Paperback #4: un tuffo nell'angoscia con Il passaggio

Paperback è la nostra rubrica quindicinale in cui parliamo di libri non strettamente legati al mondo dei videogiochi. Visto che per quelli legati al mondo dei videogiochi c’è quell’altra. Cercate un romanzo angosciante, cupo, teso, di quelli che vi fanno dire “no, un capitolo ancora e giuro che poi vado a letto”, mentre la sveglia segna le quattro del mattino? Avete due scelte: o bruciarvi il cervello con Ubik di Philip K. Dick (come accadde a me tanti anni fa, il che spiega molte cose) oppure leggere Il passaggio di Justin Cronin. Per il vostro bene vi consiglio Il passaggio.

Innanzitutto perché Ubik è veramente per stomaci forti e non auguro neanche al mio peggior nemico di essere costretto a leggere un libro del genere. Bisogna essere proprio tanto votati alla causa della fantascienza, per farlo. E poi perché Il Passaggio è veramente un bel romanzo, che non soffre delle turbe psichiche da abuso di acido del suo autore. Che poi marginalmente si parli di vampiri spero non vi faccia desistere. Vi posso assicurare che i vampiri di Cronin non brillano, non sono strafighi come modelli anemici e soprattutto non hanno ragazzine cerebrolese che girano loro attorno come la più scalcagnata delle groupie. Anzi. I vampiri de Il passaggio ricordano più quelli di Priest (film con tanto potenziale gettato alle ortiche). Sono bestie sanguinarie senza coscienza.

Il passaggio inizia raccontando la storia di una bambina, Amy, che, abbandonata dalla madre in un istituto di suore, viene presa da una strana agenzia governativa per essere utilizzata come fase finale di un esperimento ambizioso, pericoloso e sfortunato. Perchè se da un lato l’esperimento su Amy si rivela un successo, dall'altro le precedenti “cavie”, ex carcerati senza scrupoli tramutati in bestie potenti e sanguinarie da b-movie, riescono a scappare e a propagare un morbo pericolosissimo per tutto il globo terrestre. Inizia così il declino dell’umanità come la conosciamo oggi. Un po’ à la Io sono leggenda. Ci troviamo così diverse decine di anni dopo, in una sorta di enclave tra le montagne della California, dove, asserragliati, vivono forse gli ultimi superstiti dell’homo sapiens. Sono passati quasi cento anni e del mondo al di fuori di questa specie di campo chiuso non si sa nulla tranne che è popolato, e forse ormai dominato, dai virali, infetti sopravvissuti al virus mutante che ogni notte cercano di entrare nella colonia. Unica speranza per la sopravvivenza dei suoi abitanti, le luci che di notte si accendono illuminandola a giorno, nascondendo le stelle e tenendo lontani i mostri.

Questo il panorama nel quale si muove il lettore. E, ve lo dico, è un panorama angosciante. Cronin riesce a rendere in maniera perfetta quella sensazione che va oltre l’ansia, l’angoscia. È quella disperata rassegnazione che ti prende quando sai che ormai non c’è più niente da fare. Che la fine, quella vera, definitiva, è arrivata. Che non si tratta più del se ma del quando.

Cronin non lascia false speranze. Non c’è lieto fine, lui lo sa e te lo sta dicendo. E te lo sta raccontando. Non solo. La fine non è una cosa pulita. È sporca, lunga e logora. E mano a mano che leggi, l’angoscia ti entra nei pori e tu, lettore, vorresti abbandonare lì su una sedia quel libro brutto e cattivo, ma è come guardare la scena di un incidente: non puoi farne a meno.

Ve lo dico sinceramente: finito di leggere Il passaggio mi sono fiondata su internet alla ricerca di foto di cuccioli, bambini felici, prati in fiore. Dopo Il passaggio mi sono riletta tutta la saga di Twilight, in cui tutti sono fighi, immortali, belli, amati, e tutto fila che è una meraviglia, a parte qualche Vulture rompiscatole ogni tanto.

Perché allora leggerlo, 'sto libro che ti fa passare la voglia di vivere? Perché è bello. Perché Cronin ti prende e ti porta in un viaggio che non vorresti fare, ma che devi fare perché qualcuno deve farlo. Non perchè ci sia speranza, ma quanto meno perché ci sia consapevolezza. O forse perché invece qualche speranza, minima, c’è, magari non per te, magari per altri. Tocca a te scoprirlo.

E quindi niente: ansimerete, sobbalzerete, e farete tutte quelle cose che si fanno quando si leggono libri di questo genere scritti bene. Compreso chiudere il libro di scatto perché no, dai, aspetta cinque minuti per riprendere fiato e poi ricominci. Inspira, espira. E poi di nuovo giù in apnea. E poi il libro finisce. E tiri un sospiro di sollievo.

Poi qualcuno, tipo me, viene e ti dice che, non lo sapevi? È un’altra fottuta trilogia. Ed ecco che lo pensi. “Sono fregata”. Il secondo libro de Il Passaggio è stato pubblicato quest’anno in lingua inglese, con il titolo The Twelve, I dodici. Girano per la rete molte voci su un possibile film tratto da questa saga. Ovviamente sino ad oggi niente è stato confermato. Ma è una di quelle notizie che non sai se attendere con ansia oppure no. È che ormai la fiducia è andata a farsi benedire. E diciamolo.

Per chi volesse farsi un’idea su Il passaggio, è disponibile la versione Kindle (o anche epub, insomma elettronica) a circa 10 euro. Per chi preferisse la copia fisica, invece, si trova intorno ai 18,70 euro (prezzo di copertina 22,00) la versione rilegata.

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