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Paperback #25: Macerie prime recensito da un cane maledetto

Paperback è la nostra rubrica in cui parliamo di libri non strettamente legati al mondo dei videogiochi. Visto che per quelli legati al mondo dei videogiochi c’è quell’altra.

Potrei sbagliare – e nel caso non di troppo - ma credo che la prima storia di Zerocalcare/Michele Rech che abbia mai letto in vita mia sia stata Pedagogia, pubblicata sul suo blog a inizio 2012. Ricordo di averla raggiunta via Facebook attraverso un link condiviso da Tommaso De Benetti, e di essermi trovato immediatamente a mio agio in quell’ambiente lì. Da quel momento in avanti, tra libri e riviste varie, mi sono letto praticamente tutte le tavole disegnate dal fumettista di Rebibbia (non di Roma, proprio Rebibbia), finendo con l’empatizzare almeno il 99% delle volte con le situazioni espresse. Situazioni perlopiù ordinarie, vicine al mio modo di sentire: i giochi di sguardi su un treno, gli amori dell’adolescenza, i problemi d’insonnia che affliggono chi condivide un certo stile di vita un po’ disordinato, la fissa per le serie TV e per i vecchi videogiochi, la temibile fascia oraria delle Bermude e l’ancora più temibile piaga dei vecchi che usano internet: di quando in quando, sul profilo Facebook di mia madre compaiono stati tipo “Borse estive Zara” o “Milly Carlucci età”, e se capita di farglielo notare mi domanda - sempre un po’ spaventata, come se avessi la facoltà di leggerle nel pensiero - come diavolo faccio a intercettare le sue “ricerche su Google”. Ma a fianco dello Zerocalcare per tutte le stagioni, c’è anche quello politicamente e socialmente impegnato, capace di illustrare i fatti del G8 così come di lanciarsi in uno spericolato e clamoroso reportage a fumetti da Kobane.

Eppure, a pensarci, il mio primo contatto con i disegnetti di Zerocalcare si è consumato parecchio prima del 2012. Poteva essere il 2002 o i 2003 quando, ospite a cena da una coppia di amici, ho notato sul muro della loro cucina un poster-calendario proveniente dal centro sociale Askatasuna di Torino. Quel poster è rimasto appeso lì fino a dieci giorni fa, quando è andato disperso a seguito di un trasloco e proprio quando siamo venuti a sapere che era stato illustrato dallo Zerocalcare pre-boom (il sospetto a un certo punto ci era pure venuto, ma nessuno si era preso la briga di cercar conferme per tempo; amen).

La copertina regolare di Macerie prime, colorata da Alberto Madrigal.

Ora: tutta questa pratica che ho descritto, le presunte affinità con l’autore romano, l’insonnia, i vecchi al PC eccetera eccetera mi rendono in qualche modo speciale o particolarmente degno dei suoi lavori? Per niente. In realtà è lui a essere speciale, dal momento che dal suo bislacco osservatorio di Rebibbia ha saputo cogliere con particolare acume lo spirito dei tempi e ha avuto la bravura di disegnarlo e raccontarlo centrando i trenta/quarantenni avvolti da perenne nostalgia, afflitti dal precariato, dall’ansia e dalla paura di abbracciare come si deve l’età adulta. Per non dire poi dell’intuizione di utilizzare il suo blog - e le conseguenti condivisioni sui social network - come trampolino di lancio verso il successo. Un successo che nel giro di pochi anni ha contribuito, tra le altre cose, ad allargare la fascia dei lettori occasionali di fumetti, ad aumentare lo spazio dedicato agli albi disegnati nelle librerie e conseguentemente a dare una spinta a certe dinamiche di mercato che mi pare girassero un po’ lente. Oh, non che abbia fatto tutto lui da solo - oggi i fumettisti italiani compongono senz’altro una bella scena - ma di sicuro ha avuto una grossa parte nella faccenda.

Di contro, un successo così improvviso e probabilmente inaspettato, mescolato con l’appeal generazionale delle sue opere e la pervasività dei social network, ha avuto un impatto piuttosto forte sulla vita di Michele Rech. L’autore ormai viene completamente sovrapposto al suo personaggio. Un personaggio che tutti, compreso chi scrive, percepiamo familiare e crediamo di conoscere; un po’ a ragione, ma senz’altro parecchio a torto.

Circa un annetto fa, ho avuto l'occasione di farmi una chiacchierata con Zerocalcare: si trovava dalle mie parti, al netto di tutti gli accolli di lavoro, per dare una mano a un circolo Arci della zona un po’ in difficoltà. In quell’occasione, ha accettato di farsi intervistare per Outcast dedicandomi davvero tutto il tempo possibile, molto più di quello concordato, strozzandosi con la cena piuttosto che fare un’intervista sbrigativa. Poi, sempre di corsa, ha raggiunto il circolo Arci e, dopo un impaccio iniziale - ché l’incontro era stato gestito un po’ a braccio - ha intrattenuto, raccontato e disegnato fino alle tre del mattino. In quell’occasione, e per quel che può valere una chiacchierata di mezz’ora, Michele mi ha dato l’impressione di essere un ragazzo gentile, disponibile, senz’altro fiero del successo e della stabilità raggiunti in così breve tempo, ma proprio in virtù di questo incapace di negarsi al pubblico che lo sostiene. A fine serata (cioè alle tre del mattino), quando sono tornato per salutarlo e ringraziarlo per bene, aveva l’aria stanchissima; da lì a qualche giorno avrebbe dovuto vedersela con Lucca Comics & Games, e nel congedarsi ha ammesso con franchezza di essere un po' a pezzi, stanco di girare l’Italia per questa o per quella ragione, e che non vedeva l’ora di passare del tempo a casa, a Rebibbia, per riposarsi e dedicarsi per bene al suo prossimo libro.

Nei mesi successivi mi è capitato di risentirlo occasionalmente, quasi sempre per degli accolli: gli ho domandato un disegnetto per una faccenda mezza politica (ha declinato con cortesia per ragioni spiegate per bene nel libro nuovo), e la copertina di un certo Ospizio.

Ora, tutta la tirata fino a qua potrebbe sembrare (e in parte lo è) il solito amarcord autobiografico che infilo nei miei pezzi da un po’ di tempo a questa parte, se non fosse che, ecco, Macerie prime, l’ultimo lavoro di Zerocalcare uscito lo scorso 14 novembre, parla proprio di questo. Di quella serata lì e di mille altre uguali; delle interviste, delle richieste, degli accolli, del senso di colpa, delle idiosincrasie tra Michele Rech e il suo alter ego a fumetti e di come il successo, nonostante non se ne lamenti mai (perlomeno non a livello conscio), abbia cambiato la sua vita sia nel bene che nel male, spostando un poco il suo rapporto con gli altri: dai fan a quella che definisce la sua tribù, ossia il mondo della controcultura e dei centri sociali, ma soprattutto con i suoi amici più stretti.

Ammetto che al tempo dell’intervista non avevo proprio idea di che genere di opera aspettarmi dopo Kobane Calling. Rileggendolo di filotto appena dopo Macerie prime, il reportage mi è sembrato ancora più potente di come lo ricordassi, con alcuni passaggi talmente vibranti da farmi addirittura pensare a certe iperboli action di Akira Toriyama o Eiichirō Oda, se non fosse che la storia di Calcare è ambientata nel mondo reale (per quanto possa apparire “reale” Kobane a uno come me, che se ne sta sempre a casa col culo al caldo).

Il viceammiraglio Smoker curdo.

Nonostante Macerie prime sembri un ritorno alle consuetudini narrative dell’autore (e in una certa misura lo è), presenta delle caratteristiche inedite - in primis una struttura deliberatamente corale - per quanto meno appariscenti o dirompenti rispetto a quelle di Kobane Calling. E ci sta. Probabilmente, dopo un’esperienza del genere, sia a livello di vissuto che di elaborazione artistica, l’autore avrà sentito il bisogno di respirare (per quanto in un sacchetto di carta) e di tornare alle cose di tutti i giorni. Eppure, le “cose di tutti i giorni” per Zerocalcare non sono più quelle di prima: vuoi per il successo, vuoi per la sua maturazione artistica e - hai detto niente - anagrafica.

Al termine della prima lettura di Macerie prime, mi sono arrivate addosso soprattutto due cose: angoscia e senso di colpa. Angoscia, perché mi sono rispecchiato perfettamente nei problemi e nelle incertezze che affliggono i personaggi del fumetto; nei loro tentativi, a volte goffi, di gestire i cambiamenti e i passaggi d’età. I ragazzi che giocavano all’invasione zombi di Dodici sono lontani anni luce dai giovani adulti di Macerie prime, eppure a livello narrativo la cosa non sembra aver messo particolarmente a disagio l’autore: le dinamiche di gruppo, il lavoro di caratterizzazione su personaggi «esterni alla sua capoccia» è forse la cosa più riuscita del volume. Soggetti “storici” che credevamo di conoscere a fondo come Sarah, Katja, Giuliacometti, Secco e Cinghiale hanno acquisito maggiore tridimensionalità; soprattutto Cinghiale, nelle sue apparenti trivialità e semplicità d’animo, rivela uno spessore del tutto inatteso, mentre le sequenze dedicate a Sarah, intrappolata in un lavoro insoddisfacente e alle prese con una relazione lesbica che si rivela più complessa del previsto, e a Katja, di qualche anno più grande, il cui desiderio di maternità viene regolarmente frustrato dal suo fidanzato di lungo corso, sono forse le migliori dell’intero volume.

Cinghiale, in termini di caratterizzazione ed evoluzione, è forse uno fra i personaggi più riusciti dell'albo.

Tra l’altro, proprio il suddetto fidanzato storico, Deprecabile - nomen omen - sorta di fratello maggiore putativo per Zero, Secco e Cinghiale, e new-entry a livello narrativo (almeno credo: non mi pare di averlo mai incrociato nel “Calcareverso*”, boh!), incarna alla perfezione, anche a livello grafico, l’adulto irrisolto e terrorizzato dalle responsabilità.

Ansia, paura, ma, come dicevo, pure senso di colpa. Senso di colpa mio, in primo luogo, per aver procurato un paio di accolli a Zerocalcare, dal momento che Macerie prime, e questo vale a prescindere dalle intenzioni consce dell’autore, ha tutta l’aria di essere una richiesta di aiuto, un’ammissione di difficoltà. Difficoltà nei confronti delle persone a lui care (per quanto possa essere legittimo evincere una roba del genere da un racconto), a cui è costretto a dedicare meno tempo di quanto vorrebbe per tenere il passo con i suoi impegni di lavoro; un lavoro piacevole, ma senz’altro ingombrante. Difficoltà nei confronti del successo e del rapporto con i fan; il suo stile narrativo piuttosto intimo e autobiografico rappresenta un’arma a doppio taglio: da un lato gli permette di entrare facilmente in sintonia con i lettori, conquistandoli; dall’altro, lo espone moltissimo alla “sfera di distorsione del rapporto lettore-autore”, che finisce giocoforza col bussare alla sua soglia di tolleranza della privacy.

A questo proposito, ricordo che durante la terza media, nel classico tema di fine anno sul “cosa farai dopo”, scrissi senza pensarci troppo che non lo sapevo, quello che avrei fatto dopo, visto che temevo la bocciatura. Ora, giuro che non avevo secondi fini, ma quelle parole erano evidentemente passate all’insegnante come un’ammissione di bisogno, facendola infuriare. Probabilmente lo erano davvero, un’ammissione di bisogno, solo che non me ne ero proprio accorto.

Ecco, i passaggi più intimamente autobiografici di Macerie prime mi hanno fatto un po’ questo effetto, naturalmente senza farmi infuriare né tantomeno innervosire, ché la mia insegnate di Italiano aveva un gran caratteraccio. Semmai mi hanno fatto tenerezza; mi sono sembrate un modo per raggiungere la catarsi attraverso l’arte, di "scusarsi" con gli amici e col mondo per avercela fatta (nella finzione del libro, Calcare viene definito scherzosamente da Cinghiale “cane maledetto”, nel senso di cinico), di chiedere un attimo di respiro dai troppi accolli e di dire ai compagni di tribù che le cose, per lui, nonostante il successo, non sono affatto cambiate.

Io sono una di quelle robe striscianti lì, la seconda dall'alto sulla destra.

Il risultato di questa tribolazione è un libro denso, riuscito in molti passaggi e che centra piuttosto bene il suo tentativo di racconto corale; un libro che parla col cuore in mano e che consegna l’autore completamente in pasto al lettore. Ma proprio per via di questa tensione emotiva, è anche un libro un po’ sbilenco, non perfettamente equilibrato nella sua narrazione. Meno strutturato e organico rispetto a Kobane Calling o Dimentica il mio nome, che hanno una dimensione romanzesca; qui, con tutte le differenze del caso, siamo più dalle parti de La profezia dell’armadillo: un’antologia di racconti, di capitoli dal taglio verticale, intrecciati attraverso delle tematiche ricorrenti che si sviluppano in orizzontale. A livello grafico e di linguaggio, niente da dire, lo stile di Zerocalcare funziona sempre bene, anche se mi è sembrato un filo sottotono rispetto a Dimentica il mio nome e Un polpo alla gola, per immaginario, trovate e guizzi metaforici.

I personaggi che popolano gli interludi "à la Haruki Murakami", a livello di design e caratterizzazione mi hanno convinto solo in parte.

Ah, tra l’altro: occhio a non inalberarvi sul finale, ché Macerie prime è anche il primo libro di Zerocalcare volutamente lasciato a metà, visto che incarna la prima parte di un racconto in due atti. L’autore, a scanso di equivoci, ha tenuto a chiarire la faccenda sul suo blog:

Cosa aspettarci dal seguito? Sarà consolatorio? Sarà duro? Difficile dirlo, proprio perché la narrazione di Zerocalcare, perlomeno in questa fase della sua vita artistica, è largamente autobiografica, e di conseguenza non segue gabbie o schemi predefiniti. Immagino che solo chi lo conosce bene saprà davvero cosa aspettarsi. Noialtri lettori possiamo solo supporlo, aggrappandoci agli elementi distribuiti nel corso della prima parte, eventualmente sovrapponendoli al nostro vissuto come si è sempre fatto. Per ora, l’autore si limita a segnalare che:

Staremo a vedere (e non vedo l'ora, dai).

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* Volevo scrivere “Calcaverso”, ma mi suonava come Universo di Calcaterra”.