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Altro che primo amore, è la prima GDC che non si scorda mai!

Qual è stato il vostro primo amore? Riuscite a identificarlo con certezza? Magari, come nel mio caso, non riuscite a fare bene ordine nella vostra testa. È forse la bambina col caschetto che in terza elementare vi fece perdere la brocca per la prima volta, spingendovi a scrivere bigliettini colmi di cuoricini su un foglio a quadretti larghi, ben prima che qualsivoglia forma di testosterone cominciasse a sconvolgere i vostri piccoli corpi? O forse ancora quella tizia un po’ stramba che avevate conosciuto a sedici anni su un forum di scoppiati, viveva a centinaia di chilometri di distanza e vi aveva mollato con una lettera strappalacrime? O forse ancora la vostra cotta più o meno nascosta del liceo, che dopo avervi bellamente ignorato per anni, si era infine fatta viva dopo la maturità, trascinandovi in un turbine di emozioni e sentimenti prima di farvi schiantare a forte velocità su quel guardrail che chiamiamo vita, segnando a suo modo le aspettative su ogni futura relazione?

Non so davvero decidere quale classificare come il mitico e leggendario “primo amore”, quello che non si scorda mai, quello che in un modo o nell’altro finisce per plasmare inevitabilmente la tua forma futura. Perché ognuno, a suo modo, mi ha insegnato qualcosa, dal fatto che i fogli a quadretti larghi non sono il modo migliore per esprimere i propri sentimenti a quello che le relazioni a distanza fanno schifo e basta. Per il resto, le persone coinvolte scompaiono e si fondono in un amalgama eterogeneo di ricordi. Le parole e gli eventi si solidificano in una realtà mentale molto lontana dagli avvenimenti effettivamente accaduti. E i volti scivolano via dalla mente, diventando tratti confusi di un quadro il cui pittore non ha aspettato che la vernice si asciugasse prima di ripassarci il pennello.

Se questi ricordi sono andati persi “come lacrime nella pioggia” (e forse c’è un motivo), l’esperienza dello scorso anno alla GDC 2017 è chiara e cristallina nella mia mente, come un gioco tripla A sparato su un pannello 4K e HDR. E no, non è solo il tempo che mi divide dall’esperienza a fare la differenza, ché sono in grado anche di scordarmi anche come mi chiamo. È proprio perché San Francisco, in quella settimana, diventa un autentico paese dei balocchi per qualcuno come me, che da sempre vive, mangia e respira videogiochi. L’avevo scritto anche l’anno scorso, nella bloggata pre-partenza, che le mie aspettative erano alte, altissime, e forse non sarebbero state mai soddisfatte. E invece è stato anche meglio. Da un anno a questa parte, quando mi chiedono quale sia stata l’esperienza più bella della mia vita, rispondo senza indugio “L’anno scorso alla GDC a San Francisco”. “Bella vita di merda, allora!”, direte voi lettori. Che poi non è manco bello che entriate nella mia testa mentre scrivo gli articoli e mi dite cose con vocine sarcastiche che fanno allibire il mio analista. Ha detto che la dovete smettere.

In ogni caso, il fatto di riuscire a ricordare in maniera quasi cristallina ogni singolo evento di quella pazza settimana oltreoceano, nonostante il moderato tasso alcolico a cui gli eventi stampa e i brunch di sviluppatori ci hanno sottoposto, è un chiaro segno di quanto l’esperienza sia stata una figata pazzesca, che rimarrà impressa nella mia mente, come fosse burn-in su uno schermo a tubo catodico.

Siamo partiti alla grande già da subito (e da sabato) con la gita alle sequoie di Muir Woods che ha ispirato una lunga e illuminata riflessione sul mondo VR che potete rivedere nel video qui sotto:


Poi, l’audace decisione di spingersi fino al faro di Point Reyes, prontamente ribattezzato “Capo Polmonite”, con tanto di simpatico KO di papà giopep per una giornata di fiera. Domenica turistica in giro per San Francisco, fra brunch di sviluppatori e vecchi giochi arcade. E tutto questo non era altro che la calma prima della tempesta di schiaffi ed emozioni che è la fiera vera e propria.

La GDC 2017 è stata molto più di quanto potessi aspettarmi, dicevo, perché per quanto possa essere preparato, l’emozione ti prende lo stesso quando ti trovi Warren Spector che parla di uno dei tuoi giochi preferiti di sempre a due metri di distanza. Un evento che avrebbe generato un lungo articolo/sbrodolata sulla realizzazione di Deus Ex, di cui vado particolarmente fiero. Non c’è niente che si possa fare per contenere l’eccitazione di sedere nella platea dei Game Developers Choice Awards, a guardare un Tim Schafer in grande spolvero (praticamente il Martellone americano) che premia i migliori giochi dell’anno.

Di ricordi ce ne sarebbero tanti, troppi e vorresti che non rimanessero tali, a farsi usurare lentamente dalla routine quotidiana. Perché i ricordi sono buoni e cari, ma col tempo si inacidiscono come il latte e pesano come malinconici macigni sulle spalle, se non vengono rinnovati e rinforzati di tanto in tanto, filtrandoli attraverso una nuova luce. È anche per questo che ho deciso di imbarcarmi nuovamente nell’avventura con l’armata di Outcast, e basta dare un’occhiata allo scheduler della GDC 2018 per rendersi conto che c’è abbastanza carne al fuoco da riempirci il cuore e la mente per il prossimo anno di astinenza. E anche se saremo solo in tre (io, mamma giopep e Nabu-bro), ci faremo comunque in quattro per coprire il più possibile la valanga di informazioni e bellezza videoludica che si riverserà su di noi nel corso della settimana californiana.

E finché la vita me lo concederà, o finché giopep non si sarà scocciato del mio accento napoletano, vorrei che la GDC diventasse un appuntamento annuale, un’occasione paradossale per recuperare linfa vitale pur ammazzandosi discretamente di lavoro. Perché, parliamoci chiaro, i ricordi, se non vengono filtrati e rinnovati regolarmente, fanno abbastanza schifo. Soprattutto quelli collegati a te, compagna di banco col caschetto che ha sempre snobbato i miei bigliettini pieni di affetto su carta a quadratini larghi. Magari nel frattempo sei diventata una persona migliore, ma nella mia mente eri, e resti, una stronza!