Enter the Gungeon, e sai (a) cosa spari

Enter the Gungeon, e sai (a) cosa spari

Pare che fra le rovine di una civiltà antichissima, ormai sepolta da substrati di polvere e detriti, si nasconda una pistola in grado di fare tabula rasa del passato. Uno scatto del grilletto e si riparte quasi da zero, cancellando rimpianti e rimorsi. Convinti che non si tratti di una semplice leggenda, quattro reietti si spingono nelle profondità della terra, perché val bene rischiare la pellaccia pur di uscirne candidi e immacolati.

Enter the Gungeon ha una doppia anima: è sì uno sparatutto, ma anche un roguelike a tutti gli effetti. Tutto si basa sulla reincarnazione, la ruota gira e si spera di fare tesoro del game over. L'algoritmo procedurale si occupa della planimetria dei dungeon, disegnandoli in una manciata di secondi. Il sistema mischia le carte, ne pesca una manciata e poi le dispone sul tavolo, scartando le restanti. Alla lunga si nota una sorta di continuità, un piacevole déjà-vu.

A rendere il tutto ancor più imprevedibile ci pensa l'arsenale, uno zibaldone intriso di cultura pop e citazioni videoludiche. Mi sono ritrovato a sparacchiare come il Blue Bomber, cercando un attimo dopo di non incrociare i flussi, facendo mie le teorie del compianto Egon. Poi ho riempito di origami un rubicondo ammasso di gelatina, salvo infine imbracciare la replica della Zapper. Fucile, carabina o mitraglietta che sia, soppesatene pro e contro, altrimenti saranno dolori.

Impegnativo e mai frustrante, Enter the Gungeon cambia pelle al cospetto dei colossali boss di fine livello e si trasforma in un bullet hell, un trionfo di laser e plasma à la Cave. Lo schermo si riempe di rosoni di proiettili, meravigliose e letali coreografie degne del Bol'šoj. A voi non resta che sovvertire il pronostico e mettere a tacere gli scettici, gli allibratori e le malelingue. Il bestiario spazia fra cingolati, creature mitologiche e piccioni sotto steroidi, perché l'imperativo è quello di non prendersi sul serio. Dragun – vi dico chi ma non perché – saprà condurvi alla pazzia.

Per evitare l'avvelenamento da piombo si può contare su una semplice manovra evasiva, un atletico tuffo con tanto di rotolata a terra. Nel mentre l'avatar gode di qualche frame di invulnerabilità, ma non può rispondere al fuoco nemico, una soluzione di design semplice e brillante. In principio ruzzolerete quasi a sproposito, fino a trovare una sorta di equilibrio. C'è spazio anche per una sorta di smart bomb, capsula che smaterializza i proiettili e crea un'onda d'urto dalla corta gittata. Ne avete a disposizione un paio per livello, quindi non fateci troppo affidamento.

Mai didascalico - eccezion fatta per un tanto breve quanto esaustivo tutorial - Enter the Gungeon è uno sparatutto sballato, gasato e completamente fuso. È ironico, furbo e dotato di un sistema di controllo al bacio. È un titolo puro: non scende a compromessi, rivelandosi una mano santa per chi fatica ad entrare in sintonia con il presente videoludico, perlopiù smussato e stucchevolmente “casual”.

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Nel corso degli ultimi anni (e vi sfido ad affermare il contrario) la scena indie ha saputo ergersi a baluardo della giocabilità, procedendo in direzione ostinata e contraria rispetto al mondo AAA, più incline alle logiche del profitto. Dodge Roll è una piccola realtà, figlia di chi ha avuto il coraggio di ripartire da zero. Alla luce dello scintillante presente, il futuro di questa software house mi appare più che roseo.

Ritengo che Enter the Gungeon sia un must quasi irrinunciabile, uno sparatutto tanto impegnativo quanto appagante, in cui il cuore “old school” batte al ritmo di una prospettiva moderna. Può sembrare un paradosso, ma non è affatto così. E chi ha amato The Binding of Isaac ne è perfettamente al corrente.

Ho giocato a Enter The Gungeon grazie a un codice fornito dallo sviluppatore. Prima di stilare la recensione, ho macinato più di 30 ore di gioco, prima tappa di un lungo viaggio. Il test è stato condotto su un PC dotato di processore AMD FX 8320, 8 GB di RAM e una scheda video AMD Radeon R9 270X.

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