Black Mirror? La terza stagione? Frechete in petto?

Black Mirror? La terza stagione? Frechete in petto?

La terza stagione di Black Mirror è meno spietata, meno destabilizzante, meno specchio non-troppo-distorto-della-condizione-umana, meno parabola etica, meno metafora contemporanea e meno inquietante della prima, della seconda e dell'episodio di Natale.

Non sconvolge come fece Messaggio al primo ministro, e non è più un'artificiosa masturbazione cerebrale, ma "solo" un vivido (e poco allucinato) interesse al sistema di valori occidentale. E ai suoi segni: significanti, significati e pindariche ermeneutiche. E anche all'aldilà, naturalmente, che abbiamo capito tutti che è fatto a forma di San Junipero, coi suoi neon, i suoi cabinati e le spalline. E la morte non ci fa più paura, e frechete.

Insomma, la terza stagione di Black Mirror è meno ossessiva e distopica, meno ricurva su se stessa e sulle idiosincrasie contemporanee, ma certamente più distesa, caratterizzata da un respiro più ampio e delicato. Merito o colpa del passaggio dalla vecchia BBC alla nuova globalizzazione di Netflix? E chi cazzo se ne freca!

Se la guardi e dici PFFF... arriva Liam Neeson e ti porta via.    

Se la guardi e dici PFFF... arriva Liam Neeson e ti porta via.    

Black Mirror, nel caso in cui non lo sapevatelo, è una serie TV antologica. Ciascuno degli episodi (sei per la terza stagione, 5 da 50 minuti e uno che praticamente è un film che dura quanto dovrebbero durare i film, ma che spesso durano quei venti o trenta minuti di troppo) è autoconclusivo, non c'è una trama unica o un cast ricorrente, ma solo un tema dominante, ovvero quello tecnologico, tra realtà virtuale, mondi illusori, filtri mediatici ormai pervasivi, like, link, video virali e/o intraoculari.

Black Mirror spalanca dinanzi a sé uno stordente universo fatto di scenari presto possibili, raccontando con sottile perfidia e brutale distacco il grado di sofisticazione, aberrazione e merdificazione che compie la tecnologia nel modellare la realtà.

Per dire, dopo il primo episodio, Caduta libera, ho deciso che Bryce Dallas Howard è proprio bellissima, ma ora devo nuclearizzarmi ASAF (As Soon As Frechete) da Facebook. Dopo Giochi pericolosi, ho capito di aver perso abbastanza tempo con una roba VR che Inception lèvati dal cazzo con una roba VR che Inception lèvati dal cazzo con una roba VR che Inception lèvati dal cazzo con una roba VR che Inception lèvati dal cazzo, e ho chiamato subito la mamma. Di San Junipero se ne parla ormai dappertutto, evviva San Junipero, andiamo tutti a San Junipero, che bell'episodio San Junipero, inatteso, strappacuore, dolce, profondo, insert coin e muori so eighties. O so l'epoca che ti pare.  E ancora, campagne d'odio virali (Odio universale), tecnologie belliche che trasformano laggente disperata in mostri disperati (Gli uomini e il fuoco), o Zitto e balla e il pericolo di essere spiati da giopep che ci guarda tutti, nessuno escluso, da dentro l'armadio.

MEH.

MEH.

Nonostante qualche incertezza, lunghi minuti di "stanca" e un risultato complessivo meno affilato, meno tagliente e meno Black Mirror dei primi Black Mirror, Black Mirror è ancora una volta Black Mirror. Ovvero, una serie amara, spietata, brutale, rivoluzionaria, che non consola/accusa/demonizza/stocazzo, ma turba profondamente. Perché è sicuramente già troppo tardi. Turba un po' meno delle prime due stagioni, ma questo si era capito. 

Ci vediamo a San Junipero.

Ho guardato la terza stagione di Black Mirror, approvigionatami da Netflix, non in binge watching, ma con calma e per piacere. Caduta libera, per la cronaca, l'ho visto due volte. E mi avvio verso la terza. Il motivo è Bryce Dallas Howard.

Questa è la maxi-storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, sottosopra sia finita... 

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