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Un Cuore selvaggio che batte per Cage e Lynch

Ma vi rendete conto che gli anni Novanta si sono aperti con Nic Cage e Laura Dern tutti vestiti di pelle, star di un road movie/fuga d’amore alla Bonnie & Clyde ma diretto da Lynch, che ha dato fuoco alla patina da romanzo rosa che tendenzialmente faceva da filtro tra occhi e schermo in questo genere di pellicole, per sostituirla con due drappi di velluto blu ai lati. Cuore selvaggio, tratto dall’omonimo romanzo di Barry Gifford nonché 43esima Palma d’oro a Cannes, è una sorta di proto-Pulp Fiction, proto-Una Vita al Massimo ma anche proto-Drive e di tutta quella wave (sequenze lisergiche comprese), prima che il pulp fosse mainstream e che Cage fosse considerato un pessimo attore dai più. E io magari su Lynch non riesco ad essere proprio obiettivo, ma raramente sbaglia il casting e questo Cage (tra gli altri) ne è la dimostrazione.

“Questa è la mia giacca di pelle di serpente. Rappresenta il simbolo della mia individualità e la mia fede nella libertà personale”. Ma di cosa stiamo parlando, scusate?

Senza freni, disinibito, violento, ubriaco d’amore (diciamo anche rincoglionito, a volte) e pronto a tutto, nei panni di Sailor, per proteggere la sua Lula e viceversa. La scena con cui il film si apre è emblematica sia del taglio efferato e provocante della pellicola, sia di come il suo protagonista ci si muova dentro con una carica che sembra poter distruggere le inquadrature; lui aggredito da un sicario mandato dalla suocera che però finisce disarmato e col cranio spappolato a terra, senza filtri, in primo piano, con un effetto tanto squisito a livello visivo quanto rivoltante. Avete presente l’ormai famosissima sequenza dell’ascensore in Drive? Diciamo che l’ispirazione di Refn è abbastanza chiara. Da quella scena, però, si capisce soprattutto che questa è una fuga d’amore che nasce da una situazione estremamente torbida; Sailor un mezzo balordo che vive alla giornata, Lula una donna intraprendente dal passato traumatico, violento, la madre pronta a tutto per strapparla dalle sue braccia, arrivando a pagare per vederlo morto pur di non trovarselo in famiglia. Tutto molto shakespeariano, tormentato ma anche avvolto da quell’atmosfera tra il noir e il grottesco con punte di black humour e battute da soap opera che arriva direttamente dal Lynch di Velluto Blu e Twin Peaks (senza l’elemento surreale), tra presagi di sventura e criminali incalliti, respirando l’aria inebriante del viaggio on-the-road all’americana, a bordo della fiammante Cadillac Eldorado con cui Lula va a prendere Sailor fuori dal carcere - lo stesso modello che 20 anni dopo metterà incinta la protagonista di un’altra Palma d’Oro a Cannes, Titane. Sarà un caso? Non credo - per poi partire senza meta, spinti da litri di benzina e d’amore, due sostanze altamente infiammabili, soprattutto quando dall’autoradio sgorga il metal dei Powermad. Lei inchioda in mezzo al deserto, stanca della radio che trasmette solo cronaca nera e pubblicità, urla a lui di mettere della musica, subito! Si contorce come fosse stata punta da uno scorpione, come se se dovesse schizzare fuori dalla sua stessa pelle: parte finalmente Slaughterhouse. Finalmente possono scaricare tutta l’energia accumulata in un ballo sfrenato, come fosse un orgasmo, Lula tipo Jane Fonda sotto metanfetamine, Sailor esibendosi in un air-karate da far impallidire gli eroi d’azione asiatici, mentre il sole cala e tutto sembra prendere fuoco (che cammina costantemente con loro).

“È un mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sé un cuore selvaggio”. La bellezza di questa battuta è che comunque la si giri e in qualsiasi lingua non ha assolutamente senso.

Tra i due c’è una tensione sessuale e un’intesa pazzesca (e Lynch è un maestro a gestire quel tipo di rapporto, basti pensare a Naomi Watts e Laura Harring in Mulholland Drive), vivono pienamente qualsiasi situazione, urlano, fanno sesso, ballano, si disperano, scappano, sempre con un’intensità realmente “selvaggia” e libera, come il titolo pretende. È questo che intendo quando dico che non c’è patina davanti a questa spettacolare love story: è esagerata, sempre al limite, elettrica, senza compromessi. Bellissima. Si fa il tifo per loro, ci si finisce dentro con tutte le scarpe ed è per questo che la tensione sale quando la situazione precipita, i soldi finiscono, Lula scopre di essere incinta (non della Cadillac) e Sailor decide di trovare un partner per rapinare una banca, incrociando Bobby Peru, interpretato dal Willem Dafoe più terrificante, viscido e pervertito della sua carriera piena di spettacolari ruoli terrificanti, viscidi e perversi. Un criminale della stessa pasta del gangster Frank Booth (enorme performance di Dennis Hopper in Velluto blu), pericolosissimo e psicopatico, capace di approfittare della momentanea lontananza di Sailor per approcciare Lula nella scena più disturbante e violenta del film. Una stanza che diventa sempre più piccola con l’inesorabile avvicinarsi di Peru a Lula, i suoi denti marci sempre più vicini al suo viso, una presenza talmente asfissiante che sembra di sentirne la puzza di tartaro misto a brillantina da due soldi e sudore. La molestia verbale che diventa fisica, claustrofobica, smettendo solo quando l’obiettivo di umiliarla è stato raggiunto. Una scena tesissima e angosciante, non senza un pizzico di ambiguità che contribuisce a rendere il tutto ancora più morboso e disturbante.

Willem Dafoe, maestro del ribrezzo.

Un’America di anime intrappolate in un viaggio eterno, infami e senza dimora, innamorati e spietati, killer e vittime che si incrociano su strade infinite, roventi, un road trip “alla Lynch” unico e spettacolare, pieno di sbalzi d’umore e atmosfere contrastanti, come Sailor che prima fa fermare un concerto metal per pestare un povero diavolo che ci sta provando con Lula, per poi farsi passare il microfono, dopo averlo obbligato a chiederle scusa, per cantarle dolcemente Love Me Tender come un perfetto cosplayer di Elvis: e giù applausi, ma cosa gli volete dire?!? Tre protagonisti sintonizzati sulla lunghezza d’onda (cerebrale) del regista, perfetti, scatenati e pronti a tutto per trasformare in performance ogni sua follia e visione. Non c’è altro modo per diventare cult, e se già presi singolarmente, in anni e anni di carriera, l’etichetta “cult” li ha seguiti come un’ombra, figurarsi cosa poteva succedere mettendoli tutti insieme. Uno dei migliori ruoli di Cage in uno dei migliori film di Lynch, e anche qui, non credo proprio sia stato un caso.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a Nicolas Cage, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.