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Final Fantasy VIII è il JRPG preferito di Michael Bay

Ci sono opere così pacchiane, ma così pacchiane, da riuscire a fare il proverbiale giro e diventare cult, sopperendo anche a palesi carenze in quasi tutte le sue componenti. Final Fantasy VIII ne è un perfetto esempio, nonché un perfetto prodotto di fine anni Novanta: c’è un protagonista tenebroso, Squall, in lotta con un antagonista ancor più tenebroso e chiaramente complessato, Seifer, entrambi vestiti con abiti di pelle borchiata e colli di pelo, entrambi armati di Gunblade, una spada-revolver (ma ci rendiamo conto della bellezza?), esaltati da un filmato introduttivo (BELLISSIMO ancora oggi) che pare il videoclip di una band Nu Metal, di quelle che spariscono nel giro di un singolo. C’è una love story dai toni adolescenziali, bidimensionale, da serie TV del pomeriggio, dolce e innocua come un bicchiere di Fanta. C’è un mondo in costante guerra, instabile, le cui élite militari dei vari Stati sono composte da guerrieri teenager, capaci di controllare i poderosi Guardian Force e addestrati nei Garden, enormi università di stampo marziale che danno al tutto quel taglio “high school” che andava di brutto in televisione. Ma soprattutto un ritmo e un gusto per l’azione, le esplosioni e lo spettacolo che trasforma il disco 1 del precedente Final Fantasy VII nel leit motiv di tutto l’ottavo capitolo. Via tutti i discorsi sull’ecologia, la sperimentazione indiscriminata, l’identità e la morte; qua c’è solo amore mal idealizzato, alla Marco Ferradini, conflitti, streghe dittatrici e casini spaziotemporali.

Trovatemi un altro titolo, non definibile come action, capace di proporre: un assalto ad un treno, una battaglia campale tra università volanti, un tentativo di attentato (ai danni della strega di cui sopra), una rocambolesca fuga di prigione e da una base missilistica; nonché una memorabile sezione nello spazio, tra atmosfere sci-horror in stile Metroid, quella scena pazzesca, con Squall che salva Rinoa nello spazio aperto che pare uscita da Gravity e, questa è la mia cosa preferita, enormi obelischi fluttuanti in grado di scatenare il “pianto lunare”, ovvero una colata di mostri dalla luna: praticamente un’elaboratissima arma di distruzione di massa. È come se Mission: Impossibile, Armageddon e Biancaneve e i sette nani fossero apparsi in sogno a Hironobu Sakaguchi, sotto forma di un’aberrante eppur languida chimera. Sotto il profilo estetico, questa commistione di suggestioni contemporanee, leggermente rivisitate in chiave futuristica, e fantasy puro, rimane una delle esperienze videoludiche (e non solo) più vivide e spettacolari che abbia mai vissuto. È Final Fantasy VII sotto steroidi, con una consapevolezza tecnica impressionante (dai fondali pre-renderizzati ai modelli dei personaggi), che si mostra attraverso inquadrature bellissime e virtuosismi registici inediti (e con cui probabilmente solo Metal Gear Solid poteva rivaleggiare), dove le spettacolari sequenze in CGI si trasformano in fasi di gameplay senza stacchi (e viceversa), dando alle scene d’azione un impatto francamente impressionante ancora oggi, se si pensa di stare giocando un titolo di venticinque anni fa con combattimenti a turni.

Una serie senza fine di sequenze pirotecniche collegate da una trama incredibilmente pretestuosa, quasi naif, personalmente adorabile nel suo essere tenuta in piedi da un fascino e una mitologia ben più solide della sciatta sceneggiatura. Una strega del passato, Artemisia, vuole assurgere a dea attuando la così detta “compressione temporale”, pasticciando con lo spazio-tempo e inviando la sua coscienza a destra e a manca, impossessandosi di tutte le donne dotate di poteri magici che le passano a tiro. Edea, l’iconica villain del titolo ed ex-educatrice in orfanotrofio, Rinoa, la nostra cara co-protagonista, infine Adele, riesumata dal suo sonno criogenico in outer space; una specie di Hitler che voleva distruggere il mondo decenni prima, ideatrice della Lunatic Pandora, per evocare mostri a proprio piacere e devastare gli Stati limitrofi. C’è un po’ di fanta-politica, un po’ di fanta-scienza, perdite di memoria assortite ma, soprattutto, robe buttate lì semplicemente per giustificare gli eventi. A volte creando sotto-trame tragicomiche, come quella di Laguna Loire e la sua parabola da impacciato soldato di Galbadia a presidente di Esthar, stato più tecnologicamente avanzato del mondo, altre volte utilizzando personaggi col solo scopo di mettere una pezza ai paradossi scatenati dagli stessi scrittori, che mi immagino un po’ come quelli de Gli occhi del cuore; tipo Ellione e il suo potere di mandare le coscienze indietro nel tempo. Io so solo che neanche i meticolosi riassunti dei fan riescono a rendere le cose più chiare e, secondo me, nessuno ha mai capito davvero la trama di Final Fantasy VIII. Ma va bene così, perché c’è un cattivo assoluto che tutti odiano, l’amore assoluto che tutti adorano, e pochissime sfumature di grigio nel mezzo. Il grunge è morto, beccatevi questi quattro dischi di puro pop videoludico. Eyes on Me di Nobuo Uematsu, cantata da Faye Wang, che diventa l’I Don’t Wanna Miss a Thing di questo capitolo, mentre il combat system praticamente sparisce quasi subito dai radar, candidandosi come uno dei peggiori nel genere.

Il Junction System che, nelle intenzioni, doveva essere un’evoluzione ancora più personalizzabile e facile da utilizzare rispetto al sistema delle materie del VII, finisce per nascere rotto, noioso, le magie usate più per migliorare le statistiche che per i loro effetti sul campo, dove all’atto pratico ci si limita a spammare poco elegantemente evocazioni, sorbendosi le loro lunghissime (e bellissime, per carità, le prime tre volte) cut-scene, senza (quasi) mai essere costretti a riflettere tatticamente sulla battaglia. Però tutto è bilanciato, pure nella sua componente peggiore. In questo caso da un battle theme che si potrebbe ascoltare all’infinito, tanto è capace di gasare e rendere incredibilmente bene l’idea del combattimento, con le sue trombe e i suoi archi a culminare in un loop infinito di godimento sonoro. Perché il vero elefante nella stanza di Final Fantasy VIII è la sua colonna sonora. Un vero e proprio racconto musicale che sopperisce alle mancanze narrative, esalta ogni singola ambientazione con ventaglio di generi tutti-gusti, accompagna l’azione in modo magistrale e diventa Storia del videogioco in scene come il ballo del Garden, dove Squall e Rinoa danzano sulle note di Waltz for the Moon. È pieno di momenti del genere, in cui fare pace con un gioco tanto imperfetto quanto magnetico. Si è fatto il remake del VII, e va bene, probabilmente si farà quello del IX, o così si vocifera, ma quello che veramente meriterebbe una riproposizione è proprio l’VIII. È un delitto che quel mondo non possa essere riesplorato in tre dimensioni, che quella trama non venga riarrangiata, che quei personaggi non possano avere una seconda possibilità per diventare più contemporanei e maturi.

Posso dire orgogliosamente di aver superato la fase dei ricordi d’infanzia, per cui questo Final Fantasy è stato il primo e, confermando la regola, il preferito, giocandoci l’anno scorso dopo più di vent’anni, a rischio di rovinarne il ricordo. Così non è stato. Rimane il mio Final Fantasy preferito, ne amo l’epica ingenuità (o l’ingenua epicità), l’estetica, la capacità di fare show, di essere un vero e proprio blockbuster, puro intrattenimento, proponendo scene madri ad un ritmo costante. Se Michael Bay fosse stato un game designer avrebbe fatto un gioco simile. Oddio, ho appena pensato ad un tie-in live action diretto da lui…

Se volete un’altro Racconto dall’ospizio su Final Fantasy VIII, c’abbiamo quello di Francesco Del Rio.

Qua invece ci sta Marco Esposto che parla del remaster.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a viaggi nel tempo e paradossi temporali, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.