Su e giù per la Baviera sulle tracce di Ludwig II e di Gabriel Knight
Il mio rapporto con le avventure Sierra non è mai veramente decollato. È strano, visto che le avventure grafiche sono state per tanti anni il mio genere preferito, eppure qualcosa dei lavori confezionati da Ken e Roberta Williams e dai loro collaboratori... semplicemente mi respingeva. Riflettendoci a tanti anni di distanza, credo di non aver mai veramente digerito l'interfaccia attraverso la quale si gestivano le azioni previste nel gioco, molto meno comoda dello SCUMM ideato da Lucasfilm Games. Anche le tematiche non mi prendevano particolarmente, King's Quest, Police Quest, Space Quest... mi sembravano un po' tutte uguali, e anche la serie dedicata a Larry in qualche maniera non mi spingeva all'impegno che rappresentava, in quegli anni, affrontare un'avventura grafica: erano giochi complessi, che richiedevano tempo e attenzione in un mondo in cui non esisteva Gamefaqs e l'unica speranza possibile per l'uscita da un vicolo cieco era sperare che il buon Paglianti pubblicasse la soluzione nel numero successivo di K. E poi non si moriva, pure, nelle avventure Sierra? Non c'erano i vicoli ciechi "veri", da cui non si poteva uscire?
Poi però venne Gabriel Knight, e lì sì che scattò il colpo di fulmine. Intrigante il protagonista, che ricordava tantissimo il nostro Dylan Dog, ma soprattutto fin dal primo gioco della serie era chiara ed evidente l'abilità di Jane Jensen di unire scenari reali con tematiche paranormali. Ed è così che, dopo aver esplorato il sottobosco voodoo di New Orleans nel primo gioco della serie (Gabriel Knight: Sins of the Fathers - 1993), ed essermi esaltato nell'apprendere le rivelazioni riguardanti la famiglia Ritter e la discendenza di Gabriel, mi sono messo ad attendere con una certa impazienza un nuovo capitolo della serie, che percepivo come assolutamente inevitabile.
The Beast Within: A Gabriel Knight Mystery, inevitabilmente appunto, cominciò a fare capolino nelle prime anteprime, nelle prime notizie, con i primi screenshot. E che delusione, a prima vista. E anche a una seconda e a una terza occhiata. Il secondo Gabriel Knight (1995) seguiva infatti la moda tecnologica di quel periodo storico, videogiochi costruiti su filmati che, grazie alla capacità del CD-ROM, potevano finalmente mostrare che i giochi potevano essere "come un film". Peccato che il film facesse cagare, nel suo complesso.
Il problema più serio di Gabriel Knight 2 (chiamiamolo così, per pietà) è che il cast era davvero dozzinale e la regia a dir poco statica. Il protagonista passava dall’essere un affascinante personaggio in pixel art con un ciuffo ribelle e il soprabito superfigo a una sorta di patatone paffutello che proprio non aveva niente a che spartire con il Gabriel Knight che immaginavo. Figuriamoci poi Grace, se consideriamo che nella mia mente sovrapponevo i pixel e le illustrazioni viste nel primo Gabriel Knight con le forme e i tratti di Tia Carrere. Gabriel Knight in live action, insomma, si presentava in modo assolutamente dozzinale e legato ai limiti di budget e di tecnologia dei giochi di quell'epoca, che cercavano di fare quel passo in più senza averne le capacità. Eppure stiamo parlando di uno dei miei giochi "della vita". E com'è possibile?
E questo tizio qui sarebbe Gabriel Knight? Ma per favore...
A salvare Gabriel Knight 2 ai miei occhi fu, nuovamente, la genialità con cui Jane Jensen seppe mescolare il sacro con il profano (definizione ancora più adatta al terzo gioco della serie, in effetti). Non avevo alcuna conoscenza della storia bavarese, meno che mai della figura di Ludwig Otto Friedrich Wilhelm von Wittelsbach, sovrano di Baviera a partire dal 1864 con l'appellativo di Ludovico II di Baviera. Si tratta di una figura incredibilmente complessa, quella del "Re delle Fiabe", da cui Jane Jensen prese alcuni aspetti per costruire il suo cocktail di sacro e profano: l'ossessione per Wagner e le sue opere, la sua passione per favole e fiabe, le sue scorribande notturne. Da qui, la costruzione di una storia meravigliosa basata su musica e lupi mannari, con un antagonista, Friedrich Von Glower, davvero affascinante e magnetico, sempre nel contesto della qualità discutibile della realizzazione e del cast in generale: Von Glower si mangiava tutto, senza dover fare poi troppa fatica.
L'antagonista della storia, davvero affascinante. Anche l'attore è forse l'unico che si salva.
Il gioco in sé era un'avventura solida e ben costruita a dispetto del mezzo scelto per raccontarla, scritta davvero meravigliosamente, con la possibilità di utilizzare due personaggi, Gabriel e Grace, e quindi proponendo due approcci differenti all'investigazione. Insomma, partito male e finito meglio, e una volta finito come per tutti i giochi arriva il momento dello scaffale. Ma per me, curiosamente, con Gabriel Knight 2 le cose sono andate in modo diverso.
La storia di Jane Jensen infatti riuscì a fare qualcosa di inaspettato: lasciarmi una voglia matta di approfondire la vita di Ludovico II, di conoscere di più della sua vicenda e delle sue opere, delle sue malattie apparenti e reali, dei motivi che lo spinsero a costruire gli splendidi castelli che tante critiche gli portarono al tempo, ma che oggi contribuiscono fattivamente a portare milioni di visitatori ogni anno in Baviera. E fu così che mi trovai immerso in libri dedicati alla sua figura, che vidi il film Ludwig del 1973, con Helmut Berger e la povera Romy Schneider, e che alla fine... decisi di andare di persona in quei luoghi pazzeschi, in fondo così vicini a casa.
Una prima vacanza con base a Füssen, da cui partire comodamente per lunghe visite ai due castelli Neuschwanstein e Hohenschwangau, il primo, probabilmente il più celebre, conosciuto in tutto il mondo anche grazie al fatto che ha ispirato i castelli di molti film animati, a partire da quelli Disney, che ne ricalcano l'architettura. E da lì, poi, una tappa obbligatoria verso Herrenchiemsee, la "Versailles bavarese" che Ludovico II volle erigere come omaggio a Luigi XIV di Francia, il Re Sole, e rimasta incompiuta a causa della morte del sovrano.
Il castello di Neuschwanstein all'interno del gioco; nella foto di apertura al pezzo, invece, potete vederlo IRL.
E poi il castello di Linderhof, residenza principale di Ludovico, dove fece costruire la famosa Grotta di Venere. E infine, non poteva mancare una tappa al lago di Starnberg, luogo in cui Ludovico misteriosamente perse la vita, un mistero che fu utile, nuovamente, a Jane Jensen per mescolare storia e fantasia nel suo splendido gioco. A Füssen tornai poi nel 2017, per condividere il fascino di quei luoghi anche con mio figlio, a quell'epoca undicenne.
Al di là dell'impostazione tecnologica di quel videogioco, Gabriel Knight 2 è la dimostrazione di come una grande idea e una buona scrittura possano funzionare a prescindere da difetti e limiti oggettivi nella realizzazione. Una testimonianza della capacità di Jane Jensen di rapire il videogiocatore con le sue idee, con i suoi personaggi, con le sue storie. Un'operazione che le riuscì poi una terza volta con Gabriel Knight 3: Blood of the Sacred, Blood of the Damned, dove andò a scomodare nientemeno che il mito del Graal e che... mi spinse in un altro rabbit hole di libri e ricerche a riguardo, anche se poi la vacanza in Linguadoca, che comunque avevo pianificato, alla fine non l'abbiamo fatta. Non ancora. Se vi fa piacere conoscere di più su Jane Jensen, potete dare un'occhiata alla videointervista pubblicata su VGP Play, a cui ho collaborato al montaggio e alla realizzazione dei testi. E se uno di questi anni vi capita di non sapere dove fare una vacanza, beh, i luoghi di Ludovico II ve li consiglio con passione, videogioco o non videogioco.




