Hunger Games, il bel film che non t'aspetti

Questo articolo fa parte di una "cover story" che abbiamo voluto dedicare all'uscita mondiale di The Hunger Games, film dal notevole successo ispirato a una serie di libri dell'americana Suzanne Collins. Cinque articoli per cinque giorni, in cui vi racconteremo tutti gli aspetti di quello che è già un nuovo fenomeno mondiale. In attesa che il film arrivi in Italia il primo maggio.Hunger Games (senza l'articolo, in Italia ci piace così) ha esordito al cinema negli Stati Uniti prendendo a calci in faccia quasi tutti i record precedenti. Si parla di centocinquantacinque milioni di dollari in un weekend, il terzo incasso "d'apertura" della storia, superato solo dall'ultimo Harry Potter e da Il cavaliere oscuro. Volendo potremmo aggiungere che Harry Potter ha avuto dalla sua i prezzi maggiorati per il 3D e che, del terzetto, Hunger Games è l'unico a non essere un seguito. Insomma, un successone, che oltretutto non ha attirato al cinema solo ragazzine isteriche, anzi: il pubblico, dicono le statistiche, è stato (quasi) equamente diviso fra i due sessi e per buona metà maggiorenne. Detto che gli incassi sulla lunga distanza sono ancora tutti da vedere, c'è insomma, come ipotizzano in questo simpatico articolo su Grantland (sito che consiglio a tutti), la concreta possibilità che a definire i gusti dell'attuale generazione di ragazzetti postpuberali non saranno i mosci vampiri luccicanti e asessuati di Twilight, ma i ganzi adolescenti assassini di Hunger Games. Gioiamo tutti assieme.

Al di là di questo, il successo del film è interessante anche perché urla fortissimo un messaggio non da poco: è possibile nuclearizzare il botteghino mettendo al centro di un film una donna dalla caratterizzazione sensata. Una donna che, pure essendo molto molto (molto) bella, non passa il tempo mostrando la coscia, stringendo la scollatura e strappandosi i vestiti in zone strategiche. Ma anche una donna in grado di formulare pensieri che vadano oltre la ricerca di un fidanzato appropriato e capace di sfuggire dallo stereotipo della maiala senza tuffarsi in quello del donnuomo che si conquista il suo spazio facendo cose da maschi. Katniss Everdeen è un personaggio normale, certo dotato di un'abilità con l'arco non comune, ma contestualizzata dal racconto. Un personaggio fragile, umano e credibile. Che si porta sulle spalle un blockbuster capace di dominare al botteghino. Se c'è una vittoria di Hunger Games è senza dubbio questa, anche se immagino Michael Bay continuerà a basare i suoi film sui primi piani regalati alle terga della bella di turno.

Ma, al di là di tutte queste belle considerazioni extrafilmiche, com'è Hunger Games? Beh, è allo stesso tempo una delusione e una bella sorpresa. Delusione, perché il racconto avrebbe tutte le carte in regola per dare vita a della fantascienza bella tosta, di quella che davvero affonda i denti nel suo voler rispecchiare in maniera distorta le contraddizioni della nostra società. E invece il film di Gary Ross si limita a tenere queste tematiche sullo sfondo, senza mai affondare davvero il coltello e – tolta l'interessante protagonista – affidando la sostanza dei vari personaggi più alle valide interpretazioni che a buone pennellate di sceneggiatura. Allo stesso tempo, però, Hunger Games è anche una bella sorpresa, in quanto film d'intrattenimento ben confezionato, classico nel ritmo della narrazione, capace di equilibrare nella maniera giusta le sue mille esigenze. Insomma, funziona.

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Funziona la sceneggiatura, che si prende i suoi tempi, costruendo la situazione con calma e dandoci l'opportunità di entrare nel mondo che ci viene raccontato e creare un legame emotivo coi caratteri in gioco. Si poteva fare di più e meglio, come detto, ma siamo ben lontani dal frettoloso didascalismo con cui tanti film d'azione moderni sbrigano la pratica nel giro di dieci minuti per poi lasciare spazio solo a botti, pestaggi ed esplosioni. In secondo luogo funziona la regia, che non si distingue certo per particolari virtuosismi, ma si adatta molto bene alle necessità di ciò che racconta, dal panico convulso delle fasi iniziali al basito stupore dei momenti ambientati nell'assurda capitale che ospita i giochi, fino al semplice, ma chiaro ed efficace modo di raccontare poi il conflitto. E funziona infine il tono, che è senza dubbio una soluzione di compromesso fra la necessità di limitarsi a un rating PG-13 (mettere in scena minorenni sgozzati non è esattamente semplice, soprattutto in America) e la voglia di non rinunciare ai toni cupi e opprimenti che accompagnano per forza un racconto del genere.

Il risultato è un film che magari non si sporca abbastanza quando dovrebbe, e che avrei forse preferito un po' meno leccatino in certi passaggi, ma riesce comunque a comunicare a dovere il tono richiesto e il senso d'oppressione vissuto dai suoi personaggi. E che mostra un po' la corda quando si affida ad effetti speciali evidenti e pacchiani, anche se in fondo a tono con la caratterizzazione sopra le righe data alla capitale e ai suoi abitanti. Ma ha anche un lodevole coraggio nel credere fino in fondo nel suo melodramma, nel non volerlo sdrammatizzare a tutti costi allargando costantemente sullo sguardo di chi osserva da fuori e, cacchio, quando funziona lo fa davvero bene. In particolare la scena del giro di boa, quella in cui viene avviato il gioco al massacro, è un gioiello di tensione tutta accumulata nello sguardo di panico espresso da Katniss, nel suo risalire lentamente quel tubo e in ciò che sta arrivando. Certo, nulla di quel che viene dopo, per quanto godibile e divertente, riesce a riprodurre la potenza di quell'attimo, ma intanto siamo davanti a un blockbuster intelligente e che non prende a schiaffi l'amor proprio dello spettatore. Non se ne vedono molti.

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Ah, a proposito, Jennifer Lawrence domina il film in una maniera incredibile. Oltre ad avere il physique du rôle (il suo coprotagonista Josh Hutcherson le arriva alla cintola), è un'attrice semplicemente pazzesca, capace di veicolare tutta la vita di un personaggio tramite uno sguardo, un movimento del corpo, quattro parole. Facesse anche schifo tutto il resto del film, lei rappresenterebbe comunque un motivo valido per andare al cinema.

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