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Racconti dall'ospizio #166: Call of Juarez Bound in Blood rese lesta anche la mia, di mano

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Non posso parlare di Call of Juarez: Bound in Blood, ovvero quello che dovrebbe essere il tema di questo articolo, senza prima aprirmi, parlando di una delle tante ossessioni che hanno iniziato a perseguitarmi dall’inizio della mia adolescenza. Nella fattispecie, l’ossessione che tutt’oggi mi danna è quella dei soldi; o meglio, il timore di non averne abbastanza, di soldi. Del resto, sono figlio del mio tempo, un tempo in cui nascere in una famiglia a basso reddito, pur trovandosi nel Sud Italia, è cosa abbastanza comune, con tutti i limiti che essa comporta. E arrivare tardi ad acquistare beni non certo di prima necessità, come possono essere i videogiochi, è un’altra componente da mettere dunque in conto. Proprio per questo, quasi impazzii quando mi ritrovai per le mani una cifra esorbitante, com’erano per il me sedicenne dell’epoca (e anzi lo sono tutt’ora), centoquaranta euro, fottuti ai miei genitori in uno scatto d’ira, una ritorsione per tutto ciò di cui ero stato privato, i giochini, e che mi (ri)prendevo di diritto.

Ho abbastanza dignità per non ammettere come io li abbia presi, ma non così tanta per dire cosa poi ci ho fatto: comprare videogiochi, appunto; tantissimi videogiochi, dopo aver passato quasi due anni con Modern Warfare 2 – dio abbia in gloria quel gioco, preziosissima merce di scambio ogni qual volta andavo in cerca di un prestito – a girare sulla mia Xbox 360 Arcade. Fortuna volle che proprio in quel periodo, primavera del 2011, un mio compagno di classe, Carlo, avesse appena iniziato ad acquistare giochi su Zavvi. All’epoca il monopolio del Gamestop, pur avendo contribuito ad abbassare i prezzi medi dei giochi, era ben consolidato, e per comprare un titolo, anche se usato e vecchio di oltre quattro anni, non ti bastavano meno di venti euro circa. Comprare i giochi per sette, dieci, quindici euro massimo su dei siti inglesi, come appunto Zavvi, era la vera svolta.

L’idea era semplice e, con la faciloneria di un qualunque sedicenne, anche studiata in ogni dettaglio: bisognava semplicemente dire a Carlo di fare da tramite. Sulla carta, avrebbe speso lui i centoquaranta euro, divisi opportunamente in due tranche da settanta euro ciascuna, facendosi spedire a casa sua un pacco contenente tutti i giochi che avrei invece ordinato io su Zavvi. Non arrivando nessun corriere a casa, non avrei destato alcun sospetto, e i giochi me li avrebbe ‘prestati’ un amico, “Carlo, il mio compagno di classe, quello ricciolino”. Sua mamma non era per nulla pressante su queste questioni e, soprattutto, non aveva alcun tipo di contatto con la mia, di madre. Poi lui lo vedevo tutti i giorni e, insomma, non mi avrebbe potuto fregare, anche perché quei giochi, come pegno, glieli avrei pure prestati. La prima tranche era composta, credo, da alcune mie lacune: BioShock e Dead Space. Poi c’erano un paio di JRPG, presi con funzione di riempitivo in vista di un probabilissimo periodo di vacche magre: Star Ocean IV: The last hope (mai toccato), Lost Odyssey (mai finito) e Final Fantasy XII (mai dispiaciuto, sorprendentemente); infine il bonus, ovvero quel gioco scontatissimo e intrigante a cui non potevo dire di no: Call of Juarez: Bound in blood.

Come fare una bella entrata in scena.

Quello era il periodo degli shooter. Ne uscivano a pacchi, sia in prima che in terza persona. Una vera e propria ipertrofia di sparatutto, che iniziai ad apprezzare proprio con Modern Warfare 2, il mio primo Call of Duty, quindi perché non provarci con un suo quasi omonimo in salsa western? Tanto più dopo aver ‘scoperto’, Per qualche dollaro in più di Sergio Leone; una botta d’adrenalina pura, quel film, di quelle che ti eccitano ed esaltano allo stesso tempo: volevo, dovevo provare un qualsiasi videogioco che in qualche modo ne ricalcasse lo spirito. Per questo, Bound in Blood fu una scelta obbligata, e anche corretta: i cliché, nonostante il mio scarsissimo bagaglio culturale dell’epoca, erano infatti ben visibili, ma poco importava; la storia era semplice, ecco, ma godibilissima, per via soprattutto della fase shooting.

Ora, su due piedi non saprei dire come fosse di preciso il gunplay; quel che ricordo, però, era una sensazione di vera onnipotenza, nel trovarsi di fronte cinque, sei, sette, dodici avversari e prenderli a pistolettate, così, in una manciata di secondi, attraverso la già classica modalità concentrazione; per non parlare del sentirsi alle strette, dietro una tavoletta di legno che ti mette al riparo dai centinaia di colpi che ti arrivano addosso, mentre stai lì a elaborare un qualche tipo di strategia – che non c’era, perché Bound in Blood è sempre stato una cafonata videoludica, uno spara-spara senza fronzoli, con pure un paio di colpi di scena surreali, soprattutto quello finale, che contribuivano a calarti in quel mood a metà fra il cazzone e lo scanzonato, che te lo faceva apprezzare fino in fondo, a dispetto di tutti i difetti che pur c’erano.

Mica male i colpi d’occhio.

Gli amici di Techland, quelli oggi famosi per Dying Light, riuscirono a mettere in piedi, con la loro seconda incarnazione di Call of Juarez, un titolo onesto, che aveva nella sua quasi omonimia una dichiarazione d’intenti. E andava benissimo così, tanto più che ci pensava il contesto a diversificare quel tanto che bastava. Invero, qualcosina di loro c’era. Come una componente esplorativa accennata, ma che comunque ti permetteva di andare a cavallo – che mica è poco. O ancora la possibilità di scegliere se giocare con uno dei due fratelli protagonisti, Raymond e Thomas McCall; il primo dall’approccio più action, con due pistole sempre in mano, e il secondo più stealth, dotato di lazo e fucile.

Ovviamente, in seguito prestai Call of Juarez: Bound in blood in cambio di altri giochi, ma i pareri non furono positivi come per Modern Warfare 2. Fessi. Finito il giro di prestiti anche per gli altri giochi, “riscattai” la mia seconda tranche, con una lista di titoli che manco ricordo di preciso; i miei genitori non mi scoprirono mai, o quantomeno fiutarono la situazione, che puzzava, ma non avevano comunque prove a mio carico, mentre io, invece, ancora non sono riuscito a pulirmi la coscienza. E c’ho ancora l’ossessione dei soldi.

Questo articolo fa parte della Cover Story più veloce del West, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.