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Il regista nudo: la yakuza non è tutta grandi sorrisi e allegria | Spoiler Zone

Una rubrica in cui parliamo di giochi, film, libri, la qualunque, a posteriori, senza farci alcun problema di spoiler. Insomma, se non avete ancora "consumato" ciò di cui si parla, statene alla larga, perché qui potremmo svelarvi ciò che non volete sapere!

Come ho già accennato abbondantemente ai tempi di Erased, tra le cose più fighe agevolatemi da piattaforme come Netflix, Prime Video e, in misura minore, Crunchyroll e VVVVID, ci metto la possibilità di accedere con un clic alle serie prodotte per la televisione giapponese. Dai dorama “slice of life” dedicati alla cucina o al mondo del lavoro, passando per storie di taglio horror o polizesco, fino alle versioni live action di manga e anime.

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Il recuperone (televisivo) di inizio settembre | Outcast Popcorn al microonde Outcast Staff

In più, oltre a distribuire opere sviluppate da altri e/o già disponibili sul mercato, negli ultimi anni Netflix ha preso a investire nella produzione e co-produzione di film e serie originali, facendo saltar fuori cose tipo The Forest of Love, Million Yen Women, Atelier o Samurai Gourmet. Ci sarebbe anche l’ottimo Midnight Diner: Tokyo Stories, ma lì va detto che prima dell’interessamento del colosso americano, la serie aveva già tre stagioni all’attivo passate dal 2009 al 2014 (tipo Arrested Development).

Il punto, comunque, è che mi sembra l’iniezione di capitali e risorse dall’occidente stia portando un po’ di freschezza a un segmento che, per anni, è stato estremamente autoreferenziale e poco praticato fuori dai suoi confini, diversamente da anime e manga. Ed è un peccato, perché le serie TV autoctone rappresentano un prezioso cavallo di Troia per sbirciare nelle case dei giapponesi senza i compromessi di produzioni cinematografiche nate (anche) per la distribuzione all’estero o per il circuito dei festival. Magari più fini a livello qualitativo, eh, ma il più delle volte meno ruspanti.

Di questa freschezza ha sicuramente beneficiato Il regista nudo, forse una fra le serie più interessanti degli ultimi mesi, e nettamente la prima che mi sentirei di consigliare a chi volesse affacciarsi al mondo di dorama e compagnia. Sì, perché al netto di valori di produzione contestualmente alti, di un linguaggio accessibile e di un tema stuzzicante, stiamo comunque parlando di una roba giapponese fino al midollo per direzione e scrittura dei personaggi.

Il regista nudo (The Naked Director, in originale) è un period drama che racconta l’industria del porno giapponese durante gli anni Ottanta, attraverso l’ascesa di Toru Muranishi, regista fuori dagli schemi interpretato da Takayuki Yamada, e della sua attrice feticcio Kaoru Kuroki (Misato Morita). La testa della direzione è stata affidata a Masaharu Take, che si è smazzato le otto puntate con Hayato Kawai e Eiji Uchida; nella stanza degli sceneggiatori, invece, assieme a Yoshitatsu Yamada (lo stesso dell’ottimo Million Yen Women) e Kôsuke Nishi, si è seduto in veste di consulente anche Jason George, già produttore di Narcos e di Vice - L'uomo nell'ombra.

La serie rielabora il romanzo biografico Zenra kantoku - Muranishi Tōru den, di Nobuhiro Motohashi, ed è davvero un sacco di cose. È, prima di tutto, un omaggio agli ultimi anni dell’epoca Shōwa, quando il Giappone era ancora immerso nel boom economico e qualsiasi idea sembrava a portata di mano. Persino liberare un’industria come quella del porno, immobilizzata da vincoli di lobby, dalla censura e dalla criminalità; sognando addirittura di servirsene per denunciare il maschilismo di una nazione e l’arretratezza culturale nei confronti della rappresentazione del sesso.

La libertà di non depilarsi sul luogo di lavoro.

L’avventura di Toru e del suo bislacco entourage, che per ingenuità e contraddizioni ricorda parecchio quello analogo in Boogie Nights, parte da Sapporo, passa per il distretto a luci rosse di Shinjuku, Kabukichō (ricostruito in ogni minimo dettaglio e neon, così com’era nei primi Ottanta), e arriva fino alle Hawaii, lievitando uno scontro parricida con i vecchi boss conservatori dell’hard, appoggiati da yakuza e poliziotti corrotti.

Da questo punto di vista, pure al netto di alcune ingenuità (o, forse, proprio in virtù di queste), la serie se la cava benissimo con gli equilibri tra luce e ombra, riuscendo a far filtrare dal racconto la corruzione su cui si basava, in parte, il benessere dell’epoca Shōwa, e che di lì a qualche anno avrebbero portato il paese allo scoppio della bolla speculativa e alla crisi.

In termini di struttura, Il regista nudo segue una parabola ascendente/discendente che ricorda moltissimo il suddetto film di Paul Thomas Anderson, così come certo cinema di Scorsese, tipo Casinò o Quei bravi ragazzi. La scrittura passa con fluidità dal registro della commedia a quello del dramma, assecondando volta per volta le ispirazioni e l’umore dei personaggi, ma ricordandosi a ogni giro di alzare un pochino la posta, fino a mettere l’ottimista Muranishi di fronte alla violenza dell’ambiente che si è scelto.

In questo senso, la linea narrativa più interessante è quella che lega il braccio destro del regista, Toshi (Shinnosuke Mitsushima, era ne L'immortale di Miike), e il boss della yakuza Furuya, che ha la faccia del bravissimo Jun Kunimura, attore e doppiatore con quasi cinquant’anni di carriera alle spalle, durante i quali ha lavorato con un fottìo di pezzi grossi tipo Takeshi Kitano, Hayao Miyazaki, Hideaki Anno, John Woo, Quentin Tarantino (era sua la testa decapitata in Kill Bill – Volume 1), Takashi Miike, Ridley Scott. Recentemente l’ho incrociato persino nel Midway di Emmerich, pensa te.

Jun Kunimura mostra insofferenza prima di, beh, lo sapete.

Quando viene introdotto all’inizio della serie, Furuya sembra il classico yakuza calmo e ragionevole. Una sorta di Don Vito Corleone giapponese, che affascina il giovane gangster wannabe, Toshi, e con lui lo spettatore.

Col progredire degli eventi, però, l’ambiguità del boss emerge fino a mostrarne la vera natura, assieme a quella del mondo che pratica. Toshi scoprirà a sue spese che i traffici del vecchio non comprendono solo zone grigie come la pornografia e il gioco d’azzardo, ma anche droga, sfruttamento del lavoro e persino traffico di schiavi. Tra questi, ci sono delle giovani donne incatenate come animali in una stanza sudicia, “addestrate” personalmente da Furuya a suon di botte ed eroina e costrette a prostituirsi.

Nonostante l'arroganza, Toshi è forse il personaggio più fragile.

Lo svelamento è brutale, gestito con una consapevolezza tale che molte fiction di gangster possono solo sognarsi. Davanti alla scena delle prostitute schiavizzate, lo spettatore è costretto a rinegoziare non solo quello che credeva di sapere sul personaggio di Furuya, ma anche l’intero sistema morale che sostiene i sogni di emancipazione di Muranishi e del suo staff, e implicitamente quel particolare decennio. Non a caso, facendo il verso al capodanno di Boogie Nights, la serie si chiude sul passaggio tra il periodo Shōwa e quello Heisei con un brindisi tra il boss e l’ufficiale di polizia corrotto, Takei, mentre si dividono il mondo di sopra e quello di sotto.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a The Irishman e al crimine, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.