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Gli abissi di Ultima Underworld | Racconti dall'ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Con la serie Ultima, come raccontato in questo pezzo, ho sempre avuto un rapporto particolare. Ultima VI è stato uno dei primi giochi “di proprietà” che ho fatto partire su un PC che fosse davvero mio, un glorioso 286 che ruppi quasi subito con un virus e che usavo con un floppy di boot e poi facevo partire i giochi da lì. Inutile dire che quando andavo dai miei amici portando i miei giochi per farglieli provare scassavo pure i loro PC. Bei tempi. LA PANDEMIA!!!.

Ad ogni modo, sto divagando. Ultima. Mi è sempre piaciuta la premessa, che di fatto il personaggio interpretato veniva dal nostro mondo, dalla Terra, e si trovava in un mondo fantastico. Un trope che ho rivisto (e altrettanto amato) in Landover, la serie di Terry Brooks che penso di aver apprezzato anche più di Shannara.

Sto divagando di nuovo.

Ultima Underworld! Ecco. Di questo devo parlare. Dell’effetto che ha avuto su di me provarlo dopo che mi ero giocato buona parte degli Ultima classici. Fu… particolare. All’epoca non avevo enorme esperienza coi generi videoludici e quando vedevo un gioco che mostrasse grafica in prima persona associavo automaticamente la cosa a Doom. Grande la mia sorpresa quando mi resi conto che, invece, non dovevo massacrare ogni cosa che si muoveva, ma potevo parlare, esplorare, calarmi nei meandri oscuri del mondo labirintico del sottosuolo. Fu davvero un’esperienza “mistica”, e mi aiutò a crescere come giocatore (quando lo giocai per la prima volta avevo circa dieci anni, stavo in piena zona formativa).

Nonostante tutto mi è difficile pensare a un unico dettaglio preciso che mi è rimasto impresso, ma non nel senso che ho trovato il gioco blando (tutt’altro!) ma perché l’intera esperienza era un percorso di scoperta. Per la prima volta studiavo i movimenti dei personaggi che incontravo, per la prima volta ragionavo con quella magica immedesimazione che solo i giochi di ruolo possono donare. Prima di allora, anche in Ultima VII, non avevo sviluppato quella capacità di calarmi nel mio personaggio, di riflettere realmente su come quell’ammasso di pixel avrebbe riflettuto, sentito, agito. I miracoli della prima persona.

In realtà non credo di aver specificato con la giusta enfasi l’importanza di questo dettaglio. Prima di allora nulla si era avvicinato lontanamente a quel livello di dettaglio e libertà, con una storia da seguire, un mondo più o meno dinamico che rispondeva e cambiava e offriva sfide e opportunità di crescita.

Forse è anche per questo che penso sia davvero un peccato che Ultima Underwolrd non venga citato a sufficienza. Deus Ex, Skyrim, System Shock e tanti altri giochi che oggi sono più o meno dei classici devono la loro eredità e il loro “pedigree” a Ultima Underworld, che quando uscì era davvero anni luce avanti rispetto a quanto esisteva all’epoca.

Nel ripensare alla mia esperienza di gioco sto cercando dei momenti che erano i miei preferiti, ma penso che in generale era il senso di scoperta, lo sperimentare a fare cose nuove (e che fino ad allora non avrei mai pensato di fare in un gioco) e scoprire che se usavo il fuoco in un determinato modo allora c’era una reazione, che la torcia non serviva solo a illuminare la strada ma aveva degli effetti precisi sui mostri e sull’ambiente. Sono abbastanza certo che se rigiocassi seriamente a Ultima Underworld oggi scoprirei comunque cose nuove e mi ritroverei con un sorriso ebete sulla faccia.

Ciò che comunque rimane più attuale sono i temi. La segregazione, quello che si deve fare per sopravvivere in una situazione di crisi, e il delicato equilibrio tra le razze (gli umani non erano decisamente l’unica razza “senziente” nella prigione sotterrane che “ospitano” l’esperienza). Ho sempre trovato che i giochi del passato, quando ancora non andava di moda parlare di problemi di razza e sociali in genere, avessero un modo molto genuino e puro di affrontarli, andando a insegnare e creare delle parabole che permettevano di riflettere sui compromessi, l’uguaglianza e il rispetto reciproco, senza andare a mettersi su un piedistallo come troppo spesso capita nei media moderni.

È esattamente questo, credo, il merito più grande di Ultima Underworld. Offrire una prospettiva unica e diversa, in cui l’obiettivo non è strettamente diventare onnipotente e distruggere tutto, ma crescere, conoscere, ripercorrere i passi di altre creature e in generale interagire con un mondo che in realtà è in buona parte pacifico, a parte le sezioni finali. Pensare che tutto questo fu realizzato durante un periodo in cui i videogiochi su PC erano ancora decisamente acerbi fa riflettere non poco su quanto eccezionali erano le persone che ci hanno lavorato, e fanno apprezzare ancora di più i giochi che crearono in seguito. Quando ci si perde per ore a esplorare il mondo di Skyrim, quando si affrontano le sfide transumanistiche di Deus Ex, quando ci si perde in enigmi e storie e mondi fantastici… in realtà molto è dovuto a Ultima, e a Ultima Underworld soprattutto.