Di eccitazione da prima volta

Di eccitazione da prima volta

Vi capita mai quella sensazione, frammista di incredulità e paura, legata a quando una sequenza di eventi apparentemente insignificanti che, parte da una singolarità, si sussegue in maniera del tutto perfetta, inanellando successo dopo successo, incastrandosi in finestre spazio-temporali talmente ristrette da risultare ridicole, fino a giungere a un risultato esplosivo del tutto inaspettato? E vi capita mai di guardarvi indietro e pensare a quanto sarebbe bastato poco perché questo inesorabile treno di eventi deragliasse su una linea temporale del tutto differente?

Come la drammatica reazione a catena nel cuore di un ordigno nucleare fa sì che una semplicissima particella alpha emessa dalla normale radioattività dell’uranio-235 diventi una tremenda e devastante liberazione di energia, così, nel giro di un anno o poco meno, un semplice “Ciao Fabio, sono Antonio. Piacere di conoscerti!” pronunciato in una fredda sera di fine aprile a Milano è diventato “Abbiamo un posto libero alla GDC. Se sei abbastanza folle da unirti all’ultimo minuto sei il benvenuto!”.

Il posto libero in un'immagine d'archivio.

Per comprendere meglio tutto questo, forse è necessario fare un passo indietro. Scrivere e chiacchierare di videogiochi non è il mio lavoro e non lo è mai stato. Ma se aveste chiesto al piccolo Antonio intorno ai dieci anni cosa sognava di fare da grande, avrebbe risposto senza indugio: ”Voglio fare il giornalista e scrivere di videogiochi!”. Semplice, diretto, senza pretese. Altro che astronauta o pompiere, voglio essere pagato (!?) per giocare! Avevo già capito tutto. Vi lascio immaginare la gioia dei miei genitori quando rispondevo così. 

Ora, prima di far scattare il pubblico ludibrio, dovete capire che per me, cresciuto in un’era senza internet e con l’orizzonte, metaforico e non, spesso fermo alle montagne che cingevano la valle lucana in cui abitavo, le riviste di videogiochi erano ben più che fogli patinati e colorati in cui simpatici minchioni si divertivano a lodare o distruggere questo o quel gioco; per me erano finestre sul mondo al di fuori di quei quattro picchi che chiudevano la mia visuale. Era un mondo fatto di redazioni che passavano il tempo a giocare e chiacchierare della mia più grande passione, un mondo di articoli semiseri da scrivere, un mondo di (finte) ragazze che rispondevano alla posta dei lettori, un mondo di cafonissime fiere internazionali in cui provare tutto prima di tutti. Mi sento davvero stupido a dire tutto questo ora, ma vi assicuro che il pensiero che esistesse una realtà del genere mi faceva scoppiare il cervello, quando io ero costretto a ritagliarmi un paio di ore al giorno di giochi, dopo Solletico e dopo i compiti, sempre soggetto alle restrizioni genitoriali. E senza neanche lo straccio di un amico nerd a cui parlarne!

Ovviamente la vita mi ha condotto a ben altri lidi, non meno soddisfacenti, ma nonostante tutto non ho mai smesso di coltivare la mia passione preferita e di continuare a pensare a quanto mi sarebbe piaciuto poter scrivere di ciò che più amavo, anche se non come occupazione principale.

Un esempio di altri lidi.

Poi venne l’aprile del 2016 e l’anno aveva già cominciato a distribuire calci in culo a me, con le promesse di una futura disoccupazione, e al mondo, uccidendo in rapida successione gente del calibro di David Bowie e Keith Emerson. Avevo un colloquio a Milano, in un’azienda molto “gggggiovane” che fa app, e mi rompevo potentemente il cazzo di dover fare 400 chilometri per un colloquio. Poi, su Facebook, mi arriva l’invito a un evento di retrogaming organizzato dal Kenobit nazionale per la sera prima del mio colloquio, proprio nella capitale meneghina. Eccola qui, la singolarità di cui sopra. Sorpresa, ma neanche troppo, nello scoprire che Fabio è una delle persone più buone, gentili e accomodanti del mondo. Circa mezz’ora dopo la singolarità, abbiamo già deciso che verrà a trovarmi a Ginevra. 

Tre mesi dopo, io e Fabio siamo affacciati alla finestra di casa mia che condividiamo l’ultima sigaretta prima di andare a dormire, mentre sotto la vita scorre tranquilla con l’ordinatissimo via vai di prostitute, clienti e spacciatori caratteristico di un quartiere a luci rosse elvetico.

“Ma sai che è fin da piccolo che sogno di andare almeno una volta all’E3? Tipo La Mecca. Solo che crescendo, ora sembra una pacchianata di marketing all’americana.”

“Perché non vieni con noi alla GDC, allora?”

Sì, perché i mesi prima li avevo passati a guardare i contributi scritti e video dei ragazzi di Outcast in gita a San Francisco e mi ero già divertito così.

“Con piacere! Ne riparliamo quando la data si avvicina.”

Certo, magari era una cosa buttata lì per compiacermi in preda ai fumi dell’alcol e Dio sa cos’altro, ma sentivo quasi il rumore degli ingranaggi che si mettevano in moto, delle piccole particelle alfa che schizzavano da tutte le parti innescando eventi molto più grandi di loro. Sentivo quasi il rumore del tessuto spaziotemporale che si piegava e si contorceva sotto il peso di una simile inaspettata successione di eventi o, meglio, di fronte a una tale plateale botta di culo.

Poi il 2016 ha continuato tranquillamente a prendermi a calci in culo e la cosa è un po’ scivolata via dalla mente, occupata a gestire scelte di vita ben più complesse del tipo “cosa mi metto stasera?” oppure “cosa farò della mia vita?”. 

Ma il 2017 è iniziato meglio e già nel mese di gennaio ho potuto scrivere e pubblicare il mio primo articolo dedicato al mondo dei videogiochi grazie ai ragazzi di Outcast. E niente, sapendo quanto vi ho raccontato prima, potrete capire che andava bene anche solo così. Poi, qualche settimana fa, l’esplosione in un normalissimo messaggio di giopep. “C’è posto alla GDC, vuoi venire?”. Il messaggio era come il punto esclamativo a chiusura di quello che era successo [cit.], la reazione a catena di fissione che giunge a un livello critico e non è più possibile controllarla. BOOM. Fanculo tutto, fanculo disoccupazione, fanculo soprattutto tu, 2016, andiamo a San Francisco (gio)Peppe!

Quindi ora mi ritrovo a vivere questa eccitazione spropositata da pre-partenza che, come per il chimico di De Andrè, spesso si rivela essere piacevole come e più dell’avventura stessa.

Mi aspetto di frignare come una scolaretta degli anni ‘90 a un concerto dei Take That quando mi consegneranno il pass con su il mio nome. Mi aspetto giornate interminabili fra gli stand, a parlare con questo o quello sviluppatore, a provare i loro assurdi giochi. Mi aspetto di incrociare per la fiera persone che hanno involontariamente forgiato le mie giornate con le loro creazioni e di poterle riconoscere solo dal cartellino che hanno appeso al collo, prima di rompergli le scatole per un autografo e una foto. Mi aspetto conferenze sullo sviluppo di giochi che quasi chiunque troverebbe insopportabili, mentre io sarò in prima fila con gli occhi lucidi a chiedermi come cazzo sia riuscito a finire lì. Mi aspetto di mangiare qualsiasi cosa il suolo americano abbia da offrire. Mi aspetto di prendere dieci chili come conseguenza. Mi aspetto di potervi raccontare tutto ciò grazie ai vari canali di Outcast. Mi aspetto sano fancazzismo e cameratismo coi miei compagni di viaggio, la cui combinazione di esperienze e provenienze forma un surreale mosaico di umanità degno di una brutta barzelletta che inizia più o meno così:

“Un milanese che traduce videogiochi e suona il gameboy, un genovese che è la migliore D.VA a livello europeo, papà giopep, un fisico e fotografo casertano, un abruzzese col nome da fisico e altri due individui misteriosi entrano a San Francisco...”

Il resto della barzelletta, e se sarà divertente o meno, lo saprete in diretta quando saremo sotto il sole e le nebbie della California.
 

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