti gli altri attori sono pure molto bravi e se li ascoltate doppiati vi perdete gran parte del fascino della serie.

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