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Godzilla II - King of the Monsters è tipo Game of Thrones, ma con i kaijū

Su Wikipedia, la pagina dedicata a Godzilla si apre con una bellissima dichiarazione del regista Jun Fukuda, stando alla quale, il gigantesco sauro generato dall’energia atomica non avrebbe emozioni, perché sarebbe lui stesso un'emozione.

In realtà, Godzilla di emozioni ne incarna più di una: senso di colpa, sete di vendetta, rabbia; ma soprattutto paura. Una paura ancestrale, quella verso la violenza della natura, scolpita nel DNA del popolo giapponese da sempre. Da ben prima che gli americani sganciassero il loro ordigni "Little Boy" e "Fat Man" sui cieli di Hiroshima e Nagasaki. Poi, sì, chiaro che quello sciagurato agosto del 1945 ci ha messo del suo, così come l'incidente della Daigo Fukuryu Maru del 1954 e, in generale, l’ansia per tutto ciò che il mare porta con sé da lontano. Resta che la filosofia e la spiritualità, così come il design e l’architettura giapponesi, riflettono e reagiscono alla precarietà fisiologica di una terra agitata da alluvioni, tifoni e terremoti.

Alluvioni, tifoni e terremoti, si diceva.

Godzilla è tutto questo, e altro. È l’uomo che gioca a fare il dio, ma anche il dio stesso che si vendica o, semplicemente, esprime la propria natura a prescindere da tutto ciò che lo circonda. Questa tensione, negli ultimi anni, è stata (ri)portata sul grande schermo da Hideaki Anno attraverso l’ottimo Shin Godzilla, e pure da Gareth Edwards, che nel 2014 ha dato il la al cosiddetto MonsterVerse, con un reboot prodotto in concerto da Warner Bros., Legendary Pictures e Toho Company.

Godzilla II - King of the Monsters, che esce al cinema proprio oggi, rappresenta il terzo tassello del mostroverso dopo l’infelice Kong: Skull Island e in vista di Godzilla vs. Kong, già entrato in post-produzione. Stavolta, il compito di dare da mangiare al bestione è stato affidato al regista Michael Dougherty (Krampus), che ha pure messo mano alla sceneggiatura assieme a Zach Shields e Max Borenstein. Ne è saltato fuori un film decisamente diverso rispetto all’epopea burocratica di Anno e, soprattutto, alla strategia della tensione ricercata da Edwards. Laddove il primo capitolo remava più o meno nella direzione de Lo squalo (sort of), distribuendo la creatura a piccole dosi lungo il percorso dei personaggi, qui le cose sono decisamente più esplicite.

L’innesco rimanda vagamente al secondo Jurassic Park, oltre a chiamare in causa la molla ecologista dei due Jurassic World. Al centro c’è la classica tematica familiare spielberghiana, con tanto di coppia divorziata composta - si fa per dire - dal comportamentista animale Mark (Kyle Chandler) e dalla paleontologa Emma (Vera Farmiga), quest’ultima rapita dai paramilitari di turno assieme alla figlioletta Madison, in via del suo coinvolgimento nel progetto ORCA.

A spiccare su tutti, sia per linea narrativa dedicata che per efficacia, è proprio la ragazzina, interpretata da una Millie Bobby Brown al suo esordio su grande schermo. Ma in generale anche il resto del cast se la cava bene, a cominciare dai suddetti Chandler e Farmiga ai quali si aggiungono i sempre ottimi Charles Dance e Ken Watanabe nei panni, rispettivamente, di Charles Dance e Ken Watanabe. Eppure.

Ricorda che un Lannister paga sempre i suoi debiti, Undici.

Eppure, al netto dell’impegno e delle facce giuste, la trama, per così dire, “umana”, viene via un po’ sempliciotta, e alla fin fine non è che uno strumento al servizio dei veri protagonisti del film: i kaijū e l’azione. Messe da parte eventuali implicazioni metaforiche, questo Godzilla è una vera e proprio divinità impegnata a difendere il trono dalle grinfie di altri titani redivivi, tra cui alcune superstar della Toho, come lo pteranodonte Rodan, la falena gigante Mothra e il potentissimo King Ghidorah.

Diversamente dal film del 2014, dicevo, qui il ritmo del racconto è decisamente meno sospeso e la tensione tutt’altro che suggerita. Anzi, è tutto un rimbombare di bestioni che si sbattono dappertutto e che non sono mai stati tanto spettacolari come a questo giro. I kaijū, dal design piacevolmente tradizionale, vengono serviti in abbondanza e proposti con diverse salse: cieli, mari, città, eccetera. In più, il lavoro sugli effetti speciali è decisamente sopra la media, e laddove non arriva la computer grafica intervengono la fotografia e la mano di Dougherty, che attraverso un paio di scene ben piazzate restituisce l’immensa differenza prospettica tra le gigantesche creature e gli umani, che al confronto paiono formichine.

Poi, ripeto, se cercate una storia anche solo vagamente complessa (??), forse, vi conviene girare al largo. Diversamente, quello che troverete nel piatto è un film visivamente appagante, massiccio, a cui personalmente perdono volentieri qualche sciatteria narrativa in via della grande generosità. E dei mostri, chiaramente.

Ho guardato Godzilla II - King of the Monsters in anteprima grazie alla solita proiezione stampa bla bla bla. Avrei fatto a meno del doppiaggio in italiano ma, ehi, c’è da dire che i mostri non stanno troppo a raccontarsele.


L'irrinunciabile poster giapponese.