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I (nostri) migliori anni del videogioco: 2010, l'ultimo anno di passione

I (nostri) migliori anni del videogioco: 2010, l'ultimo anno di passione

Non credo di essere l’unico ad aver attraversato quel periodo in cui una di quelle passioni che ti porti dietro dall’infanzia, e cioè quella di passare il proprio tempo dietro mouse e tastiera o PlayStation e/o Xbox e/o Nintendo assortiti, va a farsi benedire una volta giunti ad un certo snodo della propria vita, per motivi nemmeno troppo precisi. Solitamente accade in un punto indefinito fra i quattordici e i vent’anni, che è poi quando gli ormoni si attivano e subentrano tutte quelle cose collaterali, come l'altro sesso, il calcetto, le incomprensioni coi genitori, il peso sempre più insostenibile per il futuro che avanza e inizia a farsi tangibile e sì, insomma, tutta quell'altra roba che arriva di conseguenza. Quel periodo, io, non credo di averlo ancora del tutto superato, e con un quarto di secolo addosso mi chiedo, con immenso dispiacere, se mai riuscirò ad andare completamente oltre questa fase.

Se cioè tornerò mai a giocare, e non credo di esagerare, almeno a quei sette-otto titoli all’anno; ma giocarci bene, intendo; tutti, con quell’impellenza irrefrenabile di tornare a casa e mettersi davanti allo schermo, per provare quella foga e quella passione e quel disincanto troppo spesso associati, a torto, all’infanzia. Lo ricordo bene, quel periodo, ed era tutto meno che infantile. Ricordo ancora meglio il mio ultimo anno da videogiocatore a tempo pieno. Era il 2010, il mio penultimo anno di liceo classico – e quindi, va da sé, con una percentuale giornaliera di ore libere ben superiore rispetto a ogni possibile adulta concezione. I soldi erano pochi, ma il giro di amici con cui scambiarsi i giochi era, quell'anno come non mai, bello ampio e affiatato. E infatti, in quel 2010, per l’ultima volta in vita mia, giocai tantissimo. Davvero tanto, e con il solo greco rimandato a settembre.

Mass Effect 2 fu uno dei pochi giochi, usciti nel 2010, a cui mancai di giocare. Nonostante me lo avessero regalato per il compleanno, tra l'altro. E nemmeno ci giocai mai, alla fine, nonostante mi fossi pure gustato, e con grande piacere, il capitolo precedente. Il motivo? Forse stava iniziando a sopraggiungere quell'indolenza videoludica che mi intrappolò negli anni a venire, credo. 

Il 2010 fu l’anno in cui mi innamorai perdutamente di Platinum Games. I motivi sono intuibili, considerate poi le recentissime ripubblicazioni su Steam: Bayonetta prima e Vanquish dopo. Bayonetta, soprattutto. Ore e ore e ore passate con quel disco a girare in pancia alla mia Xbox 360. Mai avrei potuto pensare di poter trascorrere così tanto tempo in compagnia di un action, e invece scavallai la quota psicologica, da allora raggiunta solo da Destiny e Metal Gear Solid V, delle centocinquanta ore di gioco cumulate. Mentre le mie dita picchiettano queste parole sulla tastiera, di sottofondo c’è Fly me to the moon, uno dei brani più iconici del gioco Platinum, con quel pop dalle derive fusion che tanto mi fa ricordare le combo imparate a memoria in modo inconsapevole, le mazzate, i mille collezionabili da sbloccare e soprattutto le scosciate, bellissime, e fuori dal tempo, di Bayonetta. Tutte cose che ti lasciavano a bocca aperta, in quel flusso di estetica kitsch e forme sinuose e caciocavalli in testa semplicemente indescrivibile. Qualcosa di simile a quanto proposto da Vanquish, con però i proiettili al posto delle mazzate e qualche altro e sostanziale accorgimento di sorta. Meno riuscito, forse, ma comunque di grande impatto. Per pareri più autorevoli del mio, chiedere a Stefano Brocchieri.

Magari non furono centocinquanta, ma cento ore su Red Dead Redemption, come minimo, ce le passai di sicuro. Con mia grande sorpresa, dato che non sono mai stato un amante dei Grand Theft Auto, e sì, insomma, Red Dead Redemption è sempre stato venduto un po’ come “Il GTA ambientato nel vecchio West”.  Ovviamente, visti i preconcetti, non ci spesi una lira. Fu Gianluca, un mio vecchio amico d’infanzia, a prestarmelo, con quelle mille rassicurazioni tipiche di chi ha la certezza di aver indirettamente preso parte a un capolavoro che meritava di essere condiviso con tutti, e soprattutto con gli amici. “Fidati, è una bomba. Giocatelo con calma e poi mi fai sapere”. Altro che calma: ci passai giornate intere, in compagnia di John Marston, il protagonista del gioco, e rimasi stregato.

Dall’ambientazione, soprattutto, ma anche dalle linee di dialogo, dai personaggi di contorno, che poi erano tutto tranne che di contorno, dall’atmosfera e dalle mille attività collaterali disponibili. E l’epica, più di tutte: Red Dead Redemption è probabilmente la mia esperienza videoludica con intriso il maggior senso di epos. Ho ancora i brividi a pensare alla prima volta che entrai in Messico; con quella scena, con quella canzone in sottofondo. Prima di ridarlo a Gianluca, temporeggiai tantissimo, ricordo, in modo tale da aspettare addirittura l’espansione, in uscita verso la fine di quell’anno; proprio io, che allora come oggi sono sempre stato diffidente nei confronti dei DLC, che in quel caso non mi piacque nemmeno, tra l’altro. Ma non ci voleva mica così poco, per compromettere tutto il tempo trascorso su Red Dead Redemption.

Si trattò di un 2010, in senso strettamente personale, di non solo capolavori. Tanti buoni giochi, qualche cagata qua e là, vedi sopra, moltissime ore macinate sopra. Con Metro 2033 proseguì la passione per il post-apocalittico che Fallout 3 mi aveva instillato: non fu la stessa cosa, ma andò comunque benissimo. Con Mafia II diedi invece seguito alla voglia di free roaming durante le vacanze natalizie, orfano com’ero del Red Dead Redemption appena restituito al legittimo proprietario: non fu nemmeno lì la stessa cosa, ma mi ci divertì parecchio. E con Final Fantasy XIII sfiorai addirittura i 1000G: lì, contro ogni pronostico, invece, con un piacevolissimo combat-system sorretto tuttavia da una storia fondamentalmente del cazzo. Ma anche tanti begli action in terza persona, che all’epoca andavano fortissimo, come Enslaved: Odyssey to the West che mi fece prendere una cotta per i Ninja Theory (ci fu qualche lacrima sparsa qua e là durante l'avventura di gioco, tra l'altro), o il mio ultimo Assassin’s Creed, Brotherhood, con cui riuscii ad andare oltre le due ore di gioco, finendolo e millandolo, addirittura; o ancora Darksiders, acquistato a un prezzo ridicolo sul mitologico Zavvi.com, che mi fece venire una voglia irrefrenabile di acquistare un Wii solo per poter giocare a The Legend of Zelda: Twilight Princess.

Wii che non comprai, alla fine, almeno durante quell’anno. Ma Nintendo entrò comunque nel mio 2010 videoludico, in formato però portatile, e con un fortissimo retrogusto di amarcord: Pokémon Oro Heartgold, soprattutto, remake di quel gioco che consumai per buona parte delle scuole elementari, ma anche Dragon Quest IX; che remake non era, ma rappresentava il seguito di una saga a cui mi approcciai addirittura alle scuole medie e mi piacque tantissimo, tanto da indurmi a recuperare i capitoli precedenti, sempre su Nintendo DS, durante il liceo, grazie alla già citata percentuale giornaliera di ore libere ben superiore rispetto a ogni possibile adulta concezione. Tutto tempo che, purtroppo, non tornerà più indietro. Ma forse non è poi nemmeno un male, se penso che in quel 2010 passai almeno, sto andando a memoria, una quarantina di ore appresso a Resonance of Fate. Cos’è, Resonance of Fate? Ecco, appunto.

Il 2010 riassunto in maniera arbitraria e incompleta: Bayonetta, Darksiders, Final Fantasy XIII, God of War III, Gran Turismo 5, Halo: Reach, Heavy Rain, LIMBO, Mass Effect 2, Red Dead Redemption, Starcraft II: Wings of Liberty, Super Mario Galaxy 2, Vanquish.

Questo articolo fa parte della Cover Story "I (nostri) migliori anni del videogioco", che trovate riepilogata a questo indirizzo.

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