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Cafarnao – Caos e miracoli merita anche solo per Zain

Cafarnao – Caos e miracoli merita anche solo per Zain

Se l’è presa comoda, ma finalmente, questa settimana, Cafarnao – Caos e miracoli è giunto in Italia, forte del premio della giuria conquistato a Cannes, uscito sconfitto dalla cinquina dei migliori film stranieri agli ultimi Oscar (ma la sfida a Roma era obiettivamente impossibile), passeggiando con calma dopo aver girato per i cinema di mezzo mondo. Ed è un film che vale la pena di recuperare, se avete voglia di passare un paio d’ore deprimendovi di fronte alla vita agghiacciante condotta dai bambini di scarsi mezzi in Libano, se non vi lasciate indispettire troppo da qualche scivolone di stucchevolezza nella messa in scena ma, soprattutto, se volete gustarvi delle interpretazioni pazzesche, una fotografia stellare e dei lampi di fantastica umanità.

Al centro del film c’è un bambino, Zain, interpretato da un giovane che, al suo esordio davanti alla macchina da presa, si mangia tutto. Dalla sua ha l’esperienza, dato che stiamo parlando di un rifugiato siriano che si è trovato a interpretare sul grande schermo storie vissute sulla pelle sua o dei suoi conoscenti. Cafarnao racconta di famiglie sovradimensionate rispetto alle possibilità economiche, della difficoltà di crescere in un ambiente devastato, del ruolo della donna, di come il matrimonio possa essere inquadrato in maniere tragiche e lontane anni luce (almeno spero) dalla nostra e della forza di un bambino che molla tutto e sogna di andarsene. Nel farlo, incontra una donna rifugiata, madre single di un infante, terrorizzata all’idea di finire nelle mani della polizia e perdere il figlio, incapace di tirare avanti con quello che la società le offre.

Le vicende che fanno incrociare i due danno vita ai momenti forse emotivamente più forti del film, proprio perché sono quelli che meno cercano di esserlo, forti. Sono conversazioni calde, dolci, umane, normali, che sembrano quasi voler mostrare come anche in condizioni estreme i semplici rapporti umani siano ciò che davvero ci unisce tutti e non cambino di una virgola. È in quei momenti che Cafarnao trova qualcosa in più rispetto alla clamorosa cura formale, alle interpretazioni pazzesche, al valore di denuncia, alla stucchevolezza dei momenti più insistentemente drammatici. Trova una forza umana che vale il film e la trova per mezzo della grazia e dell’efficacia con cui Nadine Labaki ha saputo dirigere un cast di non professionisti, tirandone fuori un branco di grandi attori.

Io l’ho visto a febbraio, in lingua originale sottotitolata. In Italia ci è uscito in questi giorni e probabilmente il doppiaggio fa perdere un po’ della recitazione spontanea, ma va bene lo stesso.

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