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Lettera aperta ai metroidvania

Lettera aperta ai metroidvania

Era il lontano 1990, e tra un Alex Kidd e un Teddy Boy ricordo il folgorante incontro con quel ragazzino, poco più di un bambino, che correva su uno skate in una sfida contro il tempo a suon di frutta, bamboline e asce. Viene da chiedersi che c’entra tutta questa roba coi metroidvania, soprattutto se si parte da un Master System II? C’entra, c’entra, e ora vi spiego.

Il SMS, causa e soluzione di tutti i nostri problemi.

Quel bambino biondo ad un certo punto si ripresentò a casa mia con altre due cartucce di cui era protagonista. Nella prima affrontava una terra piena di mostri, ma per un bimbo di quell’età (io) era una sfida troppo criptica nella sua linearità piena di segreti. Nell’altra, invece (dopo una seduta dal parrucchiere in cui si era tinto i capelli di verde), riuscì a catturare definitivamente il me ormai seienne. Si partiva subito in medias res, l’eroe che non doveva chiedere mai, maxato, riaffrontando la chiusura del precedente capitolo (dettaglio scoperto anni più avanti, data la mia inadeguatezza col secondo episodio) per poi lasciarti in braghe di tela, o meglio, scaglie date le conseguenze, alla facciazza di quel Symphony of the Night che non s’inventa nulla col rimando a Rondo of Blood.

Richter Belmont, spostati proprio.

Pensavo fosse l’apice massimo che la saga potesse raggiungere, il suo pinnacolo videoludico, ma sublimò il tutto con il quarto capitolo, quel Wonder Boy in Monster World che settò l’asticella a un livello tecnico ed epico che il Mega Drive difficilmente riuscì a raggiungere con altri titoli.

Non riuscivo a capire perché questo gioco mi prese così tanto. Potevo cercare di comprenderlo, ma per un ragazzetto come me, tutto platform e beat ‘em up, incapace di afferrare qualsivoglia gioco gli si parasse davanti e che basava tutto sui suoi giovani riflessi e su una memoria muscolare invidiabile per l’epoca, questo misto di salti e di menare era la cosa più bella del mondo. Finché non arrivò il 3D della prima PlayStation a obnubilare la mia mente da giovane virgulto.

Più che pixel art, un quadro.

Arrivarono, quindi, tutti quei platform 3D e quegli sparatutto “un tanto al chilo” che mi fecero saltare a piè pari quel Castlevania, ritenuto all’unanimità il migliore di sempre, solamente perché usava ancora il vecchio stile 2D coi pixelloni che solo i matusa giocavano ancora. Io invece, come una specie di Lapo Elkann con una visione della società proiettata verso il futuro, non avevo tempo da sprecare dietro a quel piattume grafico, ormai ebbro della “grafica realistica” e lanciato come uno dei bolidi di WipeOut verso la next big thing. “Vecchi scoreggioni fatevi da parte, è arrivata l’epoca delle avventure solide!”

Passano una decina di anni di continua ricerca del bello fine a sé stesso, l’entrata nel mondo PC, in quella “master race” che ti faceva schifare le console di nuova generazione. Arrivano Max Payne, Return to Castle Wolfenstein, Doom 3, GTA, i Batman Arkham, gli Assassin’s Creed e poi l’oblio. La stanca. Il vuoto pneumatico. E Football Manager che ti risucchia in una spirale senza uscita.

Ed è in un attimo il 2015. Così, all’improvviso. Preso dalla sconsolazione e da una noia globale iniziai a cercare qualcosa che potesse farmi tornare la voglia di quella passione che oramai era scemata. Apro Steam e inizio a cercare, ma il maledetto algoritmo cerca di tenermi nella mia comfort zone fatta di qualcosa nella quale non riesco più a identificarmi.

Non mi arrendo e a un certo punto la folgorazione. E torno indietro di oltre vent’anni.

Mi torna in mente quella saga che tanto avevo amato da bambino, quel gameplay che racchiudeva tutto quello che mi piaceva ma che al tempo stesso non capivo. E allora mi metto a scavare. Scavo finché finalmente trovo qualcosa che, a prima vista, mi pareva troppo puccioso, troppo bellino perché mi potesse dare una sfida. Ma da lì qualcosa scatta. Mi ritorna in mente Shion, il Wonder Boy che tanto amai, e rivedo in questo nuovo gioco una specie di sua eredità. Ma al tempo stesso ci rivedo dentro Super Mario e Sonic che sfidavano i miei riflessi. Sto parlando di Ori and the Blind Forest.

E niente, amore a prima vista.

Da lì è stata solo un’escalation nel riprendere a giocare e come un ossessionato ho recuperato tutti i Metroid e i Castlevania dal GBA in poi. Ho scoperto uno dei più grandi capolavori del genere, ovvero Hollow Knight, ho giocato a The Messenger, Aggelos, Iconoclasts, Time Spinner, Axiom Verge e chi più ne ha più ne metta. Un listone esagerato e una ricerca ossessivo-compulsiva per esplorare questo genere che contiene così tante variabili, così tante possibilità da darmi la voglia di rimettermi a giocare come un tempo, oggi più di prima.

Tutto ‘sto pippone per dirvi quanto questo genere sia stato importante nella mia formazione e rinascita di videogiocatore, addirittura ancor prima che nascesse. Un approccio che ha risvegliato la mia voglia di esplorazione in tutti gli ambiti, passando dalla ricerca di quel passo successivo necessario per continuare l’avventura altrimenti giunta a un punto cieco, senza temere backtracking a volte molesti ma necessari.

Mi dico che forse era destino, soprattutto da quando scoprii di essere nato lo stesso giorno della pubblicazione della prima avventura di Samus Aran.

Ciao ciao.

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