Racconti dall’ospizio #57: Final Fantasy VI (o la dolce scoperta della sofferenza)

Racconti dall’ospizio #57: Final Fantasy VI (o la dolce scoperta della sofferenza)

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Nell'aprile del 1994, mese in cui Final Fantasy VI veniva pubblicato in Giappone, Kurt Cobain si suicidava con un colpo di fucile, l’Irlanda trionfava all’Eurovision e su Telenapoli Canale 34 (il nome dell’emittente va letto tutto d’un fiato, mi raccomando) era possibile assistere alla ventitreesima edizione del Torneo Tenkaichi. Poche settimane più tardi - il tempo necessario affinché Son Goku caricasse la sua Onda Energetica - il sottoscritto avrebbe spento una deliziosa candelina a forma di cinque. Nel caso apparteniate a quella categoria di individui che tendono a percepire gli avvenimenti occorsi fra il 1990 e la fine del secolo scorso come distanti appena un decennio, mi tocca ricordarvi la triste realtà. Da allora sono passati ben ventitré anni e, pur cominciando a sentire l’ansia tipica di chi si avvicina ai trenta, ho la fastidiosa sensazione che il mondo non sia cambiato poi tanto: sia Dragon Ball che l’Eurovision vengono ancora trasmessi in televisione.

Sarebbe passato diverso tempo prima che scoprissi di nutrire un amore matto e disperatissimo per i videogiochi. Nella cittadina a sud del Tevere dove ho mosso i primi passi, sono sempre stati visti con un certo sospetto. Smanettare con il pad era l’atto impuro di cui tutti erano colpevoli, ma che pochi praticavano alla luce del sole. D’altro canto, gli studi condotti dai ricercatori del dipartimento di Sociologia dell’Università della Strada erano giunti a una conclusione inequivocabile, l’esposizione prolungata ai raggi catodici comprometteva irreparabilmente una sana passione per la fessa. Da bambino assennato quale ero, non potevo accettare che le mie perversioni mettessero in pericolo il perpetuarsi della razza umana.

Ero destinato alla sensibilità.

La storia che vi sto raccontando si sarebbe conclusa con ampio anticipo (o meglio, non sarebbe mai iniziata) se non fosse per l’intervento di un prodigioso deus ex machina. Si tratta di una creatura misteriosa, dai contorni indistinti, che risponde al nome di “le colleghe di mamma”. Per quanto mi sforzi, non ricordo le loro voci o i volti, figurarsi i nomi. Probabilmente non ho mai fatto uno sforzo sincero per memorizzarli. Per il piccolo Aurelio, erano delle conoscenti di poco conto, da salutare con educazione nella speranza che non lo ammorbassero con la loro cortesia affettata. In occasione della mia Prima Comunione, le famigerate colleghe (che ora non posso fare a meno di immaginarmi come un collettivo in stile Wu-Tang Clan) fecero fronte comune per regalarmi un Game Boy Color. Col senno di poi, mi viene da ridere pensando a quanto successo. Delle persone che a stento conoscevo, nel corso di un’occasione che già allora vedevo priva di un forte valore, cambiarono la mia vita per sempre.

Avevo dieci e anni e di quel periodo ho ricordi tanto confusi quanto intensi. Avevo appena messo piede nella tana del Bianconiglio ma non era abbastanza, avevo un disperato bisogno di scoprire quanto fosse profonda. Mi vengono in mente le centinaia di ore trascorse in compagnia di Pokemon Blu, Rosso e Giallo. La pubblicità di Giochi per il Mio Computer. La demo di Worms Armageddon spolpata fino alla nausea, così come ogni singolo gioco allegato. Seven Kingdoms, Tequila & Boom Boom, Shogo. Zero Zone, dove sono abbastanza sicuro fosse presente una scena di sesso (tanto confusa quanto intensa), la prima che abbia mai visto. La posta di Nemesis. Pokemon Argento importato dall’America, perché la fame era troppa. La prima PlayStation che ormai costava due spicci. Crash Bandicoot, Resident Evil, Tomb Raider, Final Fantasy IX. Le lacrime per la morte di Vivi. PSM e gli editoriali di Ualone, il kaibano, le poesie di J. Roland. Il monolito nero. L’estasi con Burnout 3. Ero felice.

Il primo amore non si scorda mai.

Ho giocato a Final Fantasy VI nell’estate del 2004. La prematura dipartita della PS2 mi aveva costretto a rispolverare un vecchio computer che non veniva aggiornato da secoli, basti pensare che come sistema operativo aveva ancora Windows 95. Inutile negarlo, la scoperta degli emulatori non fu dettata dalla curiosità, ma dalla frustrazione. Quel catorcio andava in crisi ogni volta che provavo ad aprire due finestre di Firefox in contemporanea, farci girare sopra un Fable o un Doom 3 era pura fantascienza.

Quando il buon Stefano mi ha chiesto di scrivere un pezzo su Final Fantasy VI, sono stato seriamente tentato di rifiutare. Ormai lo avrete intuito, non posso parlare del capolavoro di Square prescindendo dal mio vissuto, ha avuto un’influenza troppo profonda perché possa scindere i due argomenti. È l’opera che mi ha spinto ad amare i videogiochi con una nuova intensità, facendomi intuire il loro potenziale come mezzo d’espressione. All’epoca non potevo saperlo ma, negli anni a venire, sull’onda di questa passione, avrei inseguito il sogno di diventare giornalista, sacrificando una quantità indecente di ore che sarebbe stato più giusto dedicare al sonno e agli studi universitari. Soprattutto, in quel luglio del 2004, è stata la mia ancora di salvezza. Ero reduce dal quarto ginnasio ed ero profondamente provato. La difficoltà di creare nuove amicizie, le ragazze che monopolizzano i tuoi pensieri ma sembrano non degnarti di uno sguardo, un padre che lavora a centinaia di chilometri di distanza e che vedi un weekend ogni due settimane. Sentivo di essere condannato all’infelicità. Fortunatamente, mi sbagliavo di grosso.

Fischia il vento, infuria la bufera.

Quando si ha un legame così intimo con un videogioco, è difficile capire se siano state le sue qualità intrinseche a far scattare la scintilla o se la nostra sensibilità ci abbia permesso di apprezzare delle caratteristiche che, per altre persone, potrebbero risultare di poco valore. In altri casi, da buon democristiano, sentenzierei che la verità sta nel mezzo, ma è sufficiente osservare la scena con cui si apre Final Fantasy VI per realizzare che ci si trova davanti a un qualcosa di speciale. L’ambientazione steampunk con le sue gigantesche macchine a vapore; mostri strani che l’uomo domina con il pensiero e con la mano; la minaccia di un potere sopito, che mina le fragili fondamenta dell’Impero; la neve che ammanta Narshe mentre le note dell’orchestra guidata dal maestro Uematsu piovono dal cielo come una sentenza. È tempo di mettersi in viaggio. Titoli di testa. Stacco. Una sequenza dal sapore cinematografico, dall'impatto così intenso che a tutt'oggi la ricordo fin nei minimi particolari.

A suo tempo non ho realizzato quanto fosse raro vestire i panni di una donna. Ero troppo ingenuo e troppo distratto per accorgermi che i videogiochi tendessero a propinare unicamente protagonisti maschili. Sia chiaro, da lettore appassionato non ho mai avuto preclusioni di genere: I ragazzi della via Pál mi aveva commosso tanto quanto Jane Eyre. L’immedesimazione con Terra Branford fu totale. La diffidenza verso chi ti offre aiuto, la sensazione di essere sempre di troppo, la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo. La tristezza infinita che il suo sguardo riusciva a trasmettere nonostante fosse tratteggiato con quattro pixel in croce.  

Oltre le gambe c'è di più.

Eppure, se mi venisse chiesto di indicare quale sia il mio personaggio preferito di Final Fantasy VI, non riuscirei a trovare una risposta. Del resto, si tratta di un’epopea corale tremendamente ambiziosa, dove non solo i quattordici componenti del party guidato dall'utente, ma anche gli antagonisti e le più insignificanti genti meccaniche e di piccolo affare vantano una caratterizzazione profonda, una backstory intrigante e un ruolo centrale nel grande schema delle vicende narrate. Cosa più importante, sono tutti personaggi cui ci si affeziona per la disarmante umanità che li muove. Le vicende di Terra, Locke, Celes ed Edgar risultano credibili perché le loro vite sono state segnate dalla sofferenza. Hanno patito la scomparsa di persone a loro care, hanno subito e compiuto azioni abominevoli, si sono sentiti perduti, alla mercé di un mondo destinato alla rovina. Non sono spinti dall'eroismo, ma dal mero spirito di sopravvivenza.

Sembrerà una considerazione banale, ma Final Fantasy VI è figlio di quella sensibilità tipicamente nipponica che non ho mai riscontrato nelle produzioni occidentali. Mi riferisco alla capacità di muoversi su equilibri delicati, risultando sopra le righe senza essere pacchiano, di mescere momenti di una tragicità lancinante con gag da slapstick comedy senza alcuna soluzione di continuità, di regalarti una risata dopo averti fatto piangere lacrime amare. Nell'Impero Gesthal e nei territori limitrofi, la morte è una presenza concreta, sembra quasi di poterla toccare con mano. Aleggia nelle strade di Mobliz, nei corridoi del Castello di Doma, persino i campi fioriti di Jidoor sono stati toccati dalla falce del tristo mietitore. Per quanto ci si sforzi, è impossibile sfuggirle. “Why do you yearn to live, knowing all things must die?”, ci chiede Kefka, prima che inizi l’indimenticabile scontro finale. Giunti a quel punto, la morale è chiara: perché ognuno di noi ha il dovere di fare del suo meglio con le carte che ha pescato, non importa quanto sia stato penalizzato dalla cattiva sorte. Può essere dura, anzi, lo sarà di sicuro. Tanto vale farsi una risata, stringere i denti e andare avanti.

È tempo di morire.

Potrei andare avanti all'infinito, perdendomi nell'elenco dei pregi che rendono Final Fantasy VI un gioco dal fascino ipnotico. Parlerei della strabiliante varietà di situazioni cui ci pone di fronte, di Ultros, dei sogni di Shadow. Del fatto che, nel mezzo dell’avventura, si trasforma in un open world; della magnificenza dei suoi dungeon, della cura certosina sul piano estetico. Citerei la scena dell’Opera, l’ultimo incontro fra Cyan e i suoi familiari, il primo amore di Locke. Eppure, il motivo ultimo per cui lo ho tanto amato è ben più semplice. Final Fantasy VI è un inno alla vita, un accorato elogio della bellezza che si cela nelle piccole cose, un’esortazione ad affrontare ogni avversità a muso duro. Mi ha reso una persona migliore ed è per questo che è il miglior videogioco di tutti i tempi e sempre lo sarà. Amen.

Questo articolo fa parte della Cover Story "Aspettando il Nintendo Classic Mini: Super Nintendo Entertainment System", che trovate riepilogata a questo indirizzo.

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