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Dr. Mario: winners sometimes use drugs | Racconti dall’ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Dr. Mario va prima di tutto contestualizzato.

In ottica odierna e in pieno clima da cancel culture, questa cosa che a un idraulico italoamericano e leggermente sovrappeso venisse permesso l’esercizio della professione medica, a prescindere dal titolo di studio, entra chiaramente in area malasanità, con annesso sospetto di spaccio, in via delle pilloline che giravano lì dentro.

Questo senza contare, tanto per far salire il tasso di ambiguità, che quelle del medico e dell’idraulico non sono che due fra le tante aree professionali bazzicate dal baffone nel corso degli anni, al punto che il tizio di Prova a prendermi (pure lui italoamericano, un caso?), a confronto, è un dilettante.

Così girerebbe oggi, si diceva, ma all’epoca della sua uscita, nel 1990, il gioco sviluppato dal prode Takahiro Harada, con il compianto Gunpei Yokoi nel ruolo di producer, dietro quell’aria da perenne clone di Columns o, peggio, da Tetris wannabe (aria che veniva del resto imputata alla quasi totalità dei puzzle a caduta di quegli anni), nascondeva un inno alla libertà, in un mondo nel quale i matusa del governo si preoccupavano di ribadire in ogni dove che i “winners don't use drugs”. 

#credici.

Lo ribadivano attraverso i disclaimer infilati a tradimento fra i monitor delle sale giochi, temuti luoghi di perdizione all’interno dei quali, secondo le mamme informate, ti potevi beccare l’accaivvù solo sfiorando il tasto sbagliato, ché metti prima di te lo aveva premuto il tizio drogato con la microlacerazione sul pollice, oh!. E lo ribadivano pure attraverso quell’orribile cartone animato in cui le tartarughe ninja facevano team-up con altri amici delle guardie, tipo i puffi, Garfield, Alf, Winnie Pooh, i Chipmunk e Slimer (sì, pure lui) per impedire al povero Michael di farsi i cannini in santa pace.

Prodotto in concerto da due campioni di etica come McDonald's e Walt Disney, I nostri eroi alla riscossa, aka Cartoni animati contro la droga, uscì proprio nell’aprile del 1990; tipo tre mesi prima di Dr. Mario e due anni prima dello scoppio di Tangentopoli, segnatevelo. E mentre negli Stati Uniti la versione in VHS la potevi trovare in qualunque ristorante della nota catena, con tanto di introduzione curata da George H. W. Bush e signora (due che in famiglia non hanno mai avuto problemi con le dipendenze), qui da noi venne trasmesso a reti unificate, preceduto dalle parole dell’allora premier Giulio Andreotti

Al di là dei padrini d’eccezione e della controversa sede distributiva (ma non voglio sputare nel piatto dove mangio tre volte la settimana), il cartone era una sòla che metà basta, e tra un’animazione scadente e l’altra spacciava – ah ah – la marijuana come droga di passaggio verso l’eroina, glissando invece sulla bamba per evidenti ragioni di marketing.

Ora, se durante  l’estate del 1990 un qualsiasi ragazzino delle superiori avrebbe potuto smontare facilmente la tesi del “winners don't use drugs” semplicemente solcando il cesso del baretto con i RHCP nelle cuffie, o prendendo amaramente atto dell’eliminazione della Nazionale italiana per mano dell’Argentina di Maradona e Caniggia, per salvare i pulcini delle medie dai matusa ci voleva qualcosa di più sottile. Qualcosa di subliminale.

E fu esattamente lì che entrarono in scena Yokoi e compagni con Dr. Mario e i suoi piccoli amigos. È cosa nota che Nintendo, mentre in patria conserva solidamente la propria struttura aziendale stakanovista e le affiliazioni alla yakuza, all’estero è riuscita a conquistare i cuori dei giovini, grazie a un mix coloratissimo e lisergico di mondi a base di funghi e di funghi a base di mondi. Un mix assimilabile alla Pepperland beatlesiana, con cui condivide involontariamente parte dell'immaginario e nella quale non sfigurerebbe il nostro Mario, che certamente non è dottore in medicina, forse al massimo in Scienze della comunicazione, ma che comunque la giri, ha più cose in comune col collega Robert che con i baroni delle università.

Subliminale nella forma come nelle nelle meccaniche, Dr. Mario elargisce pastiglie per sterminare i virus, evidente metafora dei matusa del governo, sì, ma soprattutto premia una forma mentis orientata all’organizzazione dei colori e a una decostruzione verticale meno schematizzata, ancorché schematica, atta a liberare le menti dalla dipendenza tetraminica, alla quale il gioco di Harada venne comunque assimilato dai meno attenti o dai maligni. Tipo certi redattori di testate imperialiste - anzi, colonialiste - come Ace o Play, che all’uscita lo trattarono con discreta sufficienza.

Prendi questo, matusa!

Volendo spingere la cosa verso una deriva, diciamo così, “meta diegetica”, si potrebbe addirittura ipotizzare che i mondi di Super Mario non siano che un effetto (collaterale?) delle pilloline somministrate dal dottore eponimo, così promosso a reale demiurgo dell’universo Nintendo, nonché avatar dello stesso Miyamoto. Ma qui lo dico e qui lo nego.

Quello che non posso negare, invece, è che tra conversioni, rivisitazioni, revisioni e consoline varie, Dr. Mario continua a educare i giovani anche ai giorni nostri, perché i sogni di libertà e di lotta non muoiono mai, a patto di sganciare il cash allo spacciatore giusto.