Il fulcro di Nongunz è il sepolcro

Il fulcro di Nongunz è il sepolcro

Un pollice antropomorfo si trascina lungo le navate di una lugubre cattedrale, spettrale palcoscenico avvolto dalle tenebre. Dall'unghia incarnita saettano lembi putrescenti, ammassi indefiniti che avvolgono e invischiano. Una poltiglia di occhi striscia sul pavimento, ammicca e attende l'arrivo di una preda. Un teschio ancorato al soffitto osserva il tutto con apparente distacco, sfoggiando un sorriso a trentadue denti, smagliante e immacolato. Senza preavviso lascia cadere al suolo la mascella, quasi fosse la lama di una ghigliottina, e poi lentamente la recupera. Sembra un incubo e invece è solo un frammento di Nongunz, un roguelike dall'anima quasi cimiteriale (non a caso è ambientato in un campo santo).

Scampato (ma non del tutto) all'abbraccio della morte, un piccolo scheletro armato di revolver esplora i meandri di una gigantesca cripta, mausoleo diviso in quattro livelli. Nonostante si notino alcune similitudini, Nongunz non è un semplice clone di The Binding of Isaac: qui l'azione è tendente al Turrican, una scelta ben ponderata. In questo modo, Brainwash Gang evita il confronto diretto con Enter the Gungeon, Nuclear Throne e il già citato capolavoro di McMillen, must che poggiano su dinamiche twin-stick.

Al netto di affinità e divergenze, Nongunz fa leva sull'immediatezza e dimostra una spiccata personalità. Criptico a tutto tondo, mette al bando qualsiasi didascalismo, eccezion fatta per un breve tutorial, una panoramica sul sistema di controllo. A dispetto di alcune ruggini, il protagonista si rivela agile e scattante: senza paura affronta l'orrore che lo attende, sicuro di poter far affidamento su una fulminea manovra evasiva, una capriola che gli dona qualche frame di invulnerabilità. Eppure va in crisi per un nonnulla, il semplice calarsi da una piattaforma è per lui un problema quasi esistenziale. Gli gridi a gran voce “giù + salto” ma lui da quell'orecchio non ci sente, non c'è verso di fargli compiere un'azione così elementare. Alla fine lo aiuti a calarsi dalla sporgenza e te ne fai una ragione.

Parte del bestiario in tutto il suo splendore.

Parte del bestiario in tutto il suo splendore.

A suon di bonus, lo scheletro si fa sempre più forte, fino a diventare una macchina da guerra, uno strumento di morte e distruzione. Quando pensi di aver sovvertito l'ordine di Nongunz, realizzi che i power-up progressivamente si consumano, fino a dissolversi in una nuvola di polvere. Ti ritrovi così a fare leva sul grinding, entrando e uscendo a ripetizione dal dungeon, consapevole che il mausoleo si rigenera a ogni tornata, lasciandosi plasmare dall'algoritmo procedurale. Entri così in una sorta di loop, accumuli armi e bagagli, spinto dalla volontà di (onni)potenza. Oltre al canonico arsenale, l'ossuto si diletta a indossare i teschi di alcuni animali, trasformandosi in un minuscolo totem. Si tratta di un rito propiziatorio sotto mentite spoglie, un rivolgersi con il cuore in mano alle divinità dell'oltretomba, mai sorde alle sue preghiere. A ogni cranio, infatti, corrisponde un bonus unico nel suo genere, una caratteristica a dir poco singolare. Uno in particolare fa rima con the cake is a lie, tanto per gradire.

La bellezza di Nongunz si nasconde nei suoi mille silenzi, nelle frasi appena accennate: è un gigantesco enigma, un rompicapo stratificato. Sarebbe miope da parte mia svelarvi l'arcano e non ho alcuna intenzione di farlo. Ogni tessera del mosaico ha la sua precisa ragion d'essere, a partire dal menu principale, uno spaccato à la Little Computer People che vede per protagonista una sorta di hikikomori. Vive fra quattro mura, dorme su un materasso appoggiato al pavimento e talvolta si mette davanti al computer, un clone dell'Amstrad CPC. Non comunica con nessuno, non esce mai di lì, è l'asociale per definizione. Per certi versi mi ci rivedo, in lui. E la cosa mi inquieta, non lo nego.

Sarà anche asociale ma ci tiene all'ordine.

Sarà anche asociale ma ci tiene all'ordine.

Nongunz è meravigliosamente cupo e oscuro, vive a cavallo della morte, si ciba del culto dei defunti (non mancano i riferimenti al folklore messicano) e lo rielabora da par suo, dipingendo un quadro a tinte fosche e dalla monocromia Spectrumiana. Il bestiario è volutamente naif, ingenuo e dal tratto essenziale: è un brutto che attrae, disgusta ma paradossalmente non crea alcuna repulsione, fa quasi sorridere. Senza accorgerti, ti ritrovi letteralmente invischiato negli inferi, cullato da sonorità lugubre, che sembrano rimbombare dal silenzio della Death Valley. Una chitarra strimpella qualche accordo, mentre un malinconico mariachi le fa eco, nemmeno fosse una sorta di lamentazione. L'insieme è di una coerenza granitica.

Nongunz non è un gioco perfetto, ma è un'esperienza singolare, che dapprima ti ammalia con la sua direzione artistica e poi ti conquista con il suo alone di mistero. Forse non è un titolo destinato a entrare negli annali, magari fra qualche anno nemmeno ce ne ricorderemo. Eppure il suo presente val bene una messa. O un requiem, fate vobis.

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Ho giocato a Nongunz (a voler essere pignoli. sulla U ci andrebbe la dieresi) grazie a un codice fornito da Brainwash Gang, scaricando il tutto da Steam. Il test è stato condotto su un sistema dotato di processore AMD FX 8320, 8 GB di RAM e una scheda video AMD Radeon R9 270X. Prima di stilare la recensione. ho accumulato quaranta ore di gioco.

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Old! #222 – Agosto 2007

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