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Mozart in the Jungle, ovvero la più ingiustamente ignorata serie TV del reame

Di questo argomento se n’è parlato e scritto tantissime volte: ci sono tante, troppe serie TV. Una vera ipertrofia di contenuti, che non riguarda solamente il mondo della serialità televisiva, ma tutto l’universo dell’intrattenimento, imploso in quella che tanti pensatori e scrittori, iscrivibili sotto l’etichetta ombrello di post-moderni, hanno descritto come spettacolarizzazione della società, soprattutto a partire dagli anni Ottanta. Libri, film, telefilm, fumetti, videogiochi, musica: c’è un mondo di roba che quotidianamente ci viene gettata addosso. Ma perché questa critica viene per lo più associata alle serie TV? Per via della sua natura di narrazione fiume, credo. Perdere due stagioni, magari con dozzine di episodi da un’ora ciascuno, appresso un telefilm e per poi ritrovarsi di fronte magari a un prodotto anche più che mediocre, ecco, ti lascia quella spiacevolissima sensazione di aver perso tempo; e scoraggiandoti pure, visto il mare magnum di serie TV che quotidianamente ci vengono propinate. Come orientarsi, dunque? Pomodorometri e Metacritic assortiti sono spesso una falsa soluzione, e basta dare un’occhiata ai recenti fresh tomatoes conferiti alle ultime uscite di Jessica Jones, Luke Cage e compagnia cantante per capire che non è quella la soluzione. Il merdone è sempre dietro l’angolo, e non c’è bussola che tenga. Ci si può fidare di consigli di amici fidati, magari (e qua, ehilà, interveniamo noi, gli amici di Outcast), oppure si può sperimentare, facendosi guidare dall’istinto. E quando si becca la serie TV che ci fa battere il cuore e che, contemporaneamente, quasi nessuno si è inculato, fidatevi che la sensazione di scoperta sarà equiparabile solamente alla meraviglia per la serie TV stessa.

Come si può intuire dal grafico in questione, tratto da studio condotto dal network FX, la costante crescita generale è sorretta soprattutto dalle produzioni dei servizi online, in continuo aumento anno dopo anno. Fonte: Indiewire.

È quello che mi è accaduto con Mozart in the Jungle, una produzione Amazon che vanta pure nomi di un certo livello nel proprio cast (Gael Garcia Bernal, Malcolm McDowell o Lola Kirke, giusto per dirne alcuni) ma che, per chissà quale motivo, non è mai riuscita a fare il botto, pur creando una fanbase solida e ben nutrita. Il motivo, a dir la verità, è forse intuibile: il tema che ruota attorno a Mozart in the Jungle è infatti quello della musica classica, non proprio un argomento apprezzato dal grande pubblico. Senza contare, poi, che l’inizio della prima stagione è abbastanza spiazzante, partendo praticamente in quarta con l’incedere degli eventi: siamo nella grande mela e la New York Symphony, la principale orchestra della città, subisce un avvicendamento quasi traumatico ai suoi vertici. Il vecchio maestro Thomas Pembridge (Malcolm McDowell) viene sostituito dalla bacchetta ribelle e stravagante di un giovane maestro messicano, Rodrigo De Souza (Gael Garcia Bernal), che porterà con sé una serie di stravolgimenti che andranno ad alterare l’equilibrio dell’intera orchestra, creando così una serie di situazioni che galleggeranno sempre a metà fra la commedia e il dramma, con quest'ultimo dovuto principalmente all’assoluta abnegazione che un mestiere come quello del suonare in un'orchestra, specie così prestigiosa, richiede.

Il problema della ricezione di Mozart in the Jungle, va tuttavia sottolineato, non ha mai riguardato la critica, che anzi ne ha sempre apprezzato le qualità e l’originalità, tanto da riuscire ad assicurare alla serie ben due Golden Globe nel 2016 (miglior commedia e miglior attore protagonista di una commedia, premio conferito a Gael Garcia Bernal). A dare i grattacapi era la platea, non abbastanza amplia; sia chiaro, quello a cui facciamo riferimento sono le classiche voci di corridoio, raccolte su qua e là su internet e sorrette al massimo dai tentennamenti che fanno da preambolo ai rinnovi, che comunque, di volta in volta, Amazon ha concesso a Mozart in the Jungle, fino a consentirgli di arrivare a questa quarta, e forse ultima, stagione. Sono queste le regole del gioco delle over the top: prezzi competitivi e fruizione totalmente discrezionale, tanto da portare il binge watching a far evolvere di conseguenza i propri prodotti in delle specie di lunghissimi film; e dall’altro lato, l’abrogazione di vecchie consuetudini televisive, come certi codici stravolti (il cliffhanger su tutti) o come, appunto, la fumosità nel rivelare i propri numeri.

Ed è proprio su una di queste caratteristiche che si snoda questa quarta stagione di Mozart in the Jungle. Dieci puntate da circa trenta minuti ciascuna, da guardare tutte d’un fiato: proprio come un lungo film, che riprende i propri vecchi stilemi però stravolgendoli, con coraggio. A partire dalla componente itinerante, caratteristica della serie a partire dalla sua seconda stagione, e che avuto con l’incedere sempre un maggior focus, fino alla scorsa terza annata, in cui a farla da padrone è stata Venezia, con l’incursione degli italiani Christian De Sica, incredibilmente nella parte, e Monica Bellucci, ovvero la solita Monica Bellucci. La meta di questa quarta stagione sarebbe dovuta essere il Giappone, e già dal trailer un po’ tutti si aspettavano quale sarebbe stato il leitmotiv, cioè un citazionismo al disincanto nipponico, perfettamente ritratto nel 2003 da Lost in Translation di Sofia Coppola. E invece no, o meglio, non solo: Mozart in the Jungle prende la succitata cifra stilistica e la stravolge a proprio modo, distorcendola ai propri usi e costumi, focalizzandosi poi sul lato più spirituale ed intimo dell’olistica cultura orientale, spesso ignorato dalla produzione filmica occidentale.

Come risolvere le rispettive crisi creative confrontandosi con la propria proiezione interiore di Wolfgang Amadeus Mozart.

Ed anche da questo si percepisce quanto Mozart in the Jungle sia una serie TV molto coraggiosa. Come lo è, poi, nel trattare un argomento spinoso quale quello del maschilismo, caratteristica purtroppo da sempre tipica del mondo della musica classica; tutto senza però mai eccedere nella retorica, ma anzi esplicitando al meglio le proprie posizioni, con esempi e citazioni che non scadono mai né nello stucchevole o nel didascalico. Ma non solo: Mozart in the Jungle è una serie coraggiosa anche perché mette in discussione lo stesso tema di cui parla, e cioè il mondo della musica classica che, negli ultimi cinquant’anni, si sta rinchiudendo in una nicchia che esso stesso ha contribuito a formare. Come impedire che ciò avvenga? Sperimentando nuove soluzioni musicali, come fa il maestro Pembridge? Oppure lavorando in sinergia con la tecnologia, come avviene in questa stagione? O ancora aprendosi ulteriormente al pubblico, col rischio, però, diciamolo papale papale, di sputtanarsi? Non sono questioni da poco. E io, nel mentre, sono davvero felice di essere fra gli amanti di questa serie, a prescindere che mi ritrovi in un gruppo più o meno folto. Anche se un po' di compagnia, sia chiaro, non guasterebbe mica.

Anche questa quarta stagione di Mozart in the Jungle è stata trasmessa, in modo abbastanza irregolare, su Sky Atlantic, che si è garantita i diritti temporali sulla serie, e anche questa quarta stagione arriverà dunque (entro l’anno prossimo, credo) su Amazon Prime Video, dove nel mentre potete gustarvi le prime tre stagioni. Se sottoscrivete passando da qui, come sempre, fate arrivare una piccola percentuale di quanto speso a noi, senza sovrapprezzi per noi. Abbiamo anche il link per quello UK!