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Ghost Trick: Detective fantasma, il gioco che non meritavamo | Racconti dall'ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

La figura di Shū Takumi è una delle mie preferite del mondo dei videogiochi giapponesi. Un personaggio più o meno sconosciuto, rispetto ai grandi nomi dell’industria, che ha vissuto un momento di gloria con l’arrivo in occidente di Phoenix Wright: Ace Attorney, uscito su Nintendo DS come conversione di una trilogia nata anni prima su Game Boy Advance e nota come Gyakuten Saiban. I vari Phoenix Wright, alla fine, non erano altro che delle visual novel “glorificate”, un genere molto radicato nella cultura giapponese sin dai tempi dei vecchi home computer come il NEC PC-8801 (scopritelo facendovi un giro su questo Tumblr). Sulla carta può sembrare noioso, ma ai tempi schiumavo nell’attesa dei nuovi episodi.


Ricordo che, dopo aver giocato il secondo capitolo, invece di aspettare l’uscita per DS del terzo mi procurai la rom giapponese per Game Boy Advance e giocai il primo caso attraverso una traduzione amatoriale. Come mai mi ero appassionato così tanto a dei bizzarri legal thriller umoristici giapponesi? Difficile spiegare il perché del fascino di quei giochi: da un lato, mi accarezzavano con un gameplay lento e rilassante, dall’altro mi solleticavano con personaggi eccezionali e trame assurde al punto giusto. Non troppo pazze, ma comunque fuori di testa, in perfetto stile giapponese.

Poi venne Ghost Trick: Detective fantasma.

Forte dell’improvviso successo dell’edizione occidentale di Phoenix Wright, Shū Takumi ricevette le redini di un nuovo progetto per Nintendo DS targato Capcom. Il gameplay e l’universo narrativo di Ghost Trick sono completamente alieni alla serie di Ace Attorney, ma sin dai primi trailer era possibile intravedeva la scintilla del genio di Takumi. In particolare, era abbastanza chiaro che avendo più budget a disposizione, il nostro poteva affrancarsi dalle figure statiche delle graphic novel esplorando le potenzialità delle animazioni bidimensionali. Ora che il Nintendo DS è ufficialmente entrato nell’ambito del retrogaming, mi sento di dire che le animazioni dei personaggi di Ghost Trick sono nella top ten delle cose più memorabili della storia della console.

Ma quanto è ancora bellissimo, da vedere?

Ma in fondo, perché parlarvi di come funziona il gioco, snocciolando informazioni che potete trovare guardando un video a caso su YouTube, quando posso raccontarvi di quella volta che ho incontrato Takumi? Ero all’E3 del 2010 e, in quanto redattore di Nintendo la Rivista Ufficiale/drogato di Ace Attorney, fui scelto per l’intervista. Il setup era quello classico e claustrofobico tipico della fiera losangelina: corsa a perdifiato in mezzo al nerd da un lato all’altro dello Staples Center, per arrivare in uno stanzino minuscolo con dentro un paio di responsabili PR, qualche cartonato, una postazione di gioco e uno sviluppatore che sta vivendo l’incubo kafkiano di dover rispondere per giorni alle stesse domande da un campionario di fragranti giornalisti da mezzo mondo. Eppure, nonostante le condizioni estreme, Shū Takumi era lì, cordiale e felice di raccontare il suo nuovo gioco.

Parlammo dell’esperienza di Phoenix Wright, ma soprattutto di come nella vita di ogni artista (che sia musicista, pittore, game designer o qualsiasi altra cosa) esista un conflitto tra il vecchio e il nuovo. Tu, artista, hai voglia di fare qualcosa di nuovo, perché le cose vecchie le hai già fatte. Il tuo pubblico, invece, si è innamorato di te per le tue cose vecchie, e ne vuole ancora. More of the same! Takumi era perfettamente conscio della popolarità della serie Ace Attorney, ma credeva molto in Ghost Trick che, a detta sua, era un gioco più profondo, interessante e ricco di potenzialità narrative. Non mi aveva ovviamente parlato dell’idea di fare dei seguiti, anche perché in quelle “interviste” c’era sempre un responsabile marketing in agguato, pronto a intervenire a gamba tesa nel caso lo sviluppatore uscisse troppo dai confini del comunicato stampa, ma era chiaro che vedeva un futuro in quei personaggi, e che aveva creato il primo episodio con la speranza di farne qualcosa di più grande.

Hironobu Takeshita, Shū Takumi e Arisu Arisugawa.


Non fu così. Nonostante l’ottima risposta della critica, Ghost Trick venne considerato un flop da parte di Capcom, che arrivò a incolparlo per gli scarsi introiti del primo trimestre del 2010. Non sono mai stati prodotti seguiti del gioco, e Takumi tornò a lavorare sui nuovi episodi di Gyakuten Saiban, usciti su 3DS ma mai tradotti in inglese o esportati nel mercato occidentale. Tutte le volte che penso a Shū Takumi, penso a come i videogiochi più belli siano dei piccoli miracoli, e di come riescano a uscire nonostante i paletti e le contraddizioni di un’industria basata su numeri e vendite. Penso anche a Shū Takumi e alla sua voglia di creare cose nuove, ma costretto a suonare la stessa canzone a un pubblico sempre più ridotto, come una cover band di sé stesso. Il mondo dei videogiochi non ti meritava, caro Shū. Recuperate Ghost Trick su DS, su emulatore o anche su iOS, e pensate a tutti i giochi incredibili che ci siamo persi perché gli astri non si sono allineati.