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La malavita britannica secondo Guy Ritchie

Guy Ritchie è come un Virgilio del crimine organizzato e comune, lo spettatore il suo Dante da accompagnare, cinepresa alla mano, nei gironi della Londra “male”, quella sommersa in affari illeciti che concimano e fanno fiorire quelli leciti, come le tangenti con la speculazione edilizia. In questa Babilonia, nessuno è discriminato, o forse lo sono tutti, chi può dirlo davvero? Ebrei, africani, russi, zingari e feccia britannica da ogni punto cardinale, un meltin’ pot, united colors of crime, ognuno razzista a modo suo; ma sono tutti i benvenuti, se c’è da fare qualche affare rigorosamente in nero, alle spalle delle “cozze” che pattugliano i sobborghi. È infatti un cinema di stampo gangster, in cui la polizia entra raramente, se non per prendere schiaffi in faccia. Molto cauta, alla larga da un mondo che vive e muore nel suo ecosistema protetto, perfettamente equilibrato da ritorsioni e regolamenti di conti, senza bisogno dell’intervento esterno della legge. Brutale, senza scrupoli, come i malavitosi in cima alla piramide alimentare, che si nutrono dei debiti a interessi da strozzinaggio contratti a turno da delinquenti di bassa lega, come una malattia venerea che può portare alla morte per percosse con un dildo di gomma da quaranta centimetri: l’esecuzione più umana mai perpetrata da Harry “l’accetta”.

Il preciso momento in cui ci si rende conto di aver fatto una cazzata.

È la premessa base di Lock & Stock, Snatch e RocknRolla, commedie criminali in cui i più disorganizzati, poco più che teppisti, hooligan, artisti dell’arrangiarsi, scatenano una lotta per la sopravvivenza che dà il via a casini tragicomici sulla scala gerarchica della società criminale, scritti e diretti con una chiara venerazione per Tarantino. Una sequenza esilarante e surreale di causa-effetto, coincidenze mancate per mezzo minuto e incontri fortuiti, dove il saldo del debito solidifica e si trasforma da numeri a oggetti quasi leggendari, MacGuffin da manuale che passano freneticamente di mano in mano, di ciak in ciak, come nel gioco delle tre carte. Un diamante, due moschetti d’epoca, un dipinto portafortuna, forma fisica della soluzione ai problemi di personaggi sbandati e irresistibili. Basterebbe citare un Brad Pitt fuori dalle grazie di Dio nella parte di Mickey O’Neil in Snatch, zingaro dalla parlantina torrenziale con un destro micidiale, allo stesso tempo condanna e salvezza di Turco e Tommy, manager di boxe clandestina. Oppure il “mucchio selvaggio” composto da Gerald Butler (Mr. OneTwo), Idris Elba (Mumbles) e Tom Hardy (Bob il bello), protagonisti della memorabile fuga dai sicari di Yuri Omovich (sospettosamente simile nei modi e negli affari a Roman Abramovich), con rapporto orale simulato da OneTwo dopo aver spaccato la faccia a uno dei due. Iconico ed elegantissimo.

Lo sguardo di uno a cui non piacciono gli incontri truccati.

Attori giusti nel ruolo giusto, tagliato su misura alla loro indole e aspetto fisico, come Jason Statham e Vinnie Jones, entrambi scoperti da Ritchie. Uno tuffatore e modello, l’altro calciatore con un palmarés di tutto rispetto: una coppa d’Inghilterra col Wimbledon, una famosa strizzata di testicoli a Gascoigne e una generosa quantità di tackle feroci, che ne preannunciano la deriva cinematografica. Chiunque passi per le pellicole del regista britannico viene esaltato, trasfigura in un criminale e diventa tassello fondamentale delle vicende. Il copione gonfio di battute, spesso e volentieri bagnate da un humour britannico di periferia ad alta gradazione, caustiche, taglienti, studiate per entrare al pelo in un montaggio ipercinetico, che cambia continuamente situazione, dialogo, personaggio e azione al limite dell’idiozia, permettendo allo spettatore di essere ovunque, in diretta, senza perdere mai l’orientamento, nonostante l’intreccio folle. C’è anche un gusto per il monologo, votato sia alla tensione che all’introspezione di alcuni soggetti, per poi tornare a un turbine di volgarità e botta-risposta francamente clamorosi. È come assistere a una partita di monopoli tra mafiosi, che con una mano muovono le pedine, insultandosi, e con l’altra si tengono sotto tiro, pronti a farsi saltare il cervello. Intricati stalli alla messicana nei quali ognuno, cosciente o meno, ha un proiettile con dedica pronto per essere esploso.

Replica vs Desert Eagle .50 e pinta media scura.

Uno dei più grandi piaceri dei film di Ritchie sta poi nel sentir descrivere i personaggi da altri personaggi, in un continuo passaparola fatto di aneddoti e “sentito dire”, tra il comico e l’agghiacciante, che riesce quasi a mitizzare quelli che, a conti fatti, sono semplici farabutti fatti e finiti. Spacciatori, giocatori d’azzardo, sicari, truffatrici, lottatori clandestini, rapinatori, rockstar date per morte e strafatte di crack che vogliono vendicarsi di un patrigno violento e fraudolento. Una delle tante micce accese, innesco che brucia nel giro di novanta minuti circa, per poi detonare in un pulp sfrenato, citando la Fiction tarantiniana, quando gli insulti e le minacce non bastano più. Regolamenti di conti feroci, rapidi, violentissimi, quasi sempre fuori campo, come la vendetta di Mickey contro “Testarossa” nel finale di Snatch, reo di aver fatto uccidere la madre in una delle scene più drammatiche del trittico (al netto del dramma professionale di Travolti dal destino), montata ed enfatizzata sulle note di Angel dei Massive Attack. Ogni sequenza chiave ha la sua traccia perfetta, capace di dare ancora più peso e ruvidità a una regia già bella grezza ed efficace, “di strada” più che artistica. Il momento in cui un piccolo Johnny Quid diventa un vero rocknrolla, cantando a squarciagola Bankrobber dei Clash in aperta sfida al patrigno e alla sua cintura, ne è forse l’esempio più elegante.

Morto e risorto più volte, come un autentico rocknrolla.

Parole che racchiudono un po’ tutta la poetica della malavita secondo Guy Ritchie, la rivalsa del pesce piccolo che ha chiesto un prestito alla persona sbagliata, guascone e truffaldino, furbo ma fondamentalmente innocuo, che se la vede talmente brutta, faccia a faccia con gente abituata a calpestare la vita umana e dare in pasto i resti ai maiali per uno sguardo sbagliato, da decidersi a cambiare definitivamente stile di vita. Persino uno come Big Chris, dopo aver visto il figlio Little Chris, suo baby-aiutante nel duro lavoro della riscossione crediti, con un coltello puntato alla gola. Troppo anche per lui, apprezzato nel giro per la pesantezza delle mani e l’efficacia nel convincere i debitori a cacciare i soldi. Tre pellicole a grana grossa, dense e intense come una rissa da pub, sballate e ubriache, totalmente fuori di testa per come dipingono in modo memorabile e caricaturale il sottobosco sociale made in UK. Carillon che mettono in scena un girotondo malavitoso, mossi da un meccanismo perfetto, inossidabile, precisissimo, nonostante la struttura perfettamente sovrapponibile. La morale è unica e inequivocabile: in che letamai ci si va a cacciare, per qualche “sterla” in più?

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a The Irishman e al crimine, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.