Designated Survivor: sembrava fregno ma ora mia moglie mi costringe a guardarlo

Designated Survivor: sembrava fregno ma ora mia moglie mi costringe a guardarlo

Dopo l'epifania di House of Cards, cercavo qualcosa di “presidenziale” che fosse in grado di tenergli testa. Un giorno, Netflix mi ha consigliato questo Designated Survivor. Dai, c’è Kiefer Sutherland, non sarà una cagata. E infatti non lo fu/era/è. Ma comunque, questa non è una recensione di Designated Survivor. Non ha il bollino. Ma potrebbe pure esserlo/averlo. Dipende da quanto vi sta sul cazzo Maggie Q. E in ogni caso, sarebbe "vai a sapere".

Tom "mi adeguo" Kirkman.

Tom "mi adeguo" Kirkman.

Il sopravvissuto designato è una persona che, in caso di morte del Presidente USA, del suo Vice Presidente e di tutto il Gabinetto, assicuri la continuità della gestione del potere senza alcuna interruzione, scongiurando così il pericolo di un vuoto istituzionale, tipo l’Italietta del PD vs M5S. Secondo la linea di successione dettata dalla Costituzione americana, se il Presidente esplode, il suo Vice prende il comando, seguito da presidente della Camera, presidente pro tempore del Senato, segretario di Stato, del Tesoro e della Difesa, procuratore generale e, a seguire, tutta la linea dei funzionari di gabinetto. Se esplodono tutti assieme appassionatamente, ci pensa Kiefer Sutherland (Tom Kirkman), che nella prima puntata delle serie di Davis Guggenheim si ritrova da Segretario alla Casa e allo Sviluppo Urbano a Presidente degli Stati Uniti d’America.

E frechete.

Troppo gel, che cazzo. 

Troppo gel, che cazzo. 

Designated Survivor è imperniato su una serie di pregevoli elementi fondamentali. Un politico di terz’ordine, retto e buono come il pane della Centrale Trivigliana, che assume il potere di Grayskull, non ne abusa e, anzi, resta con i piedi per terra, tra dubbi e insicurezze, per ricostruire da zero l’architettura istituzionale statunitense. Una regia che sa bilanciare con garbo ingarbugliati affari politici e stilettate di pathos, attraverso una scansione del racconto che ha (quasi) sempre il giusto ritmo e un buonsenso della dimensione narrativa. E ancora, crisi internazionali con Iran, Algeria o Russia, piccole o grandi lotte politiche che sanno appassionare anche un italiano medio che guarda Otto e mezzo solo per vedere Lilli Gruber seduta provocante in punta di sedia (eccomi!), attacchi di ogni genere (attentati, tradimenti… ) e un intreccio godibile e generalmente appassionante. Il tutto, per un episodio a settimana, di mercoledì, che da giorno senza senso è diventato, per l'appunto, il giorno di Designated Survivor.

Insomma, sembra filare tutto liscio. Certo, non è House of Cards, non ha quell’adorabile perfidia di base, non ha quella fotografia avvolgente (anzi, non ha proprio una fotografia, è tutto piuttosto “tutto aperto”), ma di questi tempi ci si può accontentare benissimo anche di questo.

I problemi sono altri. A cominciare dal fatto che, ad eccezione di Kiefer Sutherland, moglie (Natascha McElhone), Seth Wright (Kal Penn) e pochissimi altri, tutti gli attori mi provocano un immotivato fastidio, sia visivo che uditivo. Su tutti, Kimble Hookstraten. Che cazzo di nome è? E come parla?? 

Colpa sua!

Colpa sua!

La parte debole, debolissima, praticamente invertebrata di tutto il processo finzionale di Designated Survivor, però, è senza dubbio la storia parallela dell’indagine (lunga, lenta, faticosa, inconcludente e vieppiù maldestra) che l’agente dell’FBI Hannah Wells conduce sull’attentato terroristico che ha nuclearizzato l’intera classe politica.

Il fatto è che Maggie Q (attrice, modella e produttrice dalla testa gigante e il corpo filiforme) si muove per il 90% del tempo con le mani (o solo una mano) in tasca, come se fosse scazzata. Il suo personaggio è estremamente moscio, sia sul piano drammaturgico che visivo. Piuttosto che recitare, sembra calcare una passerella di taglie extra-extra-small, con l’espressione perennemente basita. Talvolta corrucciata. Non proprio una "cagna maledetta", ma siamo in piena zona cinofila. In sostanza, sembra di vedere Designated Survivor inframezzato con spezzoni di uno sbilenco e lascivo C.S.I. Washington. E a un certo punto, Hannah Weels esclama persino “Sanno essere molto analogici”!

La mano in tasca!!!

La mano in tasca!!!

E io sbotto. E vorrei che arrivassero gli zombi (che mi stanno pure sulle palle, gli zombi), perché quel poco che succede dopo la dodicesima puntata (su un totale di 21, col resto di 4, non ancora uscite) è letargico, ciclico, lento e apparentemente inconcludente. Poi si riprende, ma c'è tutta una fase che si avviluppa sul nulla a pressione. E 'sti due dell'FBI che non sanno che pesci pigliare e che recitano palesemente in un'altra serie TV, che mi provocano pena, sconforto e sonnolenza. E mia moglie s’incazza che sbotto e che dico sempre le stesse cose. E ogni volta giuro che sarà l’ultimo episodio che vedrò. Almeno fino al mercoledì successivo. Sperando che Hannah Wells muoia, o se non altro che si copra l’ampia fronte con un sano morso di zombi.   

Cioè, davvero, ma con tutta la fantasia del mondo, Kimble Hookstraten? Fastidio acustico a mille.

Voletevi bene e guardate Master of None

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