Papers, Please - Una lacrima sul visto

Papers, Please - Una lacrima sul visto

Detto che per me la recensione potrebbe anche finire qui, ché qualcuno doveva pur usare la citazione nel titolo per parlare di questo gioco, ora proverò a spiegarvi perché un gioco fondamentalmente noioso, dolorosamente triste e maledettamente psicologico, sostanzialmente l’equivalente videoludico di un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco, sia in realtà più che meritevole del vostro tempo. Papers, Please ci mette nei panni di un ispettore all’immigrazione di frontiera del fittizio Stato di Arstotzka, un paese governato da un regime senza volto e costantemente immerso in un clima di terrore, a causa dei conflitti e delle tensioni con le terre confinanti. Il nostro unico compito sarà quindi quello di fare, semplicemente, il nostro lavoro, giorno dopo giorno, controllando i documenti delle centinaia di persone che, per un motivo o per l’altro, vogliono entrare nella gloriosa Arstotzka. Se i documenti sono a posto e tutto combacia, il viaggiatore può proseguire il suo cammino. In caso contrario, il giocatore dovrà usare il caro vecchio timbro rosso e rispedire a casa il malcapitato. Per ogni persona che passerà sotto il nostro vaglio, ci entreranno nelle tasche quei pochi soldi che, alla fine della giornata, serviranno per mantenere in salute e al caldo la nostra famiglia.

Questa è, praticamente, l'unica cosa che vedremo nel gioco: fila, muro, soldati, gabbiotto, disperati, documenti.

Col passare dei giorni, inevitabilmente, il lavoro diventerà routine e, anzi, con l'evolversi delle circostanze, verranno introdotte sempre più variabili da controllare: tra attacchi terroristici, contrabbando e possibili epidemie da tenere lontane, c’è indubbiamente di che tenere gli occhi aperti. La già piccola scrivania sulla quale esaminare i documenti sembra rimpicciolirsi sempre più, mano a mano che le variabili da controllare aumentano, riuscendo a trasmettere il concetto di “livello di difficoltà crescente” in un modo molto poco videoludico, ma comunque tremendamente efficace. Anche considerando che, dopo due errori nel valutare i migranti, ogni richiamo ci costerà una parte di quel risicato stipendio che mantiene viva la nostra famiglia e, di rimando, la nostra possibilità di continuare a lavorare. Anche considerando che il nostro incarico è piuttosto delicato e che, per tutelarsi *wink wink*, Arstotzka predilige chi ha famiglie a carico.

La grandezza di Papers, Please sta nel farti sentire un piccolo ingranaggio in una Macchina enorme, nel bene e nel male. Nella moltitudine di volti e nomi di cui decideremo il destino ogni giorno, infatti, ci saranno incontri fugaci capaci di rivelare, con una lucida (e alle volte anche raccapricciante) epifania, la nostra natura. Con un timbro, senza neanche rendercene conto sul momento, potremmo decidere il destino di una persona, di una famiglia, di uno stato. Dietro l’eccesso di zelo potrebbe non esserci solo la volontà di rendere un buon servizio al proprio paese, ma anche quella di sopravvivere fino a domani. Tra le centinaia di facce che ci passano davanti ogni giorno, potrebbe nascondersi quella in grado di cambiare per sempre il nostro mondo, se solo trovassimo il coraggio di ascoltarne la voce.

Così come nella realtà, il finale di Papers, Please potrebbe arrivare in qualsiasi giorno della nostra vita di piccoli ingranaggi, indipendentemente dal fatto che possa essere un epilogo giusto o sbagliato: è semplicemente quello che ci siamo meritati. Perché sì, nonostante sia ripetitivo, fondamentalmente opprimente e amaro anche nei suoi pochi momenti di comicità, Papers, Please riesce perfettamente a farti sentire lì, in quel gabbiotto ad Arstotzka, con la fila infinita di gente piena di speranza da un lato, i soldati pronti a morire per una patria che li considera semplici pedine dall’altro, e nel mezzo un muro che sta a noi, in un modo o nell’altro, tirare giù. E non è detto che, una volta riusciti nell’impresa, ci sia molto di cui gioire.

Ho giocato Papers, Please su PC, dopo aver acquistato la chiave Steam sull’Humble Store, ché il cambio euro-dollaro è favorevole e con i risparmi ci faccio campare la mia famiglia. L'ho finito dopo un'ora, poi di nuovo dopo tre, e poi m'è rimasta voglia di tornare ad Arstotzka. Anche solo per imparare a dirlo bene. Gloria ad Arstotzka!

Voto: 8

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