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Le investigazioni libere di Lamplight City

Francisco Gonzalez, titolare dello studio Grundislav Games, ha alle spalle una carriera da sviluppatore di avventure punta e clicca indipendenti già piuttosto “corposa”. Si è fatto conoscere con la serie gratuita Ben Jordan: Paranormal Investigator, per poi passare alle produzioni commerciali, in collaborazione con Wadjet Eye Games, sviluppando A Golden Wake e Shardlight. Il suo nuovo progetto si intitola Lamplight City ed è ambientato in una versione alternativa del diciannovesimo secolo, che ha visto i francesi colonizzare gran parte del Nordamerica e in cui il protagonista, Miles Fordham, è un detective di polizia impegnato nella città di New Bretagne. Il prologo giocabile pone Miles alle prese con un caso apparentemente semplice, ma che finisce in tragedia, e la narrazione si sposta poi in avanti di qualche tempo, proponendoci un Fordham detective privato, parzialmente fuori di senno e che addirittura sente nella testa la voce della persona morta in quel tragico episodio.

Il prologo è la parte di gioco su cui ho già messo le mani alla GDC 2018, ma nei giorni scorsi ho provato una versione di Lamplight City più avanzata, che includeva anche il primo caso vero e proprio su cui Fordham si trova ad investigare. La nuova avventura grafica di Francisco Gonzalez, infatti, è una detective story il cui protagonista lotta con il destino per provare a ritrovare la propria via da investigatore e, nel contempo, cercare una qualche forma di chiusura per quanto avvenuto nel prologo. Tradotto in termini pratici, questo significa che Lamplight City si struttura su una serie di casi da affrontare e (auspicabilmente) risolvere, percorrendo un filo conduttore che, come sempre accade in questo genere di storie, ci condurrà verso un nuovo impatto con gli avvenimenti che hanno dato inizio al tutto.

Dal punto di vista del gioco vero e proprio, Gonzalez si concentra prevedibilmente soprattutto sulla fase investigativa, focalizzando l’interazione sull’analisi degli ambienti e sulle conversazioni con sospetti e personaggi assortiti. La manipolazione di oggetti non manca e ci sono anche piccoli enigmi da risolvere, ma il cuore dell’azione sta altrove, come è del resto testimoniato dall’interfaccia completamente essenziale e contestuale e dall’assenza di un inventario classico. A dirla tutta, l’inventario, volendo, c’è ed è costituito dal taccuino del protagonista, che prende nota di indizi, tracce da seguire, oggetti importanti osservati e informazioni assortite. Ma sta lì solo per ricordarci questi elementi, non richiede interazioni particolari.

A distinguere davvero il gioco, comunque, sembra poter essere l’approccio almeno parzialmente libero all’investigazione, che in un certo senso accomuna Lamplight City ad Unavowed, prossima avventura grafica di Wadjet Eye Games. Come Dan Gilbert, infatti, anche Francisco Gonzalez ha deciso di sperimentare con la possibilità di creare un’avventura punta e clicca che sia allo stesso tempo classicheggiante nella sostanza ma non lineare nello sviluppo. Il percorso scelto per farlo, però, è abbastanza diverso: se in Unavowed tutto ruota attorno alla variabilità dei personaggi utilizzati e, conseguentemente, del modo in cui affrontare gli enigmi (un po’ in stile Mass Effect), qua si recupera l’approccio “fluido” all’investigazione di un L.A. Noire e si cerca di renderlo, se possibile, ancora più aperto.

Mentre si è impegnati su uno dei cinque casi proposti da Lamplight City, è possibile seguire contemporaneamente più piste, indagare allo stesso tempo su vari temi e scegliere comportamenti diversi. Questo non solo permette un approccio moderatamente libero alle singole situazioni, ma garantisce anche delle conseguenze sul breve e medio termine. Tanto per cominciare, è possibile sbagliare completamente la soluzione di un caso, accusando un innocente e/o non trovando il colpevole. In secondo luogo, il tutto non si risolve, come nel gioco di Rockstar Games citato sopra, in un buffetto da parte del capo e a posto così: non si rimarrà bloccati, sarà comunque possibile proseguire nel gioco ma ci saranno conseguenze.

Le conseguenze, fra l’altro, non nascono solo e necessariamente dalla conclusione del singolo caso. Per esempio, sbagliando approccio o comportandoci in maniera sgarbata, rischiamo di inimicarci questo o quel personaggio utile per la risoluzione del caso in corso o, addirittura, di un caso successivo. Qualcosa che magari sembrava non dover avere grosse conseguenze sull’immediato potrebbe insomma tornare a crearci grossi problemi in futuro. In un certo senso, come spiega lo stesso Gonzalez nel suo blog, è un tentativo di recuperare l’approccio “crudele” di certi giochi Sierra, che punivano errori spesso inconsapevoli facendoti finire in un vicolo cieco anche una o due ore dopo e costringendoti a caricare un salvataggio, se ne avevi a disposizione. La differenza è che qui gli errori non ti conducono a vicoli ciechi ma “solo” alla chiusura o apertura di opportunità e a sviluppi differenti del racconto.

Chiaramente, avendo giocato solo al prologo e al primo caso vero e proprio, è difficile valutare quanto e come il sistema possa funzionare, ma già se ne vedono i semi nell’approccio con un paio di personaggi. Ce n’è per esempio uno che accetta di parlare al protagonista solo se si sceglie l’approccio giusto, mentre almeno altri due danno l’impressione che, se ci si comporta nella maniera sbagliata, potrebbero esserci conseguenze pesanti nel prosieguo del gioco. E lo stesso singolo caso offre sicuramente diversi spunti per approcci variegati in questa o quella situazione. Inoltre, Lamplight City è anche pieno di piccoli dettagli che riflettono le scelte compiute, fra dialoghi, titoli di giornali e altro, cosa già evidente nella versione di prova con cui ho pasticciato, che mostra subito conseguenze di quanto fatto nel prologo.

Insomma, il nuovo gioco di Francisco Gonzalez è davvero molto, molto promettente, si poggia su una struttura davvero valida, racconta una storia dal canovaccio classico ma con qualche svolta intrigante (ci sono diversi elementi molto riusciti già palesi nella parte di gioco provata, ma su cui ho preferito sorvolare), ed è un discreto spettacolo per occhi e orecchie. La colonna sonora è tremendamente evocativa, il doppiaggio è di ottima qualità e il lavoro di pixel art regala begli scorci, grande atmosfera e lampi di animazioni curatissime. Il tradizionalista del punta e clicca spaccacervelli di una volta, forse, potrebbe non apprezzarlo, ma chi ama il genere anche quando opta per un twist moderno deve seguire Lamplight City con attenzione.