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The Promised Neverland: una buona ribellione comincia a tavola | Spoiler Zone

Una rubrica in cui parliamo di giochi, film, libri, la qualunque, a posteriori, senza farci alcun problema di spoiler. Se non avete ancora "consumato" ciò di cui si parla, in questo caso The Promised Neverland, statene alla larga, perché qui potremmo svelarvi ciò che non volete sapere!

Se siete a digiuno di The Promised Neverland e magari, spinti dalla foto appiccicata qua sopra, vi steste domandando cosa ci azzeccano i tizi manga dall’aspetto puccioso con la politica, beh, prima tutto ci azzeccano a prescindere, dal momento che tecnicamente tutto è politica. Tipo, dalla roba che scegliete di infilare nel carrello della spesa al colore dei calzini sparpagliati sotto il letto, in una scala di priorità in merito alla quale, paradossalmente, i partiti e le faccende elettorali non salutano nemmeno le prime dieci posizioni.

- A margine, in quest’ottica siamo tecnicamente davanti alla madre di tutte le Cover Story, quella che contiene tutte le altre.

Per metterla invece sul prosaico, e soprattutto fuor di pippotto, il manga scritto da Kaiu Shirai e disegnato da Posuka Demizu rientra nel tema di questo mese perché concentra la propria narrazione attorno a una delle tematiche più politiche in assoluto: matusa vs giovani, laddove in rappresentanza dei primi c’è un gruppo di riccastri in combutta con i demoni, mentre i secondi sono carne da macello. E non nel solito senso figurato eccetera, ma letteralmente.

Da queste premesse introdotte già alla fine del primo capitolo, ha inizio uno fra i manga più interessanti e cupi degli ultimi tempi. Pubblicato su Weekly Shōnen Jump dall’agosto del 2016 al giugno del 2020 e arrivato al capolinea anche dalle nostre parti poco meno di due settimane fa, via J-Pop, The Promised Neverland appartiene a quella categoria di shōnen al limite del seinen che, OK, gira da decenni, ma ultimamente mi pare stia attraversando una fase particolarmente florida.

In base alla mia ignorantissima frequentazione del genere, non posso fare a meno di notare un ritorno abbastanza massiccio all’oscurità e a certi umori grotteschi à la Devilman manga che, vale la pena ricordarlo, al netto di blasfemie, cannibalismo e corpi mutilati, veniva ospitato dalle coloratissime pagine di Weekly Shonen Magazine – dopo anni passati all’ombra del predominio scazzottistico/avventuroso di Akira Toriyama e dei suoi principali epigoni, Eiichirō Oda e Masashi Kishimoto.

Sicuramente più solare di Nagai.

Con questo non voglio dire che certe produzioni siano scomparse dalla piazza, eh, vedi i vari Dr. Stone o One-Punch Man, e sempre tenendo conto del godzilione di opere che vengono pubblicate in Giappone e delle quali solo una parte raggiunge le nostre fumetterie. Resta, ecco, che sempre più spesso lo spettro del racconto d’avventura finisce per virare verso tematiche più mature, al punto da rendere pressoché indistinguibili, agli occhi di un profano, shōnen come L'attacco dei giganti, Chainsaw Man e persino Jujutsu Kaisen, da seinen tipo Jagaaan, RaW Hero o Gleipnir.

Ma tornando a bomba, cioè a The Promised Neverland, il manga si apre con questo gruppo di ragazzini tra cui spiccano i tre protagonisti, gli undicenni Emma, Norman e Ray, allevati in quello che avrebbe tutto l’aspetto di un orfanotrofio, se non fosse per la fortificazione che lo separa dal mondo esterno e tutta una serie di particolari sinistri tipo i tatuaggi impressi su ciascun ospite, e una routine quotidiana a base di test d’intelligenza utili a stilare una misteriosa classifica.

La vera natura della struttura, chiamata Grace Field, inizia a farsi strada come detto alla fine del primo capitolo, per poi espandersi progressivamente lungo quello che resta, a mio modo di vedere, l’arco più interessante dell’intera serie racchiuso nei cinque volumetti iniziali. In soldoni, la bolla fatta passare per orfanotrofio non è altro che un allevamento creato per soddisfare la domanda di carne umana da parte di una razza di demoni. Un allevamento di lusso, nello specifico, dove vengono cresciuti i bocconi più prelibati destinati a una misteriosa cerimonia chiamata “Tifari”: in quest’ottica, le prove d’intelligenza di cui sopra hanno lo scopo di migliorare il sapore del pasto.

OK.

La scoperta della verità avviene nella maniera più tragica possibile (vedi sopra), e finisce per smuovere gli animi dei tre protagonisti - soprattutto quello di Emma, la più tenace e speranzosa del gruppo - scatenando tutta una serie di tentativi di fuga e, contemporaneamente, di elusione nei confronti della madre adottiva che controlla la struttura.

La ribellione verso Isabella, questo il nome della donna, costituisce una fra le situazioni più interessanti del manga sia a livello d’impatto (all’inizio i ragazzi non riescono a credere che la persona che li ha amorevolmente cresciuti sia in realtà una servitrice dei demoni), sia per come viene gestita in termini di intreccio. Tutto l’arco di Grace Field rappresenta un piccolo gioiello di tensione che non risparmia artifici, trappole, doppi e tripli giochi e, su tutto, un meccanismo narrativo poggiato sullo scarto d’informazioni tra personaggi e lettore, come nei migliori thriller.

Isabella, da madre amorevole a... orco?

E poi, ovviamente, c’è la dimensione politica, che produce il suo meglio quando si esprime attraverso la ribellione dei ragazzi tra le mura dell’orfanotrofio/allevamento, animata dal desiderio di sopravvivenza prima ancora che da un progetto sovversivo più ampio, mentre paradossalmente tende a lavorare meno bene dal momento in cui viene trattata esplicitamente, ovvero dopo la fuga da Grace Field e la conseguente scoperta di un sistema più ampio basato su gerarchie e fazioni in lotta per questo o quell’altro ideale.

Immagino che lo scarto dipenda dalla dimensione più intima del primo atto e dal fatto che lì c’è di mezzo la decostruzione della famiglia, tema di per sé fortissimo, che Shirai riesce a gestire con la giusta dose di tatto e, soprattutto, ribaltando sul finale il ruolo di Isabella. Svelandone la natura di vittima a sua volta e, in definitiva, evocando tutte le amarezze sottintese a qualsiasi tentativo di parricidio – o matricidio, come in questo caso.

Poi, OK, The Promised Neverland non prova nemmeno ad avvicinarsi alla complessità di un Tracce di sangue, tanto per fare un altro esempio di ribellione filiale, e nonostante le contaminazioni e le venature dark di cui sopra, il sottofondo avventuroso alla lunga la fa da padrone, finendo per assorbire, mano a mano che il racconto si avvicina al finale, alcune tematiche tipiche della fantascienza distopica e del fantasy. Perdendo un po’ per strada la potenza iniziale e, soprattutto, l’inquietante senso di antitesi tra il disegno fiabesco e le la trama nerissima.

Deriva fantasy random.

Capisco pure che l’escamotage della prigione/allevamento non sarebbe potuto durare all’infinito, e che dietro a ogni mangaka molto probabilmente c’è un editor a rompere le balle: “e cambia questo e quest’altro, e il pubblico vuole quella roba lì”, che qualche volta fa gioco, qualche altra meno. Nel caso dell’opera di Shirai non ci sono sicuramente di mezzo evoluzioni disastrose, ma l’attacco rimane comunque la cosa migliore. Se per caso vi andasse di recuperarlo potete ricorrere al manga oppure alla serie animata, che al momento in cui scrivo trovate su Netflix, Prime Video e persino su VVVVID (in quest’ultimo caso, aggratis).

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata alla dimensione politica nei videogiochi (e non solo), che potete trovare riassunta a questo indirizzo.