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Pensavo fosse amore, invece era Dark Souls

Era un periodo strano di qualche estate fa. Un divano accoglieva le mie inerti membra, mentre ti guardavo cogliere una morte dietro l’altra. Quella scritta rossa su sfondo nero sembrava l’unico traguardo raggiungibile in mezzo a quel caldo, l’unica sicurezza in un futuro di incognite, l’unica cosa in grado di scandire il tempo in mezzo alla monotona periferia di campagna, là dove non aspetti altro che torni il caldo abbraccio dell’inverno, con la sua routine e quel gusto tutto sadico di levarsi i vestiti.

Avremmo potuto farlo anche in quel momento. Levarci i vestiti e soccombere a quello che rimaneva di un amore; ignorare ancora una volta la sofferenza, seppur questa volta solo digitale, e far passare il tempo in un modo meno frustrante, o che quantomeno potesse intrattenere entrambi. Invece il caldo, la sfida e le spade di Damocle hanno portato avanti uno status quo fatto di pomeriggi su quei divani, a perseguire una battaglia contro mulini in decomposizione, nascosti per qualche fogna o arroccati in qualche oscuro castello. La tua dedizione, almeno in quello, mi lasciava davvero incapace di reagire. O forse ero semplicemente ammansito dall'aver finito le tue scorte di Braulio, massimo alleviatore di tedio e grande deterrente dal chiederti di fare qualsiasi altra cosa, ché tanto mi avresti risposto con la solita reprimenda come scocciata.

Vederti giocare a Dark Souls era a suo modo ipnotico, mesmerizzante. Per sua stessa natura, il gioco lasciava te in balia dell’ignoto e me nell’infelice posizione di spettatore incapacitato a dare il benché minimo consiglio utile, ché è tutto sempre troppo incomprensibile e tutto sempre troppo convulso per capire che cazzo bisognasse fare dopo. Ero poco più di quei cadaveri di cui ritrovavi le spoglie a ogni rinascita, con la differenza che, mio malgrado, invece di recuperare le tue anime, ogni volta che ti alzavi da quel divano, riuscivi sempre a ritrovare il mio cuore.

Ripudiando la difficoltà come vezzo e desiderando sempre uno sprone narrativo marcato, invece di un continuo inseguire straccetti di informazione nel tentativo disperato di farne un arazzo, non ho mai davvero compreso Dark Souls. Anzi, aggiungeteci che tutte le opere medieval-fantasy stilizzate alla occidentale partorite dai giapponesi mi hanno sempre respinto e potete fare un bel fiocchetto alla mia opinione sulla serie di Miyazaki.

C’è stato un tempo in cui ho apprezzato Bloodborne, grazie al suo decadentismo barocco, al suo marcio lovecraftiano perfetto e a quella storia che, attivamente, ti spronava a non volerne sapere nulla, ché la conoscenza rappresentava il primo passo verso l’abisso, la pazzia, la caduta senza ritorno. Ma quel tempo è finito non appena ho preso le distanze per più di due giorni e, una volta tornato al pad, quella conoscenza che tanto mi stava attirando era completamente scomparsa, lasciandomi in balia soltanto degli schiaffi e della violenza disumana di cui è capace From Software.

Guardandoti giocare, sono comunque riuscito a dare un senso a quelle morti, quella violenza, quell’insensata reiterazione di azioni, fallimenti e reazioni. Attraverso i tuoi occhi, ho visto cose che ai miei sono sempre state precluse, ho percepito sensazioni ed emozioni che, altrimenti, non avrei mai potuto provare con le mie sole forze.

Godere di un contrattacco portato col tempismo perfetto. Sentire il ferro che sbatte, seguendo il ritmo dei colpi, in una sorta di opera wagneriana dalla violenza impensabile. Pugnalare la schiena di un abominio come se stessi facendo pratica per prendere il posto di Giuda. Ritrovare la bellezza di Anor Londo, inaspettatamente, come fosse quella casa che non sapevo ancora mi mancasse così tanto, e che non sapevo avrei ritrovato dietro l’angolo.

Stavo finalmente cominciando a capire. Ogni combattimento, seppur ripetuto dieci, cento, mille volte, era ogni volta un nuovo combattimento. Ogni colpo era una nuova consapevolezza. Ogni scoperta nel mondo di gioco era un tassello in un mosaico che aspettava di essere restaurato. Ogni boss che cadeva era un demone che mollava la presa, lasciandoti libera di andare dove meritavi.

Quando quell’estate è finita, e assieme a lei anche noi, non ho visto nessuna scritta rossa su campo nero. Ma ho percepito ogni lettera stamparsi sul mio volto, bruciarmi le retine, trapassarmi il cervello. Ero solo un altro cadavere sulla strada e questa volta non c’era neanche più nulla da raccogliere. Senza accorgermene, avevo guardato troppo a lungo dentro l’abisso, e l’abisso aveva guardato dentro di me.

Per fortuna, anche questa volta mi sono svegliato all’ultimo falò. Certo, il caricamento è stato più lungo del previsto… ma si sa che From Software, dal punto di vista tecnico, è sempre un amarissimo pianto.

Questa strana brutta storia fa parte della Cover Story "Ricordati che devi morire", che potete trovare riassunta a questo indirizzo.