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Crossing Souls si impegna ma forse gli manca il talento

Misi le mani su Crossing Souls per la prima volta all'E3 2015, durante la visita al sempre adorabile parcheggio di Devolver Digital. Già all'epoca, il revival degli anni Ottanta era discretamente esploso e Crossing Souls vi si inseriva di prepotenza, tant'è che scrissi «Se il revival degli anni Ottanta vi ha stancato, beh, decisamente non fa per voi, ma in caso contrario è assolutamente da tenere d'occhio!». E nel 2015 non avevamo ancora visto Stranger Things, che ha fatto ri-esplodere definitivamente il bubbone nostalgico e si sovrappone al gioco di Fourattic per mille motivi. Crossing Souls nasce infatti come omaggio alle avventure per ragazzi dei quegli anni e, nello specifico, a un certo filone di cartoni animati per la TV di matrice americana, che popolavano gli schermi degli eighties con la loro, diciamocelo, mediocrità. Fra l'altro, stiamo parlando di serie che erano sicuramente molto popolari da noi ma lo erano probabilmente ancora di più in patria, considerando che l'invasione televisiva di matrice nipponica che colpì l'Europa sfiorò appena una televisione a stelle e strisce in cui, quindi, i cartoni animati americani avevano campo libero. Insomma, è normale che la nostalgia per queste cose sia forte, da quelle parti. Ma tanto il gioco l'hanno sviluppato degli spagnoli, quindi mi sto facendo delle seghe mentali inutili. Andiamo avanti.

Dicevo: lo provai nel 2015, presi nota dell'afflato nostalgico e, più in generale, mi feci l'idea di un gioco potenzialmente intrigante ma con forse qualche limite di esecuzione, dal gameplay un po' semplicistico allo stile ricco di alti e bassi. Quando finalmente, un paio di settimane fa, il gioco è stato pubblicato, la risposta molto positiva di una parte della stampa mi ha fatto alzare le aspettative e col senno di poi, forse, non era il caso. Non era il caso perché, tanto vale dirlo subito, Crossing Souls mi ha regalato alcune buone sensazioni e qualche bel ricordo, ma mi ha anche complessivamente abbastanza deluso. Ha degli aspetti molto positivi e dei momenti davvero riusciti, ma è nel complesso un gioco piuttosto blando, che consegna un ricordo gradevole di sé per i suoi aspetti migliori e perché centra senza dubbio il finale, ma che poi, a posteriori, lascia anche un bel po' di amaro in bocca.

Il concept di base è un po' da GdR action di stampo nipponico dei bei tempi, ma estremamente all'acqua di rose, perfino più che zeldiano nella sua totale assenza di statistiche o elementi potenziabili. C'è giusto una manciata di oggetti consumabili che si può recuperare in giro, ma per il resto i personaggi sono e rimangono quelli dall'inizio alla fine, le variazioni su equipaggiamento e abilità sono tutte dettate dall'incedere della trama e gli spunti legati alla libertà d'approccio stanno più che altro nella differenziazione fra i personaggi stessi, che per ampi tratti permette effettivamente di affrontare i combattimenti come meglio si crede. Al centro delle vicende c'è un gruppo di amici adolescenti, categorizzati secondo i cliché più triti possibili: il protagonista figo, il fratellino casinista, il nerd inventore, l'afroamericano forte e sovrappeso, la ragazza rossa di capelli, desiderabile, che si trova bene a far casino con gli amichetti maschi e ha un padre buzzurro poco raccomandabile. Tutto da manuale.

I cinque finiscono ovviamente coinvolti in un'avventura fantastica enormemente più grande di loro e si ritrovano a fare da eroi improbabili, all'interno di un racconto che mescola avventura, commedia, azione, picchi di dramma improvviso, romanticismo e malinconia. Senza dubbio, la componente narrativa è quella che dovrebbe e potrebbe garantire il salto di qualità a un gioco che in molti aspetti sembra poco interessato a sviluppare come si deve il suo lato più interattivo e in effetti, quando le cose girano al meglio, soprattutto in certe svolte drammatiche, Crossing Souls sa colpire. Il problema è che sono momenti piuttosto isolati all'interno di una storia scritta coi guanti da forno. Sono talmente isolati che posso elencarli: la fine del prologo, il colpo di scena che va a concludere il secondo atto e il finalissimo. Funzionano, emozionano, salvano la baracca. Ma per il resto, Crossing Souls racconta una storiella esile, scombinata, impacciatissima nella scrittura dei dialoghi, con svolte narrative che spaziano fra il ridicolo involontario e quello fortemente ricercato. E non so quale dei due faccia più danni.

L’ispirazione dichiarata ai cartoni animati bruttarelli di un certo tipo diventa palese nei filmati d’intermezzo, realizzati provando a riprodurre quel genere di povertà stilistica e delle animazioni, “impreziosendo” il tutto con l’abusato effetto da VHS rovinata. Lo sforzo è simpatico, apprezzabile, efficace, ma il risultato, va detto, è che le cutscene sono bruttarelle. E probabilmente, almeno una certa misura, la scrittura pacchiana, di grana grossa, all’insegna dell’assurdo e della totale assenza di buon gusto o compattezza narrativa, è figlia dello stesso desiderio d’omaggio. E infatti il risultato è altrettanto bruttarello, nonostante il lavoro sulla caratterizzazione visiva di ambienti e personaggi sia ottimo, la colonna sonora riesca ad essere nostalgica senza scadere nel banale e i buoni momenti citati sopra funzionino bene.

Purtroppo, non va esageratamente meglio con il gioco in senso stretto, un mix di avventura e azione dal potenziale sottosfruttato. La struttura di gioco è semplice, ma si appoggia su una buona differenziazione fra le abilità dei personaggi e una dinamica interessante introdotta dall’oggetto che permette di interagire con l’aldilà. Il problema è che i momenti in cui questi aspetti vengono sfruttati davvero bene sono pochi. Ci sono, per esempio quando costringono a combinare tutti i poteri a disposizione per risolvere enigmi o combattimenti, oppure, nella direzione opposta, quando offrono piccole arene in cui scegliere il proprio approccio fra quelli resi possibili dalle stesse abilità. Ma, anche qui, si tratta di casi isolati, momenti molto riusciti all’interno di un gioco per il resto lineare, limitato, non particolarmente fantasioso nel level design e talvolta anche abbastanza impreciso nelle sue meccaniche.

Insomma, non voglio bocciare Crossing Souls, perché ha idee azzeccate, passaggi che funzionano, uno spirito nostalgico capace di regalare buone sensazioni e un paio di punti molto alti. Ma bisogna proprio concentrarsi sul bicchiere mezzo pieno, per volergli bene.

Ho giocato a Crossing Souls grazie a un codice Steam fornito dal distributore. Ho completato l’avventura in sette ore abbondanti, sbloccando diciannove achievement su trentadue. Crossing Souls è disponibile anche su PlayStation 4 e PlayStation Vita.