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La Tomobiki inquietante di Beautiful Dreamer

Aaaah Lamù (Uruseyatsura per voi precisini con il dito perennemente alzato)!

Ma che bella Lamù - cioè, non solo lei fisicamente, chevvelodicoafare, ma proprio la serie - quanto faceva ridere con la sua comicità demenziale e dirompente. Ah, sì, quanto faceva ridere Lamù

Quando non ti faceva cacare in mano!

Diciamolo, in parte la cara Regina (Elisabetta?) dei manga, molto di più le persone che hanno preso in mano la sua opera erano un po’ delle menti perverse: sorridenti e sbracati ma sempre con un piedino nel delirante, nel grottesco, nell’inquietante: si trattasse di far comparire una maschera legata a qualche strana - e ributtante - leggenda giapponese, oppure di buttare gli svagati personaggi nelle peggio situazioni thriller o horror, a volte per un secondo, a volte per un intero episodio (S2E75, “E poi non rimase nessuno”, S2E84, “Precario Equilibrio”).

Tra queste brutte persone, quello che forse riuscì più a rivelare il ghigno sardonico occultato dal sorriso luminoso della bella aliena-orchessa, fu probabilmente Mamoru Oshii, al punto che leggenda vuole che questa sua libertà venne criticata con un certo astio dalla Regina.
A dimostrazione che al mondo non c’è solo Stephen King che non riesce a capire il concetto di “interpretazione”.

Disconoscimi sta…

Dopo Only You, Beautiful Dreamer, è il secondo film con protagonisti i casinisti della stella Uru e gli altrettanto cialtroneschi terrestri e dopo Only You è anche il secondo film di Lamù che Mamoru Oshii dirige.
Forse è la sicurezza data dal successo del primo, forse è la prevedibile noia di fronte all’idea di ripetere una formuletta già scritta, forse sono entrambe, quello che è certo è che senza consultare La Regina, Oshii decide di mettere al centro del film le componenti “aliene” della’arrembante rom-com.
Componenti aliene che non erano certo le presenze extraterrestri, ormai comuni nell’animazione quasi quanto il riso al curry nella cucina, ma la sensazione di “uncanny valley” che aleggiava su Tomobiki-cho: cittadina di un qualsiasi hinterland giapponese capace di accettare tranquillamente distruzioni apocalittiche, miliardari con esercito personale, yokai impegnati in commissioni quotidiane.

Come avesse preso un taxi guidato da un falso tassista, una sit-com slapstick ispirata alla lontana da Mia Moglie è una Strega, si trova dirottata verso i territori di Ai confini della realtà.

Dirottamenti

L’inizio è da manuale: poco più di un minuto di immersione in medias res con panorama post-apocalittico e una incongruente “normalità”.
Quindi flashback.
La scuola, il festival scolastico: l’occasione da sempre più abusata negli shonen per definire “l’aspettativa”.
Se qualcosa deve “compiersi entro” la vita scolastica, allora il termine sarà la cerimonia del diploma (cito Persona 3 o i *monogatari), ma se deve succedere “durante” la vita scolastica, allora il termine sarà il festival scolastico.
Termine che però non arriva.
Atteso ma sospeso come un Groundhog Day, come sospesa è la scuola e sospesa è la cittadina di Tomobiki, che improvvisamente diventa una città di presenze.

Stati di allucinazione

Oshii è magistrale nel citare tutto il repertorio di genere: attraversando la città nel pieno della notte è normale non trovare nessuno tranne l’occasionale trasportatore fuori orario, che però trasporta solo manichini.

Gli unici passanti: un gruppo di PR in maschera che balla e suona un motivetto fuori dal tempo attraversando il passaggio pedonale dell’unico semaforo ancora attivo.

Del cameriere che riempie il bicchiere d’acqua poco prima che la telecamera cominci il suo piano sequenza circolare che da oggettivo diventa soggettivo (qualcuno gradisce un po’ di Shining con il suo caffè) vediamo solo mezzobusto e braccio.

Poi neanche più le presenze: durante la notte le vie diventano labirinti, i treni partono e arrivano sempre alla stessa stazione, gli autobus circolano senza nessuno che li guidi (anni dopo Madoka Magica History of Rebellion utilizzerà questa stessa inquietante occorrenza mutuandone alcune inquadrature e atteggiamenti).

L’eredità di Mamoru Oshii

Durante il giorno invece non importa quale (inquietante) dedalo di vie si percorra, alla fine non ci si è mossi di un passo, mentre persino le pozzanghere diventano oniriche porte dimensionali per raggiungere la destinazione: Tomobiki non è più un teatro di posa; è una gabbia isolata i cui i protagonisti e la loro cricca sono rinchiusi.

Alla fine del secondo atto la scuola diventa il simbolo di tutto ciò: aule ricorsive, scale di Escher, piani ribaltati.

Tipo così

Inevitabilmente, quasi con un pò di rimpianto (e forse con qualche passaggio meno efficace) giunge il momento di far realizzare ai protagonisti la situazione in cui sono, cosicché possano avviarsi verso la risoluzione e, effettivamente, da quel momento si rientra nei ranghi della “normale” Uruseyatsura.

Ma quella Tomobiki congelata, ricorsiva, non euclidea, millenarista ed inquietante resterà nella memoria come una delle rappresentazioni oniriche meglio riuscite in animazione, al pari forse solo dei momenti allucinatori di Perfect Blue, e determinati “movimenti di macchina” associati a determinati temi sonori diverranno la firma di Oshii comparendo in capolavori come Ghost in The Shell e Patlabor II.

Ah no?

Post Scriptum: da anni ormai ho abbandonato il doppiaggio italiano per quello originale a causa di un generale “appiattimento da mestieranti” dovuto ad investimenti ben diversi. Devo però dire che nel mio ricordo, al netto di enormi errori di traduzione, il primo doppiaggio italiano di Beautiful Dreamer riuscì a renderlo molto più inquietante e onirico.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata alle città di paura, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.