La mensola di Shin X #19 - L.A. Noire: un gioco di parlare

La mensola di Shin X #19 - L.A. Noire: un gioco di parlare

Da sempre sostenitore di titoli bistrattati dalla critica, Shin X è passato da “difensore dei poveri” a “masochista”, da “acquirente compulsivo” a “forzato bastian contrario”. La verità è che a suo parere ogni titolo può dire qualcosa: c’è chi sbraita, chi sussurra, chi lo fa con i sottotitoli e chi lo recita in versi. L’importante è avere lo spirito di voler ascoltare. E l’antro in cui riposano questi brutti anatroccoli è la sua mensola. L’unico luogo nel quale possono diventare cigni.

Guarda il labiale! Questa famigerata - e agghiacciante - freddura del passato, potrebbe diventare, nel caso di L.A. Noire, un vero e proprio consiglio. A patto di conoscere molto bene l'inglese, ovviamente. La tecnologia Lab Sync che sta dietro al gioco, difatti, è la punta di diamante dell'intera produzione, anche se i costi e i tempi di sviluppo, unitamente a una serie di circostanze infauste, hanno portato il Team Bondi a un prematuro scioglimento.

Occhio! L’attore vero è il tizio a sinistra.

Occhio! L’attore vero è il tizio a sinistra.

L.A. Noire è stato amato e odiato da pubblico e critica, ma bisogna dare atto agli sviluppatori di aver realmente cercato di rinverdire le solite formule investigative presenti in questo genere di giochi. Mentre il mondo intero pensava di trovarsi di fronte a un GTA con un pizzico di avventura grafica, sua maestàRockstar (che ci ha messo "solo" il vil denaro e il nome) ha dato al Team Bondi le redini di un puledro indispettito. L'incipit e l'atmosfera sono senz'altro degni di nota, seppur non freschissimi: siamo a Los Angeles, nel 1947: reduce dagli orrori della seconda guerra mondiale, Cole Phelps entra a far parte del dipartimento di polizia per mondare i suoi peccati e mettere a tacere una petulante e rigorosa coscienza.

Gran bel didietro.

Gran bel didietro.

L.A. Noire, volendo intraprendere la meschina strada della sintesi, ha due caratteristiche principali che lo colpiscono ai fianchi: finge di essere un free-roaming, mostrando un'enorme città, senza però dare un reale motivo per esplorarla, e offre sezioni action che riescono a essere farraginose nonostante l'utilizzo di soli tre tasti.

Il cuore del gioco, tuttavia, sono le sezioni investigative, quelle in cui le labbra, le alzate di sopracciglio, gli sbuffi e gli sguardi circospetti diventano protagonisti.  Dopo aver obbligatoriamente eliminato tutti gli aiuti nella schermata delle opzioni, vi ritroverete di fronte a un bizzarro clone di Phoenix Wright. Esatto, proprio il gioco forense Capcom, che gli amanti del genere dovrebbero ben conoscere nelle sue dinamiche: bisogna cercare indizi e oggetti validi alla ricostruzione del caso, torchiare il testimone di turno e scovarne le eventuali contraddizioni. A parte qualche magagna nella sceneggiatura e la frequente impressione di essere fin troppo guidati, sotto quest'aspetto L.A. Noire risulta molto intrigante.

Un’atmosfera molto… Noire, ecco.

Un’atmosfera molto… Noire, ecco.

Meravigliose le modellazioni poligonali, le espressioni e la sincronizzazione labiale dei protagonisti. Ottima anche l'idea di fondo: peccato che il medium videoludico non può continuare a scimmiottare il cinema, se vuole assumere appieno una sua identità. E così, per tutta la durata dell'avventura, benché la storia narrata sia discreta, L.A. Noire cade nella trappola dei cliché cinematografici, pur senza caracollare del tutto. Però, e c'è sempre un però, a dispetto di quanto asserito dai numerosi detrattori, il gioco coinvolge grazie a una mistura di sapori messi insieme con poca organicità, ma non per questo meno attraenti. Senza contare che con le offerte e i maxi sconti degli ultimi mesi (anni?) potete portarvelo a casa al costo di una salsicce e funghi.

Le espressioni dei personaggi e il labiale sono tutt’ora ineguagliati in ambito videoludico.

Le espressioni dei personaggi e il labiale sono tutt’ora ineguagliati in ambito videoludico.

L.A. Noire, con tutti i suoi macroscopici limiti, è un esperimento più che discreto, cui bisognerebbe assolutamente offrire una chance. La somma delle parti non riesce forse a restituire un divertimento autentico e genuino, infastidendo in più punti e per diverse ragioni. Eppure il gioco del Team "R.I.P." Bondi ha quel fascino capace di magnetizzare e trascinare il giocatore anche attraverso pratiche un tantino lente e macchinose, ma che alla fine, tuttavia, riescono a donare grandi soddisfazioni.

Un po' come accade con le donne, a pensarci bene.

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