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Del perché, nella sua cretinaggine, alla fin fine preferico l'Arrowverse alle serie Marvel/Netflix

Nei giorni scorsi abbiamo già parlato, più o meno direttamente, di come i fumetti DC abbiano funzionato per decenni al cinema mentre Marvel annaspava, ma l'abbiano sempre fatto solo attraverso la coppia d'oro formata da Superman e Batman, con gli altri personaggi che fallivano regolarmente. Perlomeno fino all'altro ieri. In TV non è che sia andata molto diversamente: Batman e Superman hanno tenuto banco ai bei tempi, quelli in cui io e gran parte di voi non eravamo ancora nati, poi (quando io iniziavo a manifestarmi e comunque alcuni di voi ancora non nascevano) è subentrata Wonder Woman, il famoso terzo vertice inspiegabilmente sottosfruttato al cinema, e negli anni Novanta (quando io molestavo l'altro sesso e – glom – alcuni di voi ancora latitavano) e successivi è stato un trionfo del figlio di Krypton, fra quattro stagioni di Lois & Clark - Le nuove avventure di Superman e addirittura dieci di Smallville. Nel mentre, Marvel non andava oltre il successo dell'Hulk con Lou Ferrigno e tutti gli altri personaggi DC si limitavano a qualche tentativo sfortunato, tra i quali molti ricordano con affetto il Flash di inizio anni Novanta. Poi, però, qualcosa è cambiato.

Probabilmente anche perché galvanizzato dal successo di Smallville, serie nella quale si era già tentato di introdurre timidamente un'espansione dell'universo narrativo al di là di Clark Kent e compagni, il network americano The CW si è rimesso immediatamente al lavoro. E l'ha fatto dimostrando di aver appreso la lezione dei Marvel Studios molto meglio rispetto a chi gestisce le faccende DC al cinema. A pensarci bene, sembra veramente lo stesso tipo di manovra effettuata da Kevin Feige e amici: hanno preso Green Arrow, vale a dire un personaggio importante, ma decisamente secondario nella percezione da parte del grande pubblico, l'hanno messo in scena seguendo una direzione molto precisa, che poi è quella delle produzioni adolescenziali/young adult tipiche del network, hanno spinto innanzitutto su di lui e, quando hanno visto che funzionava, hanno iniziato ad allargare il discorso, alzando sempre più il tiro e finendo per costruire un universo narrativo espanso che funziona e fa tutto quel che deve. Pur con evidenti differenze di forma e contenuto, nella sostanza il progetto non è troppo diverso da quanto fatto con Iron Man e i film successivi. E, similmente, ne è venuta fuori una roba piena di limiti ma che, per chi ama i supereroi, sa ad ampi tratti essere un vero spacco.

Io, sul crossover al termine del terzo anno, mi sono gasato per davvero.

L'uomo immagine del dietro le quinte di tutta la faccenda è Greg Berlanti, che arrivava comunque da una carriera già bella avviata e ricca di successi (ha iniziato a fine millennio scorso su Dawson's Creek) ma con i fumetti DC ha chiaramente scovato la gallina dalle uova d'oro. Assieme a lui, comunque, come è inevitabile per un mostro sempre più tentacolare, ci sono altri nomi, fra cui Marc Guggenheim, Andrew Kreisberg, Phil Klemmer e prezzemolino Geoff Johns. E i superamici hanno creato un universo narrativo che, pur nelle contraddizioni e nella natura incoerente e scombinata tipica della serialità televisiva, che è un po' il regno del procedere a braccio, trova una sua formula efficace e funzionale. Ma tutto ha avuto inizio con Arrow, che nelle premesse nasceva come rilettura giovanile e un po' nolaniana del personaggio di Green Arrow, proposto nell'ottica del giustiziere incazzato nero e che pian piano imparerà a moderarsi e finirà per diventare il vero Green Arrow. Che messa così pare la trama del Daredevil cinematografico con Ben Affleck, e in effetti non si va troppo lontani.

Arrow parte con un approccio estremamente terra terra, senza superpoteri fra i maroni, e solo con estrema calma, soprattutto a partire dalla seconda stagione, inizierà a introdurre discorsi più ampi. Nel frattempo propone una serie ricca d'azione, ai limiti dell'insopportabile quando si fa sfuggire di mano il melodramma ma spesso alleggerita dalla giusta dose di consapevolezza, dal sapere fin troppo bene che si tratta di una scemenzina post-adolescenziale nella quale è importante dosare come si deve autoironia, pizze in faccia, tripudio di citazioni nerd e pipponi seriosi. Arrow, poi, inaugura la capacità di azzeccare il villain principale, proponendo attori carismatici che finiranno per diventare membri quasi fissi e irrinunciabili della serie. E dico "inaugura" perché andrà allo stesso modo con The Flash. E insomma, Arrow, nei suoi primi due anni, in particolare nel secondo, è una serie divertentissima. Sì, vive il dramma della lunghezza, del fatto che non siamo più troppo abituati a sucarci ventidue puntate a stagione e tutte le lungaggini inutili che ne derivano, ma funziona. Hai detto niente.

Spararsi le pose senza vergogna.

Al terzo anno, l'ambizione s'imbizzarrisce. Mentre Arrow inizia a mostrare qualche problema di tenuta e sbaglia davvero tanto (ma, nel contempo, trova finalmente la quadra del suo lato action e propone coreografie di combattimento quasi sempre molto riuscite), The Flash si propone con un avvio fenomenale, giocandosi tutto su un tono più scanzonato e mirando altissimo sul piano della messa in scena. Ne viene fuori una serie ancora più divertente, brillante, con un protagonista e un antagonista azzeccatissimi, oltre a una totale mancanza di vergogna nell'affrontare il tema supereroistico e le assurdità che ne derivano. The Flash si presenta come serie intelligente, riuscita, divertentissima, con un cast molto azzeccato (soprattutto sul fronte dei villain), certo sempre inquadrata nel suo taglio adolescenziale, ma che forse proprio per questo risulta così apprezzabile. E qui è dove vi spiego il titolo dell'articolo. È chiaro che le serie Marvel/Netflix sono, sulla carta, più ambiziose, con il loro taglio adulto, brutale, sessualizzato, e la loro ricerca di temi che vadano al di là del semplice prendere a cazzotti il criminale di turno. Ed è altrettanto chiaro che quando funzionano davvero (secondo me solo e solo in parte nelle stagioni d’esordio di Daredevil e Jessica Jones) raggiungono vette non accessibili all'Arrowverse. Il problema è che non ce la fanno.

Anzi, mi correggo, il problema vero è che fanno finta. Perché diciamoci la verità, sotto sotto, sono la stessa roba, solo che non hanno il coraggio di ammetterlo. Sono serie altrettanto cretinette e adolescenziali, altrettanto incentrate sui cazzottoni al cattivo di turno, solo che fanno finta di voler essere qualcosa d'altro, si ammantano di violenza, scopate selvagge e temi sociali ma li affrontano in maniera poi impacciatissima, con una scrittura non particolarmente più raffinata rispetto ai pipponi con cui Supergirl tratta il femminismo. E risultano molto meno sinceri e spontanei, molto meno efficaci e simpatici. Senza contare che una stagione DC/CW pesa come venti puntate perché sono effettivamente venti, mentre una stagione Marvel/Netflix pesa come venti puntate perché sono tredici ma puzzano di bromuro.

Va come si divertono.

Comunque, ho citato Supergirl e qui inizia il macello. Il quarto anno è quello in cui si perde completamente il controllo, con crossover fra quattro serie diverse, richiami a serial animati per il web e apparizioni speciali di chi non ha avuto altrettanta fortuna. L'Arrowverse diventa ormai definitivamente teatro di un multiverso degno di quelli fumettistici e seguire tutto quanto si fa impresa titanica, riservata solo a chi veramente ha tanta, tanta, tanta ma tanta voglia (stiamo parlando di quasi cento puntate complessive a stagione). Fermo restando che uno può limitarsi a una o due serie e intuire cosa cacchio accada quando scattano gli incroci narrativi, per chi ama quel genere di serialità non c'è nulla da fare, tocca seguire tutto. Anche perché il lancio di Legends of Tomorrow è fra i motivi per cui la quarta stagione di Arrow e la seconda di Flash funzionano così bene, anche se solo fino a metà.

Con Legends of Tomorrow si apre definitivamente tutto e ci ritroviamo con un cast di sciamannati che si lanciano in viaggi nel tempo e ne combinano di ogni. La serie funziona soprattutto quando non si prende sul serio e tira fuori puntate divertentissime come quella ambientata nel far west, ma in generale si inserisce molto bene nella formula dell'universo narrativo. Formula che, va detto, arrivati a questo punto diventa anche un po' un limite: Legends of Tomorrow se ne stacca a dire il vero un pochino, ma la struttura rimane sempre quella, anche per Supergirl, nonostante questa sia sulle prime scollegata da tutto, anche perché nata su un network differente. La costruzione del cast, la struttura degli episodi, il modello narrativo, l'utilizzo del tema supereroistico, il taglio dato ai personaggi... sono tutte serie abbastanza diverse fra loro ma allo stesso tempo quasi identiche. Ha senso, è un modello che funziona, ma alla lunga, è inevitabile, può stancare.

Tanti cuoricini per Wentworth Miller, riscopertosi cazzone fuori misura nel ruolo di Captain Cold.

Ciò non toglie che, dicevo, quella prima metà di quarto anno è davvero spettacolare, proprio grazie al fatto che in Arrow e Flash, oltre a portare avanti i rispettivi racconti, si buttano dentro sviluppi che fanno da prologo a Legends of Tomorrow (poi lanciata durante le pause invernali dei serial principali) e ci si prepara a un doppio cliffhanger di metà stagione davvero riuscito. Poi, esauriti i "doveri di universo", tornano i problemi di lungaggini, legati al raccontare storie che non avrebbero realmente bisogno di tutte quelle puntate, ma che ci dobbiamo fare? Nel complesso, comunque, l'universo continua a funzionare e si tira in mezzo anche chi in teoria non dovrebbe essere tirato in mezzo. Viene lanciata una serie animata per il web a micro-episodi dedicata a Vixen, molto carina sul piano visivo e molto moscia su quello narrativo, la cui protagonista finirà per diventare personaggio ricorrente. Si aggiunge momentaneamente alla cumpa John Constantine, protagonista di una serie sottovalutata e sfortunata, ormai chiusa, ma che ha un ruolo da guest star in una puntata di Arrow (tornerà nella terza stagione di Legends of Tomorrow, oltre ad avere in preparazione una sua serie animata). E si inizia a coinvolgere Supergirl.

Dicevamo, Supergirl. L'ho già menzionata fin troppe volte. Altra creatura del team Berlanti, fa il suo esordio sul network CBS e passa su The CW solo nel secondo anno, proponendosi come ambientata in tutt'altro universo narrativo, con una mossa forse inevitabile per poter raccontare dei kryptoniani senza creare incongruenze troppo grosse con quanto visto fino a lì nell'Arrowverse. La separazione dura però molto poco, dato che nel frattempo Flash scopre di poter viaggiare fra le dimensioni e improvvisamente nasce, come dicevo prima, il multiverso DC televisivo: anche Supergirl diventa parte della cumpa e siamo tutti contenti. Nel mentre, comunque, Supergirl è un'altra serie molto brillante e azzeccata, che si adagia sul solito modello e sulla solita struttura (vedi alla voce "un po' di stanchezza si percepisce, è inevitabile") ma azzecca ancora una volta il cast, a cominciare da un protagonista, Melissa Benoist, davvero clamorosa per presenza fisica e capacità di far funzionare il personaggio, ricalcato senza vergogna sul Cristopher Reeve dei tempi belli. E poi, quando stacca uno dei suoi sorrisoni, sa essere di una bellezza effettivamente aliena.

Supergirl si inserisce nel modello post-adolescenziale di tutto l'Arrowverse e, pur ricalcando la solita formula, trova anch'essa una sua identità, appoggiandosi soprattutto sul voler affrontare temi molto carichi alla conversazione popolare internettara moderna e facendolo con un bel gusto. In questo senso, si propone forse anche un po' come erede di Buffy l'ammazzavampiri, che in fondo era una serie di supereroi con protagonista bionda che rompeva gli stereotipi e parlava di omosessualità, diversità e inclusione before it was cool. Insomma, non solo Supergirl è divertente, a tratti davvero deliziosa, è anche capace di comunicare nella maniera giusta con il suo pubblico di riferimento. Può sembrare poco, non lo è.

A proposito di cose già fatte in Buffy l'ammazzavampiri.

Dopo tutto 'sto papagno, arriva il momento di tirare delle conclusioni. E arriva anche il momento in cui ammetto di essere rimasto indietro. Devo ancora recuperare tutto il quinto anno di Arrowverse e nel frattempo sono già partite le trasmissioni del sesto. Sono però abbastanza convinto che le cose non siano cambiate molto. Si tratta di serie che hanno i loro limiti, si rivolgono a un target giovane (o di nerd attempati a cui non dà fastidio essere trattati da giovani) e avrebbero solo da guadagnare, in compattezza ed efficacia, se abbracciassero il modello a stagioni più "sintetiche" dei network via cavo. Si tratta però anche di serie che, quando ingranano, sanno essere divertentissime, si propongono con grande autoconsapevolezza, parlano nel modo giusto al loro target di riferimento, riescono ad essere più ambiziose di quanto ti aspetteresti e hanno costruito un po' di soppiatto, senza dirlo a nessuno, un universo narrativo supereroistico che non ha nulla da invidiare a quello dei Marvel Studios e ridicolizza gli sforzi un po' impacciati della DC cinematografica. Seguire tutto è forse fin troppo impegnativo e certi momenti bui fanno quasi passare la voglia, ma quando tutto gira, se ami questo genere di cose, è veramente difficile trattenere un ghigno di soddisfazione. Alla faccia di Charlie Cox che si confessa con un caffè in mano.

Questo articolo fa parte della Cover Story "Justice League & Friends", che trovate riepilogata a questo indirizzo.