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Racconti dall'ospizio #193: Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto PlayStation

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Cosa si può scrivere della PlayStation che non sia già stato detto? Probabilmente poco o nulla. Per cui frechete.

La scatola grigia di Sony riuscì nel miracolo di proporre una quantità sterminata di titoli a cui bene o male tutti abbiamo giocato, almeno per pochi istanti, e di cui tutti abbiamo un ricordo, un aneddoto, un amico perso per qualche settimana dietro a questo o quel gioco. Partecipando al podcast dedicato alla PlayStation Classic, scorrendo la selezione fatta dagli stagisti dello studio legale di Sony, anche per un senza memoria come me è stato facile lasciarsi trascinare dalla nostalgia. Per un paio d’ore, sono tornato ad essere quel bambino con la scodella di capelli in testa, nella cucina di casa dei miei, con ancora i vecchi mobili e la pila di giochi accatastati di fianco alla console, a guardare i treni di Densha de Go!.

Tutti hanno i propri ricordi della prima PlayStation e dei suoi giochi, un po’ perché la console Sony si impose culturalmente anche su chi non aveva mai fraternizzato coi videogiochi, un po’ perché per gli altri fu semplicemente impossibile da ignorare. Fu un catalizzatore, un punto di svolta, arriverei persino a dire “qualcosa che ha segnato le vite”. Io, di sicuro, mi ricordo di aver rotto talmente tanto le scatole ai miei che, quando vidi la console sotto la carta regalo strappata, mi lasciai andare a una reazione non molto distante da un’altra, storica, nel mondo degli appassionati di videogiochi.

Del resto, l’età era quella. Per altro, chissà che fine avrà fatto il sixty-four kid. Sarà stato vessato dal demone dell’impopolarità? Sarà riuscito a perdere la verginità durante le superiori? Avrà comprato Switch? Chi lo sa. Io so solo che, dopo quel momento di pura estasi che era propria dell’idillio dell’amore e dell’eroina, arrivò una rivelazione che, oh, quasi mi rovinò tutta la faccenda.

Il giorno dopo, scoprii perché “la console Sony si impose culturalmente anche su chi non aveva mai fraternizzato coi videogiochi”: la pirateria. La possibilità di avere l’intero catalogo di una console pagando pochi spicci, accompagnata a braccetto dall’aspetto estetico maestoso dei giochi e un’offerta ludica che offriva davvero tutto-per-tutti, diede all’hardware di casa Sony una spinta clamorosa, almeno nel nostro paese di santi, poeti e mariuoli. E, beh, a me questa cosa faceva abbastanza schifo. Ma, intendiamoci, non perché fossi un paladino del bene o un agente della Guardia di Finanza particolarmente precoce. No no, il punto è che mi faceva schifo non avere la confezione originale, la “scatola”.

Maneggiare le meravigliose/orribili custodie di plastica, sniffare le copertine acetate, sfogliare manuali inutili a discapito dei libri di scuola. C’era tutta una mistica, dietro le varie custodie dei giochi PS1, che, come tutte le cose sacre, ancora oggi fatico a inquadrare bene. Mi ricordo di aver visto un qualche gioco di guida con la custodia in plastica nera, pseudo-gommosa, una roba talmente allucinante e once-in-a-lifetime che ogni tanto mi tormenta ancora adesso. Per non parlare poi del fascino delle versioni d’importazione, la roba giapponese, i Platinum e chissà quali altre edizioni limitate. Ma poi, oh, le trovate allucinanti che arrivarono dopo qualche anno, ché in qualche modo bisognava spingere la gente a comprare originale, e allora, tipo, IL DISCO DI FIFA CHE SAPEVA DI ERBA, che non era un modo simpatico di mettere un piede nella porta dell’illegalità, quanto un bizzarro tentativo di portare anche nei videogiochi quell’orrenda moda inizio-2000 delle figu che le grattavi e facevano le puzzette.

CAN YOU SMEEEEELL… WHAT BLATTER… IS COOKIN’?

Tutta ‘sta roba, semplicemente, se piratavi non c’era, e se come me eri un bambino che non resisteva all’aspetto estetico, alla confezione in senso letterale e metaforico, al trip visivo e tattile in cui stavi per imbarcarti, beh, era un po’ una merda.

Poi, chiaro, la pirateria è una merda ancora adesso e per motivi ben più importanti di quelli meramente estetici, ma allora non era quello il punto. E in effetti, nei miei panni di bambino che ha appena vinto una battaglia di logoramento, quando i tuoi ti dicono che non c’è cazzi di sborsare anche per dei dischi che costano quasi quanto la baracca che ti hanno appena regalato, beh, non puoi che fare spallucce e firmare l’armistizio. Anche perché, a onor del vero, non sono mancati i giochi originali, in bella mostra sulla mia mensola.

PROPRIO LUI!

Final Fantasy VIII, grande amore estivo e lunghissimo, siringa condivisa con il mio migliore amico dell’epoca, mi ha segnato talmente tanto che, quando nel 2002 mi iscrissi sul forum (è divertente questa cosa che, se sei un nerd italiano di una certa estrazione, non devi neanche specificare quale forum) e decisi di tenere un avatar fisso, la scelta ricadde sul Cactuar, meravigliosa Guardian Force del gioco e (una delle tante) mascotte della serie. Un’immagine profilo che, per altro, continua ad accompagnarmi ancora oggi, almeno nei frangenti in cui non ha molta utilità mostrare il mio brutto muso su internet.

Super Puzzle Fighter II Turbo e quella simpatica robetta di Pocket Fighter, talmente atteso e desiderato che non solo venne comprato originale, ma gli fu apposto sulla copertina anche uno degli adesivi che mi piacevano di più tra quelli allegati a PSM. Pensate in che modo bizzarro funzionaNO la mente e la scala di valori di un bambino.

FIFA 97, che mi venne regalato originale da un tizio loschissimo che ignorava il fatto che non sapessi nulla di calcio, tanto che mi ricordo solamente partite indoor perse per forfait, dal momento che il mio unico scopo era quello di gambizzare l’intelligenza artificiale. Per altro, se ci fosse bisogno di un’ulteriore prova del fatto che la nostalgia fa più danni della grandine, si potrebbe portare sul banco il fatto che le partite indoor di FIFA 97 siano un motivo di cringe assoluto da parte di quella frangia di nostalgici del calcio e dei calciatori di merda degli anni Novanta, che non capiscono un cazzo di cosa ci sia di bello nello sport e nella vita e che infestano i social di ‘sto periodo. Ma questa, per fortuna, è un’altra storia.

I pomeriggi a giocare ai vari Crash Bandicoot. L’estate fuori casa, passata a soppesare l’importanza poligonale delle pere di Lara Croft a totale discapito del gameplay di Tomb Raider. La paura fottuta che mi metteva anche solo la copertina di Resident Evil in bella mostra nel negozietto, figurarsi il gioco. La vicina di casa che giocava alle conversioni in legno di Broken Sword e io che cercavo di dare una mano, pur tifando contro quel cretino di Stobbart. Il cervello spappolato affrontando Metal Gear Solid per la prima volta e la fotta assoluta col quale ci ho rigiocato le dieci, cento, mille volte successive. Quando ho imparato a non preoccuparmi e ad amare WipeOut.

Il catalogo di PlayStation era talmente gigantesco e, ehm, raggiungibile, che le riviste diventarono ben presto un compendio necessario, una cartina perfetta per girare in quell’offerta mastodontica e buonissima. A suon di poster, recensioni e guide, andare in edicola ogni mese diventò ben presto un appuntamento necessario per sapere a cosa ambire, come muoversi e, soprattutto, cosa aspettarsi da un futuro che non poteva che sembrare assolutamente roseo. E, incredibile ma vero, a forza di perdermi tra i primi rudimentali screenshot, i fiumi di parole e i racconti redazionali, qualcosa come quindici anni dopo sono arrivato a fare anch’io il lavoro più bello del mondo. Lasciate perdere il fatto (COMPLETAMENTE MARGINALE) che non sia più un lavoro, o che ci sia arrivato troppo tardi per fare troppo poco.

Quello che conta è che, pur videogiocando già da prima e pur avendo continuato a farlo dopo, con praticamente tutte le console e le piattaforme, quella di Sony sia stata un catalizzatore clamoroso, in grado di delineare un’epoca. Una pinta di birra lanciata alle spalle per scatenare una rissa di cervelli planetaria. E ora scusate, continuerei a parlarvi di come PlayStation mi ha segnato la vita, ma sono in down e devo farmi un altro tiro di FIFA 2001.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a PlayStation Classic e alla prima PlayStation, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.