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Il cinema giapponese come fosse una guida Lonely Planet

Io e il Giappone siamo due anime gemelle che non si sono ancora incontrate. È la storia di molti, che nasce pad alla mano in un’epoca in cui quella meravigliosa e lontanissima terra era la Hollywood del videogioco, piena com’era di produttori e commercianti di sogni ludici, di maestri del pixel come fosse una nuova forma di artigianato. Sulle riviste italiane rubriche esotiche, l’insonne Akihabara che pareva consumare da sola metà dell’energia elettrica mondiale, le pubblicità, i neon, i colori, come una disordinata Times Square dove la tecnologia sembra aver preso possesso dell’architettura, come il metallo col corpo di Tetsuo. Ore a fissare immagini microscopiche di vie, negozi e bizzarrie assortite, sognando il Tokyo Game Show e quelle graziose signorine vestite come Reiko Nagase tra i suoi padiglioni, bramando i diciotto anni e una Lancer Evo IX per guidare sulla R246 di Gran Turismo 3 (o di Tokyo Drift magari oh) che abbraccia Shibuya, nell’autoradio Soul Surfer di Daiki Kasho. Poi si cresce, i diciotto magicamente arrivano, il centro di gravità del videogioco si sposta a occidente e quel viaggio viene costantemente rimandato di anno in anno senza un motivo particolare, forse solo per aumentare ancora un po’ il desiderio, trattenendo l’orgasmo turistico consumando cinema, serie TV e documentari provenienti da quelle latitudini; pornografia culturale e paesaggistica che veicola piacere intellettuale anziché sessuale. Perché se i videogiochi sono stati la scusa per attaccare bottone, un primo approccio astratto e idealizzato (che continuo ad amare alla follia eh, tra i vari Persona, Yakuza, Sekiro e quant’altro tratti del Sol Levante dal Sol Levante), il cinema ora mi è invece più tangibile, capace di assottigliare le distanze tra me e quel biglietto aereo, guardando ben oltre la pandemia, buttando un occhio a quel passaporto in panne su una mensola.

Così sarebbe il top, ma mi accontento anche di muovermi in treno, dai.

Tanti su queste bellissime pagine hanno raccontato com’è stato il loro viaggio, la loro vita da quelle parti, ma io me lo sto ancora immaginando, bramandolo, e più che pensare a Tokyo, al macro, al pop, il mio sguardo è sempre più attratto dal micro, dal quotidiano, da quello che rimane nascosto al turista. Non è un caso che il gancio per scrivere questo pezzo me l’abbia dato il meraviglioso Midnight Diner: Tokyo Stories, disponibile su Netflix e tratto dall’omonimo manga. Un piccolo izakaya con dodici posti a sedere, le pareti ingiallite dai profumatissimi vapori che sprigiona la cucina a vista, il legno del bancone consumato dalle storie dei suoi avventori, quella gente della notte così diversa dalla nostra, che popola i paninari e i forni notturni, post-serata in fame chimica. Impiegati che staccano a orari folli, pensionati insonni, travestiti, mezzi-yakuza, game designer geniali, poliziotti, truffatori. Attorno a quel tavolo tutti quanti si raccontano, consumando piatti che coi loro sapori riattivano ricordi, sensazioni, emozioni; fondendo passato e presente in un’armonia di ingredienti. Un onigiri con prugna che si trasforma negli anni del liceo, una cotoletta di prosciutto e le giornate passate col proprio fratello. Glielo leggi negli occhi che quello non è solo un pasto, è vita. Il taglio così realistico e naturale da sembrare più documentario che fiction, capace di abbattere le barriere tra spettatore e attore.

“Torta di riso finita”

È quello che da turisti tende a perdersi; ascoltare gli altri, magari senza capire neanche una parola ma ascoltare, assorbire il suono delle parole, l’enfasi nella voce. Sarebbe proprio una delle prime cose che vorrei fare: andare in un ristorantino senza consultare TripAdvisor, ordinare una birra e osservare educatamente chi mi circonda, attento ai gesti, agli sguardi. Dal collettivismo all’individualismo, il compito del cinema è proprio tirare fuori il singolo dal suo contesto, dalla zaibatsu fisica o morale in cui è impiegato e lasciare che parli, si esprima, esalti il suo ego. Samurai Gourmet (sempre disponibile su Netflix) fa proprio questo, estirpare un neo-pensionato dalla sua azienda, dalla sua carriera, una vita passata ad essere assorbito lentamente, costantemente dal lavoro per poi trovarsi improvvisamente libero, decidendo di fare quello per cui non ha mai avuto il tempo: girare per la sua città, passeggiare e poi fermarsi in qualche ristorantino, scoprendo nuove ricette, sapori, tradizioni. Ma non è solo questo, per Takeshi Kasumi è una rinascita, un viaggio affrontato con una timidezza e una curiosità contagiose che lo spinge a chiedersi se bere birra a pranzo non lo farà sembrare un alcolizzato agli occhi degli altri, decidendo poi che chissenefrega, godiamocela!

“Come ti immagini tra trent’anni?” Io:

Dal Giappone del monte Fuji, dei ciliegi in fiore, del Gundam gigante di Odaiba, dei samurai e dei simboli da guida turistica al Giappone delle vie più anonime, della periferia, dei bar, fino a spingersi a immaginare cosa accede tra le quattro mura di una casa. Proprio questa è una delle meraviglie del cinema di Kore-eda, il suo saper raccontare con garbo ed eleganza i problemi, le gioie e la routine delle famiglie, guardando soprattutto ai bambini. Uno sguardo privilegiato. Our Little Sister, Father and Son e Shoplifters (tra gli altri) cercano di strappare i piccoli protagonisti al loro destino, esorcizzandone le paure. Dal ritrovarsi orfani di padre ad essere accolti dalle sorelle (sorellastre suona troppo male) nella loro vita, scoprire di essere stati scambiati nella culla e ritrovarsi in balia delle scelte dei genitori, oppure maltrattati da due disgraziati e rapiti a fin di bene da una famiglia allargata di adorabili scappati di casa. È come poter fermare il tempo all’incrocio di Shibuya e intervistare quelle centinaia di persone, o essere invitati nella villa delle tre sorelle a Kamakura per bere un tè e godersi la brezza che attraversa la casa quando si lasciano aperte le porte scorrevoli, camminando scalzi su quel pavimento antico, vissuto, nobile. Vivere il festival legato all’hanabi conoscendo le emozioni di chi ci circonda, avvolti in kimono e abiti tradizionali ricchi di dettagli e ricami, gli occhi al cielo che si illuminano ritmicamente di mille colori, come meduse sott’acqua.

Immagini che ti rimettono in pace col mondo.

Gli stessi che in primavera trasformano la campagna della prefettura di Yamagata dove Taeko torna ogni estate per sfuggire alla monotonia dell’ufficio, della città, da quell’obbligo morale di “fare carriera”. Una bandana legata in testa, vestiti comodi, sveglia alle sei del mattino. Immersa tra i campi di cartamo, raccogliendo il fiore evitando le spine, le mani rinfrescate dalla rugiada. L’ordinata e scenografica campagna giapponese plasmata da secoli di lavoro nei campi, totalmente artificiale eppur così armoniosa, nelle forme e nelle attività, rituali di fatica e soddisfazione. Pioggia di ricordi di Isao Takahata racconta il ritorno alla provincia, all’agricoltura, ai piaceri semplici di una nazione che dal dopoguerra si è rifugiata nelle grandi città, protetti dalla tecnologia. Quello che non ho avuto ancora il coraggio di fare insomma. Quanto vorrei fermarmi in una piccola pensione di un minuscolo villaggio da quelle parti, la bici legata sul tetto dell’auto, mangiare qualcosa (si, mangiare è abbastanza un chiodo fisso), tirarla giù e fare una pedalata senza meta, l’anime che prende vita davanti ai miei occhi come fosse un’estrosa tecnica fotografica, le cicale a festa come onnipresente colonna sonora. Metronomo per pensieri preciso al millisecondo. Pensare a un viaggio è come quando tendiamo a idealizzare il nostro amore, è tutto perfetto, soprattutto quando ci si immagina in cima a una collina, il sole che tramonta sulle risaie, lontani dal caos, lontani da tutto.

Ore ad osservare la bellezza della campagna giapponese.

Io non sono assolutamente una persona invidiosa, davvero, ma se c’è qualcuno che mi sono quasi ritrovato a odiare mentre osservavo il suo tour è stato James May. In Our man in Japan, docu-serie di Prime Video, il componente più acculturato, antiquato e un po’ hippie del trio Clarkson-Hammond-May viene fatto scendere dai bolidi di lusso per essere imbarcato in un viaggio che traccia la sua rotta per tutta la lunghezza del Giappone, da Hokkaido a Okinawa, dalla neve alle spiagge tropicali, alternando le grandi attrazioni (architettoniche, naturalistiche, ludiche) ad altre mete decisamente più intime e fuori dalle guide, tipo la dimenticata zona di Fukushima. Qui un uomo resiste a tutto, alle radiazioni che infestano l’aria delle aree limitrofe in modo ancora importante a un comprensibile spopolamento, decidendo di riaprire il suo ristorante, rifugio per i pochi che come lui non vogliono abbandonare quelle terre.  Un folle? Un innamorato? Quanto vorrei parlarci come ha fatto May in una sequenza di un umanità toccante, fuori dal mood scanzonato del progetto, eppure doverosa. Poi c’è chi forgia ancora katane lavorando secondo il metodo tradizionale, mettendoci anni per completare una singola lama, chi insegna l’arte della calligrafia, chi si dedica a costruire mecha giganti, decisamente più goffi e limitati di un Eva ma funzionanti, per dio! I templi, lo shintoismo, le preghiere, i castelli che Kurosawa sceglieva come scenografie per le sue leggendarie pellicole su leggendarie guerre. Lo street food di Osaka e la voglia di girare tutta la notte, rimbalzando da un chiosco all’altro per poi fare after e trovarsi la mattina ad un concerto pre-scolastico di qualche boy band. Un picnic sotto i ciliegi durante l’hanami, perché quella è veramente una roba che si deve vedere una volta nella vita. Il taglio ironico ma estremamente rispettoso che è capace di dare May al viaggio è veramente quello del turista sbalordito e un po’ balordo, e io che guardo col sorriso stampato in faccia mentre la nostalgia di qualcosa che non ho ancora fatto si impossessa del mio corpo.

“Come immagini la tua vita tra trent’anni?” Io che ci ripenso su e riformulo la risposta:

Ho già bisogno di una vacanza dalla vacanza, voglio andare a Okinawa, non quella artefatta della terza stagione di Cobra Kai, quella criminale di Sonatine, sulle cui spiagge candide il Murakama di Takeshi Kitano sogna un beffardo suicidio. La canna del revolver, fredda, puntata alla tempia, il ghigno sul volto di chi non può perdere più di quello che ha già lasciato per strada, il sole cocente di fronte, il mare alle spalle. Click, bang, fine. Ma non è mai così semplice, soprattutto per uno yakuza. Anche i delinquenti possono ritornare bambini quando i piedi sono ben piantati nella sabbia, braccati, traditi, godendosi gli ultimi giorni di una vita che raramente arriva alla pensione. Ci sono certamente posti peggiori dove lasciarci le penne. Una casetta diroccata alla fine di una strada sterrata, molto sarda, può diventare il rifugio inviolabile di una vacanza in fuga dai proiettili. Il clima tropicale allenta il rigore, rilassa, mette addosso quella voglia di aspettare, di posticipare tutto a data da destinarsi, perfino la morte. Quella sensazione che in Yakuza 3 mi spingeva ad ignorare la main quest per andare in giro a sfondarmi di carne alla griglia virtuale nei ristoranti teppanyaki o passeggiare sul bagnasciuga. Con calma. Una gioia surreale, rendersi conto che alla fine era tutto un gioco, uno scherzo, un castello di sabbia.

Fosse anche l’ultima cosa che faccio.

Il momento arriverà, ogni giorno più vicino, fissato sul calendario a data da destinarsi, uno di quei progetti che ti fanno alzare dal letto nelle mattine peggiori, nei momenti di sconforto, e che illuminano ancora di più le chiacchierate con la propria dolce metà. L’entusiasmo travolgente della prima gita scolastica, quella sensazione di poter toccare il sogno con mano, con la sua realizzazione che oggi come oggi andrebbe ben oltre “partire”, “viaggiare”, diventando un segnale che l’incubo è finito ed è ora di svegliarsi. A presto!

Questo articolo fa parte della Cover Story “Turisti per caso”, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.