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Lo Spider-Man di Sam Raimi: l'inizio di tutto, la fine di tutto

L'inizio di tutto, sì. Perché c'era stato Blade e pure X-Men, coi loro primi episodi, ma dopo trent'anni di prove spesso finite in robaccia vera, fu Spider-Man nel 2002 a far dire a tutti "OK, si può fare". I supereroi si possono fare, la Marvel si può fare. Si poteva uscire da un certo canone classico alla Superman alla Donner, dal grottesco e a tratti parodistico Batman alla Burton. Era il nuovo millennio, basta mascherate, anzi, le mascherate restavano ma tutto doveva sembrare reale, tangibile, vero. Oggi, riguardando la trilogia di Sam Raimi, qualche risata viene spontanea, e forse la mascherata classica c'era, in realtà, ma allora sembrava un sogno.

Soprattutto per un fan come me, che andò al cinema e aveva la pelle d'oca durante la colonna sonora del film che montava sul logo della Columbia, continuando sulla scritta Marvel che si formava dalle pagine di fumetti che si sfogliavano a folle velocità. I fumetti che il me ragazzino divorava da anni. E adesso era lì, in sala, attorniato da amici e da persone che magari quei fumetti non li avevano mai aperti.

Tobey Maguire era Peter Parker, piangeva un sacco e faceva le faccette, e in effetti la faccia da schiaffi di un Parker c'era, volendo. Willem Dafoe era Norman Osborn, senza riccioli piallati in testa ma con due occhi (sì, insomma gli occhi di Dafoe) che bastavano a farlo diventare Goblin. Raimi, uno che sa cosa significhi dirigere, che dopo gli horror de La casa, sempre più folli fino al L'armata delle tenebre, decide di farsi ri-amare dal grande pubblico dirigendo il suo supereroe preferito. Raccontava di come nella sua cameretta ci fosse uno Spider-Man disegnato sul soffitto, di come fosse ossessionato da quel supereoe, la cui sceneggiatura per un film circolava ad Hollywood già negli anni Ottanta, ma trovalo tu il coraggio di girarlo, quel film.

Raimi lo ha avuto, riportando su schermo le atmosfere dell'epoca d'oro, quella di Stan Lee e John Romita, glissando un po' sui malumori giovanili delle prime storie con Steve Ditko alle matite. Il film è classico e potente, un epica moderna, con parecchi momenti di delirante comicità intrisa di inquietudine. Raimi recupera infatti il suo fido Bruce Campbell nel ruolo del presentatore dell'incontro di wrestling, che vede il debutto di Spider-Man (e a scegliere il nome è proprio Bruce). C'è anche Kirsten Dunst, forse non abbastanza bomba sexy per Mary Jane, ma decisamente in parte.

La macchina del denaro si mette subito in moto e due anni dopo, 2004, arriva il sequel. Spider-Man 2 è uno dei cinecomic più riusciti di sempre in quanto a solidità e messa in scena del racconto. Uno fra i villain più riusciti, un Dottor Octopus portato in scena da un Alfred Molina che per il me bambino e (anche per la massa, diciamolo) passò da un "E questo chi è?" a un "Uao, ma chi è 'sto mostro?". Che sia davvero o no un mostro, di sicuro qui aveva il fuoco sacro di chi voleva far capire di non essere solo il pirla che muore all'inizio de I predatori dell'arca perduta. E dire che Spider-Man 2 è una fotocopia del primo, forse a voler rimarcare come le storie degli eroi siano destinate inevitabilmente a un loop di situazioni. Ma Raimi prende tutto il primo film e ne tira fuori una versione 2.0 che migliora tutto. Celebre la scena di Spider-Man che ferma un treno sopraelevato in corsa dopo aver combattuto Octopus. Una sequenza che parla da sola.

Viene facile capire quindi perché tre anni dopo, nel 2007, sia finito tutto. I supereroi sono morti e rinati, per mano di Marvel stessa. La saga di Spider-Man è stata brutalmente interrotta e la palla è passata in mano a Sony (ma è un'altra brutta storia). Spider-Man 3 sembra un film girato da qualcun altro. È tutto sbagliato. Giusto il personaggio dell'Uomo Sabbia, interpretato da Thomas Haden Church, può essere salvato, perchè trova la sua dimensione e porta in scena un ottimo Flint Marko. La verità è che i soldi stavolta han dettato davvero legge e la produzione ha insistito, pare, per inserire a forza Venom nel film. Piacerà ai più giovani, dicevano, faremo i giocattoli. Raimi sbotta, il cast sbotta, il cast si arrabbia con Raimi, poi con la produzione, poi Raimi e Maguire, poi Maguire e la Dunst, tutti si scannano con tutti. Ma il film va tirato fuori, subisce qualche rallentamento, viene riscritto, Raimi lascia accesa la macchina da presa e probabilmente va a fare altro. Ne esce un film troppo lungo, con tre cattivi che si rubano la scena e una serie di scene imbarazzanti in cui Peter posseduto dal simbionte diventa una specie di emo ridicolo.

(Ciao, sono il Maderna e volevo dirvi che Spider-Man 3 è bruttarello ma "girato da qualcun altro" una sega. La scena della gru è clamorosa e Sam Raimi, per quanto scoglionato dalle ingerenze, si vede eccome. Aggiungo che l'emo, secondo me, è farina del suo sacco. Ciao.)

Il film non incassa nemmeno male, il problema è che la spesa dietro fu di 258 milioni di dollari (secondo alcune voci ben più di 300, per i costi di marketing che salirono esponenzialmente, toccando da soli i 100 milioni). La verità non la sapremo mai, ma la baracca fu chiusa e via anche i burattini. Doveva arrivare Spider-Man 4 con Lizard e un 5 con l'avvoltoio, pare. Venom sarebbedovuto comparire non prima del quinto film, con un Carnage forse opzionato per una sesta pellicola. E pare che anche Dafoe/Osborn sarebbe tornato dalla tomba, magari in una sorta di saga del clone. Ma non se ne fece più nulla, anche se gli scampoli delle sceneggiature già abbozzate sono ritrovabili nella successiva saga made in Sony.

Peccato. C'era qualche ombra ma la saga di Raimi aveva una certa autorialità. Erano film solidi, a volte troppo sopra le righe, ma perfettamente intrisi dello spirito Marvel.

Questo articolo fa parte dell'amichevole Cover Story di quartiere su Spider-Man, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.