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The Legend of Zelda: Tri Force Heroes è come il sesso (circa)

The Legend of Zelda: Tri Force Heroes è un simpatico “zeldino”. Gli zeldoni sono quelli che mi fanno venire voglia di prendere una settimana di ferie, di fare scorta di biscotti e di entrare in simbiosi con il divano fino a che non ho venti cuori. Lo zeldino è una divagazione nintendiana, un esercizio buffo di gameplay che, pur non arrivando alle vette epiche della serie principale, riesce comunque a farmi benedire Kyoto, i cappelli verdi e le orecchie a punta. Un po' come Four Swords, Tri Force Heroes punta tutto sul multiplayer, proponendo una serie di piccoli dungeon da affrontare rigorosamente in tre. Gli eroi hanno a disposizione un campionario di mosse molto semplice, ma che grazie alle magiche alchimie di Nintendo dà vita a una miriade di situazioni intriganti, una più originale dell'altra. Oltre a brandire la spada e a usare i soliti accessori della serie, i tre possono formare un totem, impilandosi uno sopra l'altro per raggiungere interruttori, per lanciarsi verso piattaforme irraggiungibili o per colpire i punti deboli di alcuni mostri. L'idea è semplice, ma sin dai primissimi momenti di gioco si rivela deliziosa: non c'è un pixel fuori posto, il level design è sopraffino e la sfida non è mai banale. Si alternano momenti di destrezza, nel combattimento coi mostri, ad altri di ragionamento, con sfiziosi puzzle da risolvere con tre eroi. Ho sotto la cintura solo qualche ora di gioco, ma sono pronto a scommettere che, da questo punto di vista, Tri Force Heroes non può fare altro che migliorare. Diciamo che il voto al gameplay è di quattro Master Sword su cinque, e chi ha orecchie a punta per intendere, intenda.

La questione più spinosa è la natura multiplayer del gioco, che Nintendo stessa sottolinea sin dall'introduzione. Diciamo che Tri Force Heroes è come il sesso: è meglio farlo in locale, in multiplayer. Chi non ha l'opzione può farlo su Internet, che non è malaccio, ma non è la stessa cosa. Se proprio si deve, si può fare anche da soli, nell'intimità della propria cameretta. Uno Zelda è sempre uno Zelda, ma a furia di risolversi gli enigmi da soli, si diventa ciechi.

Giocando in singolo, al nostro eroe vengono affiancati due cloni, il cui utilizzo non è opzionale. Visto che le situazioni prevedono l'intervento di tre giocatori, è necessario muoverli tutti e tre, con un sistema che funziona ma che è indiscutibilmente più lento del multiplayer. Volendo fare i diplomatici, potremmo definirlo “più ragionato”, ma qui siamo su Outcast, quindi diciamo fuori dai denti che è “nettamente peggio”. Rimane giocabile e godibile, ma si perde il ritmo esilarante del multiplayer, che poi è il gioco come è stato concepito. Risultato: dopo qualche ora di gioco, sono felice di avere un nuovo zeldino e ho invitato a cena tutti i miei amici dotati di un 3DS. I miei vicini e il loro calendario stanno già tremando.